Prigioni per migranti, il racconto di un insider

La graphic novel “A Guard’s story” mostra dall’interno le condizioni di vita nei centri di detenzione per migranti in Australia. A poche ore dalla pubblicazione aveva già totalizzato 50 mila condivisioni. Ma il giornale da cui è nata non esiste più

di Giulia Bondi

4 marzo 2014 – Gli episodi di autolesionismo. La solidarietà nonostante tutto. I tentativi di suicidio. Il filo spinato. Si intitola “A Guard’s story” la graphic novel nata dalla testimonianza di un ex dipendente della Serco, multinazionale che gestisce la maggior parte dei centri di detenzione per migranti in Australia. Pubblicata dal Global Mail, si basa sulle interviste e i diari del lavoratore, raccolti dal giornalista Nick Olle e illustrati da Sam Wallman.

 

 

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Clicca qui per leggere la graphic novel sul sito del Global Mail

 

A Guard’s story” ha totalizzato in brevissimo tempo oltre 50mila condivisioni, ma il magazine che l’ha pubblicata non beneficerà del suo successo. A gennaio 2014, il fondatore e unico finanziatore del Global Mail ha comunicato alla redazione la sua volontà di concludere il progetto. Per i dipendenti è arrivata la cassa integrazione, per il sito web un banner in home page, che informa della sospensione delle pubblicazioni.
Prima di lasciare l’edificio per l’ultima volta – spiega il magazine di Sidney Broadsheet in un articolo dedicato agli autori della storia  – “due dipendenti hanno cliccato ‘pubblica’ su quello che era destinato a diventare l’articolo di maggior successo nella storia della testata”.

 

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L’informatore ed ex dipendente della Serco – dice l’avvertenza all’inizio di “A Guard’s story” – ha corso “notevoli rischi” nel decidere di parlare con i giornalisti.
“Prima di lavorare al centro”, chiariscono gli autori, “riteneva di poter aiutare i migranti con il suo lavoro, dall’interno del sistema”.
La storia raccolta da Olle e illustrata da Wallman mostra contraddizioni e ipocrisia del sistema di detenzione. “Il Governo ci chiede di chiamarli clienti, e noi lo facciamo – spiega un responsabile del centro al dipendente, nel colloquio iniziale. – Se ci dicesse che si chiamano criceti, li chiameremmo criceti. Comunque sappiamo che sono detenuti”.

 

 

 

 



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