Portogallo, Italia

È un Paese con un governo in difficoltà e un presidente della Repubblica che lo “blinda” perché, dice, non possiamo permetterci una crisi di governo proprio ora; più un partito di centrosinistra che, quando la destra sta male, l’altro si sente peggio, perché non sa che pesci prendere. È l’Italia! Dirà qualcuno. E invece no, è il Portogallo. Perché l’Europa è fatta di universi paralleli che giornali e telegiornali veramente europei dovrebbero raccontare più spesso, senza paura di sembrare ripetitivi.

[author] [author_image timthumb=’on’]http://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/06/Schermata-2013-06-20-alle-18.34.04.png[/author_image] [author_info]di Marcello Sacco, da Lisbona.Nato a Lecce, vive da anni a Lisbona, dove lavora come professore, traduttore e giornalista freelance[/author_info] [/author]

Francisco Seco Ap

In Portogallo, alla crisi del debito e alla stagnazione economica si è aggiunta questa bizzarra crisi politica di luglio. Il 1º del mese si è dimesso il ministro delle Finanze, Vítor Gaspar, quello che tutti guardavano come il vero presidente del Consiglio, l’interlocutore privilegiato della troika, l’artefice delle due finanziarie del governo di Passos Coelho. Però entrambe erano state bocciate dalla Corte Costituzionale, per questo Gaspar aveva presentato le dimissioni da mesi, ma il Paese non se le poteva permettere. Poi finalmente lo hanno sostituito con la segretaria di Stato del Tesoro, Maria Luís Albuquerque, perché, se proprio non ci si poteva più tenere Gaspar, bisognava comunque dare ai creditori un segnale forte di continuità. E infatti, ancora una volta, l’approvazione della nuova ministra era arrivata prima dalla Germania che da quelli di casa. Insomma piaceva più a Wolfgang Schäuble che ai portoghesi, i quali invece si aspettavano da un momento all’altro le sue dimissioni per uno scandalo di contratti swap ad alto rischio che hanno alleggerito di centinaia di milioni le casse di diverse aziende statali. Ecco allora che, a sorpresa, si dimette Paulo Portas, il ministro degli Esteri. Giusto il tempo (a proposito di parallelismi europei) di comunicare all’aereoplano di Evo Morales che lo spazio aereo e le piste portoghesi erano chiusi, e via anche lui. Forse ha solo bluffato, ha provato il colpaccio per guadagnare peso sulla bilancia dell’esecutivo. Infatti si è rimesso subito a trattare con il primo ministro. Ma a quel punto è intervenuto il presidente della Repubblica che, ignorando completamente il rimpasto, in un messaggio sibillino a reti unificate ha invitato i partiti della maggioranza e il partito Socialista a un negoziato triangolare, per un governo di unità nazionale che avrebbe dovuto guidare la transizione fino alle elezioni anticipate del 2014, una volta concluso il programma di bailout, il “riscatto”, come lo chiamano i portoghesi. Poi il presidente se n’è andato in una delle più strane e inopportune visite di Stato della storia: alle isole Selvagge, un gruppetto di rocce disabitate a sud di Madeira, di quelle che don Chisciotte avrebbe promesso a Sancio Panza e, in tempi di vacche grasse e baldanza politica, spagnoli e portoghesi si contendevano a causa della Zona economica esclusiva che confina con le acque delle Canarie.

In assenza del presidente i leader dei partiti, un po’ stupiti, si sono anche riuniti, sera dopo sera. I socialisti, in separata sede, hanno incontrato pure comunisti e Bloco de Esquerda. Pomeriggio con l’estrema sinistra, notte alta con la destra, mentre in Parlamento votavano una vana mozione di sfiducia a quella maggioranza con cui negoziavano, maledicendo la deputata dei Verdi che aveva avuto l’infausta idea di presentarla, la mozione. Una schizofrenia che, ha fatto notare qualche leader storico del PS, poteva tradursi in scissione vera e propria in caso di accordo. Ma l’accordo è saltato. I punti critici erano tanti, ma il punto drammatico è l’imminente taglio di 4 miliardi e 700 milioni nella pubblica amministrazione, scenario che stiamo osservando in Grecia proprio in questi giorni. È il passo più lungo verso la macelleria sociale, un mattatoio da cui tutti vorrebbero uscire senza troppi schizzi sul grembiule. Il presidente, tornato dalle Selvagge, ha dovuto prendere atto dell’impossibilità del dialogo e, semplicemente, ha fatto finta di nulla: restano al loro posto quasi tutti i ministri del 1º luglio. Il governo caduto si rialza e si guarda attorno. Non l’ha visto nessuno.

[blockquote align=”none”]Furbizia di alcuni, idealismo di altri, indecisione di uno, stanchezza di tutti… Qualunque sia la causa vera di questa crisi, resta la sensazione che a farne le spese non sia solo il potere d’acquisto dei portoghesi al supermercato, ma soprattutto il potere di scelta dell’elettore nelle urne. Lo spettro delle elezioni anticipate è stato per ora allontanato, perché alle elezioni bisogna arrivarci “blindati”. Anche in vista di un possibile secondo riscatto. L’importante è che il Portogallo non risulti troppo “imprevedibile”, è l’aggettivo usato dal presidente nel comunicato ufficiale di domenica scorsa.[/blockquote]

Sempre a proposito di parallelismi (e di macellerie), i portoghesi stufi della solita politica, nelle pagine interne dei giornali, hanno trovato la notizia del toro Marreta. È una bestia di mezza tonnellata, Marreta, che per ben due volte è riuscito a fuggire mentre lo portavano al mattatoio. È in fuga da maggio. Le ultime voci lo danno perduto da qualche parte nelle pinete intorno alla città di Aveiro. Una delle differenze fondamentali tra spagnoli e portoghesi, si sa, è che questi ultimi non ammazzano il toro nell’arena, ma lo acchiappano e lo macellano fuori. E perfino la Guardia Nazionale Repubblicana ha fatto di tutto per prendere Marreta vivo, anche se poi andava riportato al mattatoio. C’è un che di perturbante e familiare in questa storia di un animale che, con le buone o le cattive, deve prevedibilmente finire al macello. È un elettore con le corna. Forse anche per questo le reti sociali si son date da fare a raccogliere i soldi sufficienti per riscattarlo dal padrone. Vogliono salvarlo, eppure lui continua a correre e infrattarsi. Dei riscatti non si fida.



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