Schiavi

[author] [author_image timthumb=’on’]http://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2013/07/149443_1453084330719_6152780_n.jpg[/author_image] [author_info]di Alessio Di Florio. Attivista di varie associazioni e movimenti pacifisti e ambientalisti abruzzesi e responsabile locale dell’Associazione Antimafie Rita Atria e di PeaceLink – Telematica per la Pace. Collaboratore delle riviste Casablanca – Storie dalle Città di frontiera, de I Siciliani Giovani, di Libera Informazione e di altri siti web che si occupano di pacifismo, denunce ambientali(tra cui speculazione edilizia, gestione rifiuti, tutela delle coste, rischio industriale e direttive SEVESO), diritti civili, lotta alle mafie e altre tematiche[/author_info] [/author]

Presentato in anteprima al recente Festival del Cinema di Venezia, è uscito il nuovo documentario del giornalista indipendente e regista Rai Stefano Mencherini, Schiavi – le rotte di nuove forme di sfruttamento, già autore in passato di Mare Nostrum sulle violenze e gli abusi perpetrati nel Cpt (Centro di Permanenza Temporanea) di Lecce, allora gestito dalla Fondazione Regina Pacis diretta da Cesare Lodeserto e chiuso ormai da anni (Lodeserto vive oggi in Moldavia).

Prodotto da Flai Cgil e la onlus Less di Napoli, il documentario documenta quanto accaduto durante la cosiddetta “Emergenza Nord Africa”, denunciando un enorme spreco di denaro pubblico e le tantissime violazioni dei diritti umani dei migranti, evidenziando come moltissimi siano poi divenuti vittime di una vera e propria schiavitù.  Il documentario testimonia dell’unico processo in corso in tutta Europa, a Lecce, nel quale per gli imputati (datori di lavoro e caporali di Nardò) l’accusa è riduzione in schiavitù.

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La voce narrante del film è quella di un testimone oculare e vittima in prima persona di quel che Schiavi denuncia. Fuggito dalle squadre della morte in Costa d’Avorio, ridotto in schiavitù e vittima di violenza da parte di un proprietario terriero in Libia, nei mesi che precedono il crollo di Gheddafi parte per l’Italia, dove vede concludersi la sua odissea nei campi di angurie in Puglia non prima di aver conosciuto gli alberghi di Napoli utilizzati dal governo italiano come “centri di accoglienza” durante l’emergenza Nord Africa. Luoghi dove pasti sono stati serviti con cibo avariato, i migranti venivano sfruttati per lavori non pagati o coinvolti in giri di prostituzione e sfruttamento del lavoro.

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Il film si apre con le parole pronunciate da Papa Francesco nella sua visita a Lampedusa e ha raccolto, tra le altre, le testimonianze dell’assessore alle Politiche sociali di Napoli Sergio D’Angelo e di Elsa Valeria Mignone, il  Gip dell’inchiesta della Procura di Lecce che ha portato al processo a cui si faceva riferimento all’inizio dell’articolo.  Il ministro dell’Integrazione Cecile Kyenge interviene nel documentario con un appello all’Europa per la tutela collegiale da parte dei vari Paesi dei diritti dei migranti, ricorrendo anche a leggi europee che permettano il superamento della sola logica repressiva, che anima programmi europei come Frontex e legislazioni come quella italiana.



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