Il sorpasso

[author] [author_image timthumb=’on’]https://fbcdn-sphotos-b-a.akamaihd.net/hphotos-ak-prn2/208826_10151525732097904_583330344_n.jpg[/author_image] [author_info]Leonardo Brogioni, fotografo, fondatore di Polifemo. Per QCodeMag autore della rubrica HarryPopper[/author_info] [/author]

Fino a poco tempo fa utilizzavo gli RSS per consultare siti e blog di mio interesse senza doverli visitare uno ad uno, ma costruendo la mia agenzia di stampa personalizzata grazie ad un lettore di feed capace di aggregare le notizie in tempo reale. La possibilità di utilizzare applicazioni (Flipboard, ad esempio) capaci di impaginare (oltre che raggruppare) questi contenuti da me regolarmente consultati, ha reso l’operazione anche gradevole e piacevole oltre che più veloce.
Ma ciò ha causato una vera e propria mutazione perché tali app consentono di ricevere anche gli aggiornamenti dei social network attraverso il proprio account personale. Oggi quindi mi sono accorto di aver progressivamente abbandonato siti e blog come fonti principali di informazione in favore dei social network: Facebook, Youtube e Twitter mi forniscono molte più notizie, perché le fonti sono sia gli account o i profili dei siti di media tradizionali (che non possono più fare a meno di postare i loro aggiornamenti sui vari social), sia i singoli utenti che, in diretta, aggiungono informazioni, video, foto e commenti.

Questo fenomeno pare che sia sempre più diffuso. Lo conferma lo studio “Newsroom curators & independent storytellers: content curation as a new form of journalism [pdf]” compiuto dal giornalista italiano Federico Guerrini per il Reuters Institute for the Study of Journalism. Nel documento – riassunto dallo stesso autore su LSDI – si prospetta la possibilità che i siti degli organi di informazione possano essere sorpassati dai social network grazie ai cosiddetti UGC (users generated content). Talmente tanti e interessanti sono su internet i contenuti generati dagli utenti che tutti i colossi dell’informazione hanno all’interno delle redazioni i cosiddetti UGC Hub, ovvero team di giornalisti che hanno il compito di trovare e verificare le informazioni da veicolare, tra le numerosissime fornite dagli utenti online.

Scrive Guerrini che “il processo di “cura” dei contenuti generati dagli utenti consiste nel raccogliere, verificare, presentare e conservare il materiale caricato online da possessori di smartphone o altri device e condiviso con altri utenti Internet.”
Questo è attualmente il ruolo dei media tradizionali e qui sta ancora il senso della loro esistenza presente e futura. Confermato da un’ulteriore analisi (parte di un progetto di dottorato svolto presso la Technical University di Dortmund sotto la supervisione del professore Klaus Meier) riportato in un articolo su EJO (European Journalism Observatory) nel quale si legge che “almeno in Germania, le agenzie di stampa rimarranno un punto di riferimento per l’industria dei media: il 75% degli intervistati è infatti convinto che anche in futuro le news agency continueranno a rivestire un ruolo importante e giustificano questa loro previsione affermando che le agenzie di stampa giocano un ruolo di ‘gatekeeper’, preselezionando le notizie, operando già una prima importante valutazione sull’attendibilità del materiale a disposizione.”
Ovviamente ciò causerà un diverso utilizzo dei giornalisti in redazione, alcuni dei quali probabilmente verranno dirottati a trovare contenuti online e non sul campo. Con il gravoso compito della verifica delle fonti, della adeguata diffusione e – last but not least – della conservazione di contenuti che, se semplicemente linkati, come dice ancora Guerrini “a causa di violazioni di copyright, chiusura di siti Web o altre ragioni, potrebbero diventare rapidamente indisponibili.”

Ma tutto ciò ha anche un’altra conseguenza. Per svincolarsi dalla moltitudine di UGC, dal solo ambito delle news e dare un senso alla propria esistenza i media tradizionali dovranno dedicarsi alla narrazione, diventando – scrive EJO – “anche fornitori di servizi multimediali con contenuti che verranno prodotti e offerti in molti formati differenti, accessibili anche dai mobile device come tablet e smartphone.” È il caso di “Public square” iniziativa di NPR della quale ho già parlato.

Ma la strada della narrazione, oltre che da organi di informazione mainstream, è stata già imboccata dagli stessi users. Scrive infatti Guerrini che si nota ormai “l’emergere di quelli che chiamo “independent storytellers”, narratori indipendenti. Cosa accade quando i cosiddetti “citizen journalists” – spesso, anche se non necessariamente, attivisti, o persone che sanno adoperare la tecnologia – iniziano non soltanto a produrre i propri contenuti, ma anche a curare gli UGC prodotti da altri? (…) L’emergere di piattaforme come Storify rende la “cura” dei contenuti visuali (e testuali) molto più semplice, e accessibile a tutti coloro che hanno voglia di dedicare tempo ed energie a creare la propria narrazione di un certo evento. Selezionando immagini, video, link e altri tipi di contenuti caricati online, e twittandoli in sequenza, o combinandoli in una narrazione cronologica più sofisticata su siti come Storify o Tumblr, questi narratori indipendenti sono spesso in grado di fornire una prospettiva differente da quella dei media mainstream. Complementare, in alcuni casi, alternativa in altri.”

Calzante in tal senso é il caso Mídia Ninja. Definito il nuovo fenomeno mediatico brasiliano, Mídia Ninja prende sì il nome dagli antichi guerrieri giapponesi ma soprattutto – in portoghese – è l’acronimo di “narrazioni indipendenti, giornalismo e azione”. Narratori indipendenti appunto, che con telefonini e tablet 4G hanno ripreso dall’interno le proteste di massa che da qualche mese stanno infiammando il Brasile. Senza filtri, senza tagli, senza censura. Giornalismo militante che usa prevalentemente i social network per diffondere in diretta i materiali realizzati.
“Il nostro primo compito è quello di recuperare per il giornalismo e la comunicazione il ruolo di ‘militanza’ come sguardo pubblico e di offrire informazioni che sono sempre più importanti per difendere la democrazia” ha detto Bruno Torturra, uno dei giornalisti più esperti del gruppo. I numeri dei loro seguaci sono televisivi: centinaia di migliaia di persone hanno visto i loro video, più di duecentomila sono oggi i gradimenti sulla loro pagina Facebook.

Qualcuno però dice che lavorare senza filtri e senza censure equivale ad essere senza preparazione e senza controllo. In effetti qui sta il punto debole dell’iniziativa. Il giorno in cui qualcuno commetterà degli errori, delle leggerezze, degli eccessi o delle mancanze il rischio sarà quello di gettare discredito sull’intero movimento, facendo gli interessi proprio di chi si vuole contestare. Independent storytellers sì, ma gatekeepers ancora no. Nel frattempo tutto passa sui social media, coppia di termini che sta diventando sinonimo di social network.

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