Paesi baschi: repressione

Diciotto arresti, le jeep della Guardia civil nelle città e cittadine basche, gli agenti in borghese con i passamontagna e i giovani ammanettati e portati via con l’accusa di far parte del mondo di Eta. Paese basco, oggi le immagini ci riportano indietro di quasi due anni, in una dimostrazione plastica di cosa intenda lo stato spagnolo e il braccio giudiziario, che in Spagna è legato a quello politico, come strategia sul caso basco.

di Angelo Miotto

Il bersaglio della retata: Herrira. Una associazione dedica tutti i suoi sforzi, in maniera molto creativa, nel sostegno delle famiglie dei prigionieri politici baschi (oltre settecento fra Spagna e Francia) e alla sensibilizzazione di campagne contro la tortura e per il rispetto dei termini di legge a livello penitenziario, da anni calpestati dalle stesse istituzioni politiche e penitenziarie spagnole.

Le parole di una lunga intervista pubblicata nei giorni scorsi ad Arnaldo Otegi, l’uomo di pace che passa i suoi giorni in carcere insieme ad altri arrestati per aver vergato la strategia che avrebbe portato al cessate il fuoco definitivo dell’organizzazione armata, sono state profetiche.  Così come quelle della stessa organizzazione armata che nel giorno del Gudari, del soldato resistente, del partigiano, aveva dichiarato che questo processo di pace riguarda ormai la società basca e il Paese basco. Anche perché né Madrid, né Parigi hanno dato segnali in questi anni di voler costruire una strategia non solo credibile, ma nemmeno abbozzata di come rispondere alla grande rivoluzione politica basca, che ha visto la sinistra indipendentista optare unicamente per la via politica.

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In questi mesi di silenzio su tutti i media mainstream che hanno riservato attenzione morbosa solo allo scoppiare di bombe o attentati nelle strade di Spagna, la politica di conciliazione e la strategia della sinistra indipendentista non si è fermata un momento. Capace di diventare una forza importante non solo nel parlamento basco, ma in tanti municipi, di promuovere un dibattito ricco e appassionante sul ‘relato’, vale a dire su come scrivere la storia di questi ultimi cinquant’anni di storia, costellati da troppi omicidi e attentati, così come dalla guerra sporca con fondi di stato, tortura, detenzioni illegali, aberranti soluzioni di politica penitenziaria, violazione dei diritti elementari nel campo della libertà di espressione, di stampa, di associazione, che sono state inflitte a chi crede in uno stato indipendente.

Tornano gli arresti, ma torna soprattutto la dottrina sdoganata dall’ex giudice Baltasar Garzon, la teoria del ‘todo es Eta’, che ha innervato una serie di dispositivi giudiziari che hanno colpito centinaia di persone solo per le loro idee politiche. Era il cosiddetto teorema e faldone 18/98+ e succesive evoluzioni.

Herrira è stata colpita nelle sue sedi, 18 persone sono state arrestate, perché l’associazione è stata ritenuta come un elemento di continuità rispetto a Gestoras Pro Amnisitia, poi Askatasuna (in basco libertà), i due movimenti che nel corso degli anni hanno sostenuto economicamente e psicologicamente, oltre che politicamente, i familiari dei prigionieri politici. Due giorni fa l’ultimo, lungo, comunicato di Eta e l’intervista di Otegi, oggi i provvedimenti firmati dal giudice dell’Audicencia Nacional di Madrid Eloy Velasco.

Il ministero dell’interno spagnolo parla di operazione contro ‘un tentacolo di Eta’, arrivando a teorizzare – nuovamente – che le associazioni che svolgono azione di supporto ai familiari dei prigionieri politici o di sensibilizzazione sui temi di tortura e arresti illegali facciano parte di una ‘struttura legale’ di Eta.

[blockquote align=”none”]Herrira nel corso degli anni è stata promotrice di manifestazioni pubbliche e organismi super partes – come Lokarri, una realtà che è stata molto importante per arrivare alla conferenza di Aiete in cui si è internazionalizzata la questione di un possibile processo di pace – hanno evidenziato oggi come la stessa Herrira e i suoi militanti si siano sempre espressi “de manera clara y nítida en favor del respeto a todos los derechos humanos de todas las personas” con una importante azione politica per raggiungere la pacificazione.[/blockquote]

Il tema dei prigionieri politici e quello dei diritti, rispetto alla legislazione antiterrorismo che vige ancora oggi e prevede cinque giorni di incomunicacion prorogabili (sono i giorni in cui sono stati denunciati i più numerosi casi di tortura), avrebbero potuto essere una delle chiavi di volta rispetto a un eventuale processo di pace.  Ma la strategia del governo spagnolo, e di quello francese, è sempre stata la stessa: nessuna trattativa, aspettando l’auto-dissolvimento dell’organizzazione armata.

A livello elettorale la crisi economica e finanziaria e, tocca dirlo, la minaccia venuta meno di azioni di vioenza e di morte hanno fatto il resto, in un pericolosissimo gioco calcolato consapevolmente dal governo di Madrid, che oggi torna a calcare i peggiori sentieri di repressione e di censura di opzione politica. Un passo indietro, ha commentato il governo basco guidato dai democristiani del Pnv.

Una nuova drammatica lesione dei diritti previsti in uno stato di diritto, che  – lo dicono i fatti – non pare per nulla intenzionato a mettere una parola finale nella soluzione del nodo basco.



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