MILANOTAXI

Quarantott’ore a bordo di Sirio, uno dei cinquemila taxi che ogni giorno raccolgono persone e storie per le strade di Milano. Frammenti di vita si incrociano sul sedile posteriore di un’auto.

 di Antonio Marafioti

10 novembre 2013 – C’è ancora un taxi giallo che gira per le strade di Milano. È una vecchia Fiat Uno. Trovarlo fra le migliaia di nuove e ipertecnologiche giapponesi ibride non sarà facile. Si dice che abbia resistito agli invitanti incentivi della Regione Lombardia ai taxisti per l’acquisto di un’autovettura elettrica in vista dell’Expo. Ormai ci sono così tante Toyota Prius che sembra di veder circolare sempre la stessa autovettura. Per questo cercare il taxi che fu diventa una sfida. «Eh sì, dovrebbe vedere quanto è bello. Ricorda la Milano sparita. Ha un permesso speciale che gli consente di essere un’eccezione a quella direttiva europea che impone che le nostre automobili siano bianche. Sono molto più discrete, ma si confondono nel traffico e fanno perdere colore alla città».

Due giorni in viaggio con Sirio, che è anche il nome del suo taxi. Il suo turno inizia con un caffè, una sigaretta e l’accensione del computer di bordo. È pieno di numeri e sigle, ma è molto più facile da usare di quanto non appaia. Tre cifre per ogni piazzola: la prima indica quanti taxi della stessa compagnia sono fermi ad aspettare clienti, la seconda quante chiamate radio provengono da quella determinata zona e la terza spiega il tempo di attesa del collega capofila. Tutto moltiplicato per il numero di colonnine presenti in città, in modo da potersi destreggiare meglio. «Sembra difficile, ma poi ci si abitua. Anzi è fondamentale capirlo il prima possibile, altrimenti non si lavora». Per il servizio, la radio 4040 fa pagare ai propri conducenti una quota fissa di 300 euro al mese, più i circa millecinquecento per le spese iniziali. «E poi c’è la licenza. Quella è la pensione di ogni tassista, che la cede quando decide di smettere di lavorare. A me è costata circa 180mila euro, quanto un monolocale più o meno. Non potrò rivenderla prima di cinque anni di attività».

Intanto si prepara per dieci ore di lavoro filato. È un “15”. Il foglio sul lunotto posteriore indica l’ora d’inizio turno. Ciò dà la possibilità a chi lo vede circolare fuori orario di fare in modo che non lo faccia più. «È giusto. Quando ho iniziato ed ero ancora inesperto, per due minuti di servizio in più un collega è andato su tutte le furie. Stavo caricando a mezzanotte e due minuti. Apriti cielo».

Ecco la prima chiamata della giornata. «Dò un tempo di attesa di cinque minuti per evitare che chi aspetta si incazzi per un possibile ritardo. Semafori e traffico fanno perdere sempre qualcosa, senza considerare che nelle nostre corsie preferenziali ormai girano tutti. Allora meglio arrivare in anticipo sull’orario previsto, altrimenti la corsa parte male, se non diventa un pacco». Così, in gergo, vengono chiamati quei clienti che prenotano il taxi e poi vanno via senza aver cura di telefonare in centrale per disdirlo. «Sono quelli che ti fanno perdere di più: tempo, benzina e la possibilità di fare un’altra corsa, ma in questo caso siamo sicuri: hanno chiamato da un albergo». Sale una donna giapponese. È bassa e avvolta in un vestito che ricorda molto un chimono. Sorride e inizia a parlare in inglese.

Conosce bene l’Italia, soprattutto Venezia: «Una città stupenda, soprattutto per i suoi meravigliosi vetri», dice. La conversazione parte così, prosegue sui soliti temi. «Che cosa ne pensate voi giapponesi del nostro governo, signora?», chiede Sirio. «So, so! Voi italiani avete tanti problemi, è un Paese bello che ha bisogno di lavoro. Noi abbiamo più finanze, ma viviamo catastrofi naturali: terremoti e tifoni». «A Fukushima è tutto risolto?». «Assolutamente no, il livello di contaminazione è ancora alto e la gente vive in moduli abitativi». «Come a L’Aquila, come in Irpinia. Paese che vai… sono 10 euro e settanta, vuole la ricevuta?». «Sì, grazie». La chiederanno il novanta percento dei clienti. «Non capiscono, però, che non farla non equivale ad evadere le tasse. Noi abbiamo un registro dei corrispettivi, perché siamo piccoli artigiani a partita Iva. Il bigliettino che rilasciamo qua dentro serve solo per i loro rimborsi. Alcuni ce la chiedono gentilmente, altri la pretendono come se dovessero salvare l’Italia dall’evasione fiscale».

Al di qua di un taxi si pensa a tante cose: i maxi guadagni, le mille corse, il tassametro falsato, le tariffe gonfiate e un portafogli pieno zeppo di pezzi da cento a fine giornata. Da dentro le cose appaiono differenti. Prima di tutto perché solo da dentro un taxi ci si accorge di quanti altri ne girino per la città, poi perché i tempi di attesa tra un lavoro e l’altro possono diventare parecchio lunghi.

La turista giapponese scende davanti a un altro albergo e saluta accennando un inchino, Sirio parcheggia a piazzale Loreto e i minuti che passano prima della corsa successiva sono ventuno. «Oggi è domenica, c’è meno gente, è normale. Per questo motivo la tariffa parte da 6,20 rispetto ai 3,20 dei feriali, ma non creda che gli altri giorni per un cliente che scende ce ne sia uno che sale. Non è affatto così, a parte i grandi eventi come il Salone del Mobile o la settimana della moda».
Entra una signora dal forte accento siciliano. È di Ragusa. «Mi porti in viale Monza». Dalla partenza saranno sì e no quattrocento metri. Prezzo della corsa finale: 8 euro. Il taxi l’aspetta finché non entra dentro casa. «Io lavoro così. Non posso lasciare un’anziana in mezzo alla strada, e se inciampasse?». Corse brevi, corse meno proficue. Per questo in molti temono il trucco della strada sbagliata, del giro lungo e del tassametro impazzito. «Quel modo di lavorare sarebbe da stupidi. Allungare un giro può fare guadagnare tre euro. A me hanno insegnato che è meglio essere rapidi per tentare di fare più corse possibili». Durante una sosta per una pausa sigaretta, Sirio ribadisce: «Bisogna fare tutto in dieci ore, anzi nove visto che c’è la pausa pranzo, e se si considera che tra un cliente e l’altro possono passare anche 30 minuti e che una corsa può anche costare 10 euro, il risultato economico non è quello che molti pensano».

Le cose sembrano proprio andare così: cinquanta euro nelle prime due ore di lavoro. «Banalmente è come andare a pesca, può capitarti il pesce piccolo o quello grosso che ti risolve la giornata». Per la precisione: il pesce grosso è quello che si fa portare all’aeroporto o addirittura in un’altra città. Quello che si fa aspettare mentre fa la spesa. Mentre sale in albergo a cambiarsi. Più il tassametro scorre, più la giornata è buona, ovvio. L’attenzione dei clienti è rivolta sempre a quell’aggeggio dieci centimetri per due posto sopra lo specchietto retrovisore. «Il punto è che le tariffe sono stabilite dal Comune d’accordo con le Commissioni di categoria, non lo impostiamo noi a piacimento». Però alcuni barano, è cosa nota. Alcuni fanno i furbi e non rispettano la deontologia. «Sì, è vero e fa incazzare parecchio. Per colpa di alcuni devono andarci di mezzo tutti. Le dico questo: noi siamo obbligati a far partire il tassametro subito dopo che il cliente ci comunica la destinazione. Se ha dei bagagli, il tassametro parte prima visto che il nostro servizio comincia da quando carichiamo le valigie in macchina e finisce quando le scarichiamo».

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Piazza Duomo. La fila di autovetture bianche è lunga e scorre velocemente. Davanti al simbolo della città c’è sempre un gran via vai di turisti: tedeschi, francesi, statunitensi, arabi. Su Sirio sale una coppia di giapponesi armati di una macchina fotografica che vale almeno quanto le ruote del taxi. Sono silenziosi. Parlano fra di loro e continuano compulsivamente a scattare fotografie dal finestrino e ad accompagnare ogni svolta con monosillabi di stupore. Stazione Centrale. Non vogliono la ricevuta. Salutano appena e camminano abbracciati verso i binari. «Alcuni non parlano affatto. Rifiutano il dialogo, li capisco sa? A fine giornata le famose quattro chiacchiere stanno strette anche a me. L’importante è dirlo gentilmente». Nulla da eccepire: con l’educazione si percorre già mezza strada. L’altra mezza è affidata al buon senso di chi guida e di chi è trasportato.

Nel corso della serata si intuisce che il “per favore” è un’incognita grande quanto il grattacielo Pirelli e l’imperativo secco è il modo verbale che la fa da padrone. E poi c’è lui: il telefonino. La grande incognita. Sale una ragazza che accenna a un saluto, indica la strada e continua a blaterare ad alta voce al cellulare.

Ce l’ha con la madre anziana che rifiuta l’accompagnatrice filippina. «Non ho il tempo per trovartene un’altra. Se non la vuoi, farai senza». Non smette mai. Chiuderà la conversazione tre minuti prima di arrivare. Si scopre che è una musicista discretamente famosa e che Sirio l’ha vista in concerto qualche tempo fa. La gioia di essere riconosciuta, le muta l’umore e la rende più affabile, ma la performance non musicale resta. «Non sono un fondamentalista, a me basterebbe che qualcuno chiedesse il permesso di telefonare. Ci vuole poco in fondo. Come in tutte le cose della vita». Ma il telefonino non sembra essere la prima preoccupazione del tassista. Sirio racconta che ci sono clienti che entrano e si stravaccano come se fossero nel letto di casa, altri pretendono di salire a bordo con pizza e coca cola o mentre litigano con il proprio partner. In tutto questo dare del lei è un dettaglio, un cavillo da matusa, un anacronismo da vecchi. «Il paradosso è che non puoi rifiutarti di negargli la corsa. Bisogna sempre ricordarsi di essere una vettura pubblica con doveri precisi. Possiamo lasciare qualcuno a piedi solo se dimostra di essere un soggetto pericoloso, sotto l’effetto di stupefacenti o di ebbrezza. Il capitolo animali è a discrezione di chi guida. Possiamo rifiutarci, a meno che non si tratti di un cane guida».

Il discorso sull’educazione sorprende al capitolo “fascia d’età”. «I ragazzi più giovani sono i migliori. Entrano, salutano, chiedono il permesso per ogni cosa, pagano e salutano di nuovo. Dai trentacinque in su sono più incattiviti, sono quelli che non hanno rispetto per la cosa comune».

E i tassisti maleducati? Spesso le denunce arrivano dai passeggeri che si accorgono troppo tardi di essere saliti sulla macchina sbagliata. Lo scorso 31 ottobre uno di loro ha denunciato, sulle colonne del Corriere della Sera, un tassista per non aver smesso di parlare al telefono dall’inizio alla fine della corsa e per aver mancato perfino di prendere la valigia e riporla nel vano bagagli. «Il rispetto deve essere reciproco. Il cliente in quel caso aveva il diritto di scendere dal taxi e salire su un’altra vettura». Nella carta del viaggiatore c’è anche un’altra clausola importante: quella che permette di scegliere il tragitto. «Ci sono colleghi che si offendono, per me è meglio. In caso di traffico o semafori, il passeggero non potrà lamentarsi, perché la strada l’ha indicata lui». Sirio domanda sempre la strada preferita. Alle volte si sente rispondere fin nei minimi dettagli, altre volte è un «faccia Lei», l’inizio della conversazione.

Di nuovo a piazza Duomo. Nella doppia fila di auto bianche si rischia di perdere il turno, ma il codice dei tassisti è chiaro. «È il primo insegnamento. Guardare il numero di licenza dei due davanti a te. Una volta l’ultimo arrivato metteva le quattro frecce finché non veniva un altro a chiudere la fila. Ora basta leggere la placca in basso a sinistra e il gioco è fatto».

Ci si riconosce così, guardandosi le targhe e incrociandosi negli occhi. In questo modo la coda non salta, nessuno perde tempo e si evitano le furberie di quelli che vogliono passare davanti ai colleghi. C’è un codice non scritto, ma che si apprende durante l’affiancamento al collega anziano che insegna il lavoro. Alle colonnine, per esempio, se un cliente entra per sbaglio in un taxi non capofila, bisogna indicargli la macchina del collega primo in lista. «A questa regola c’è un’eccezione: il passeggero può salire sul taxi che preferisce senza badare alle precedenze. Magari c’è quello che preferisce una Mercedes a un’utilitaria». La scelta non può essere espressa nelle stazioni e negli aeroporti. A Linate c’è un parco che viene chiamato “polmone”, qui sostano i taxi in attesa di prelevare l’avventore e sarebbe impensabile far partire per prima le autovetture che piacciono di più. A Linate il capolista parte prima e non si discute.
Viaggiando verso il primo aeroporto cittadino il computer di bordo riconquista il palco. Da qui parte la dritta per l’ultima corsa. Un sistema di messaggeria interna avvisa i taxi del 4040 che c’è bisogno di vetture agli arrivi. «Ci proviamo, ma mi sembra strano che a quest’ora ci sia bisogno di tutte queste macchine». Attraverso i piccoli Lcd sopra il cruscotto i tassisti si scrivono informazioni importanti: code, interruzioni della strada, lavori in corso, file inaspettate in luoghi lontani dal centro. «Guardi questo avviso, ci dice di non far salire a bordo un magrebino con il giaccone di pelle in zona Abbiategrasso». Sembra una circolare razzista. «No. Di solito si segnalano soggetti che rappresentino davvero un pericolo per noi. Non è che uno vede uno straniero per strada e scrive agli altri». Ecco Linate. La fila di auto bianche è così lunga che uno dei conducenti fermo fra i colleghi si mette a strimpellare la chitarra. Un altro mangia un panino. Diversi chiamano le mogli e le fidanzate per annunciare che presto torneranno a casa.

Falso allarme. Il cartello elettronico degli arrivi segna già i voli del giorno dopo. I primi della fila aspettano ancora un po’ gli indecisi, gli altri sciamano lentamente verso il centro. «Capita, fa parte del gioco. Bisogna rischiare. Gliel’ho detto, è come andare a pesca».

Il giorno dopo la radio segnala una chiamata in una traversa di via Porpora. Ad attendere la corsa c’è una telecamera fissa su un portone e una piccola folla di curiosi divisa fra la strada e il marciapiede. Qualcuno grida: «Dai, è arrivato il taxi». Una voce familiare saluta, sfottendo, «arrivederci Antonio, arrivederci Cleopatra». Sono due sedicenti maghi, un uomo e una donna dall’accento pugliese, in fuga da Striscia la notizia. La voce familiare è quella di uno degli inviati del giornale satirico di Canale 5, che ci suggerisce di non farci abbindolare lungo il tragitto. In realtà lungo il tragitto i due sono semplicemente terrorizzati, parlano nervosamente fra di loro, e con un avvocato dall’altra parte della cornetta. Vogliono essere lasciati alla stazione e hanno così tanta fretta che per poco non si buttano dalla macchina in corsa. Capita anche questo. Il computer non può controllare le credenziali dei clienti. Può invece avvisare sul modo di lavorare. «Una volta ci è arrivata una comunicazione minatoria. Se qualcuno di noi avesse aderito al servizio Cabeo, ci avrebbero espulso».

Possono farlo? «Diciamo che è meglio non provocarli anche se il sindacato ha affermato che non c’è incompatibilità con il servizio Cabeo. È anche vero che non siamo tenuti a essere iscritti a una radio. Possiamo lavorare con i nostri contatti. Possiamo non pagare per avere il computer a bordo, ma o hai tanti clienti fissi, o è meglio pagare e avere un servizio che ti guida in una città caotica come Milano». Anche perché la concorrenza è tanta.
Oltre al 4040 ci sono altre due radio che operano in città. A queste si aggiungono le NCC: le autovetture noleggio con conducente. «Vede? Quelli sono i più scorretti di tutti. Offrono il nostro stesso servizio, ma non potrebbero. O meglio, la legge gli impone dei limiti rispetto a noi». Si capiscono quali siano questi limiti stando fermi alla colonnina di piazza Duomo e osservando una flotta di costose vetture NCC ferme sotto i portici di galleria Vittorio Emanuele. «Per regola chi chiama la Uber, per esempio, conosce in anticipo quanto verrà a costargli il servizio. Non c’è tassametro, ma la vettura è obbligata a partire da un’autorimessa fuori Milano. Quindi il servizio sarebbe più costoso. Invece loro per aumentare la clientela, stanno fermi in piazza o girano per la città. È chiaro che così facendo, la differenza fra noi e loro si annulla». Forse, o forse c’è da considerare che chi chiama una supercar NCC è sicuramente un genere di viaggiatore differente. «Non è così, ormai le loro tariffe sono così basse che nella concorrenza entrano anche loro».
Piazza Mercato, quartiere Brera. Un ragazzo tedesco sale in macchina. È ben vestito, forse un po’ alticcio, e parla un italiano perfetto. Conosce a menadito la storia del tentativo di liberalizzare le licenze, ma non smette di fare domande. «Il vostro premier Monti lo ha fatto, no? Non è possibile chiedere un credito alla banca per comprare una licenza? In Germania i tassisti pagano 900 euro al mese alla centrale, qui?». Poi candidamente ammette di essere un cliente affezionato della Uber e che stavolta ha optato per il taxi solamente perché aveva il telefonino scarico. «Con la mia app prenoto la vettura in pochi secondi, conosco subito il prezzo della tratta e la macchina è lussuosa». «Sì, però Lei paga poco perché loro lavorano in modo scorretto». La discussione finirà con un «buonasera e grazie», ma senza una soluzione.

C’è ancora un’ultima corsa da fare. È una nonna con tre nipoti. Le si è fermata la macchina e pur di accompagnare i bambini dalla figlia fa avanti e indietro per un quartiere della città. Racconta di quella volta che ha dovuto spendere novecento euro per cambiare le ruote della sua auto, che non ci si può fidare dei meccanici, ma che in fondo le era stato fatto pure un preventivo. L’errore era suo. «Sono venticinque euro, signora». Porge un biglietto arancione, quello da cinquanta. «Va bene così, grazie». Ha tutta l’aria di essere una grossa buonamano, pari al doppio del dovuto. «Ma no, signora. Stia attenta. Prenda il resto». La donna trasale e ringrazia, ammettendo che a fine giornata la testa è sempre altrove. «Vede? Sarebbe stato comodo per me intendere quella come una mancia, ma avevo capito che si trattava di un errore. Non potevo approfittarmene, per senso morale e perché rappresento una categoria già abbastanza criticata».

Per oggi va bene così. Tornando alla base, Sirio punta l’indice alla sinistra del parabrezza: «Eccolo». È il taxi giallo. È così diverso e agée che anche in mezzo a decine di auto conferisce alla strada un colore diverso. Ed è vero, a guardarlo fermo ad aspettare i clienti ricorda una città che non c’è più. Perfino un Paese che non c’è più: quello in cui anche gli sconosciuti si salutavano e perfino si sorridevano.

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