Matignon

Un web-documentario semplice e alla portata di tutti spiega ruolo e meccanismi del palazzo del governo francese, utilizzando prevalentemente la fotografia

[author] [author_image timthumb=’on’]https://fbcdn-sphotos-b-a.akamaihd.net/hphotos-ak-prn2/208826_10151525732097904_583330344_n.jpg[/author_image] [author_info]Leonardo Brogioni, fotografo, fondatore di Polifemo. Per QCodeMag autore della rubrica HarryPopper[/author_info] [/author]

16 marzo 2014 – Potrei essere in dubbio se definire “Matignon – regards croisés” uno slide-show o un web-documentario o una long form storytelling, ma è certo che si tratta di un lavoro di educazione civica. Uno strumento multimediale per il cittadino francese che vuole saperne di più su strutture, organigrammi, personale e rituali del governo. Il tutto grazie ad un uso massiccio della fotografia. Matignon è il nome del palazzo parigino dove opera il Primo Ministro francese. Luogo nevralgico di decisioni politiche, di legislazione, di visite internazionali e di riunioni istituzionali. Spesso messo in secondo piano dalla più autoritaria e affascinante Presidenza della Repubblica. L’ufficio stampa del Governo ha quindi deciso di riportare sotto la giusta luce questa struttura e ha incaricato la casa di produzione Upian di realizzare un web-documentario semplice, comprensibile e alla portata di tutti, che spiegasse ruolo e meccanismi del palazzo. Per questo progetto – che sta tra corporate, documentazione e informazione – Upian ha scelto di utilizzare la fotografia e in particolare due autori dell’agenzia Vu: Stephen Dock e Paolo Verzone.
Sí avete capito bene: il governo francese si affida alla fotografia d’autore per informare il cittadino. A vederlo dall’Italia pare roba di un altro pianeta. Il risultato è un’esperienza interattiva semplice e gradevole, senza interruzioni, priva di musica e audio, senza parti incomprensibili o noiose, a proposito della quale ho dialogato con uno degli autori: di seguito l’intervista a Paolo Verzone.

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“Matignon regards croisés” pare più che altro un lavoro di educazione civica (c’è sì una celebrazione della complessità e dell’efficienza della struttura governativa, ma c’è soprattutto la volontà di dare degli strumenti di informazione e comprensione al cittadino): questo è stato l’intento e quindi tali sono le indicazioni che hai ricevuto?

Il progetto forse lo si può definire come un lavoro di “informazione civica” ed é stato fatto per colmare una mancanza di informazioni su un luogo che é più complesso e vario di quello che il cittadino potrebbe immaginare. A Matignon infatti lavorano più di 450 persone tra funzionari, addetti alla sicurezza, cucine, tecnici e forze dell’ordine.
È un luogo abitato ventiquattro ore su ventiquattro ed è anche un luogo aperto alla società civile che incontra regolarmente il Primo Ministro e soprattutto i funzionari dei vari dipartimenti.

Si è pensato al possibile “invecchiamento” del lavoro? Governi e ministri cambiano … ci saranno aggiornamenti?

Si è pensato a uno strumento che certamente possa evolvere , cambieranno i governi e gli occupanti negli anni a venire e sarà chi subentrerà che avrà la possibilità di far evolvere il sito con nuove immagini. Se ne è parlato all’inizio del progetto e credo poterebbe essere molto interessante.

Come è nato l’assignment e come sei stato coinvolto, insieme all’altro fotografo Stephen Dock? Quanto tempo avete dedicato al progetto e come avete suddiviso il lavoro?

Il web-documentario è stato commissionato dal SIG il Service d’Information du Gouvernement ( ecco un link nel quale si spiegano bene le sue funzioni ). Il SIG ha contattato una società di produzione specializzata in web-documentari: UPIAN  che negli ultimi anni ha prodotto e realizzato alcuni tra i più importanti web-documentari che circolano in rete (Prison Valley o Alma). Upian ha cominciato quindi a cercare i fotografi che avrebbero potuto lavorare sul progetto, ha sottoposto al SIG una serie di nomi e profili diversi tra i quali hanno scelto me e Stephen Dock, è stato un percorso lineare e chiaro dove il fatto che io fossi Italiano non è stato nemmeno evocato come fattore (né pro né contro). Abbiamo dedicato da fine giugno a settembre come arco temporale per realizzare il lavoro (parlo al plurale perché di fatto dal primo istante il lavoro è stato fatto in collaborazione tra Upian, il SIG e l’Agence VU , la mia agenzia), periodo nel quale abbiamo fatto parecchie riunioni con Upian che ci ha indicato le linee guida del progetto mostrandoci l’interfaccia di quello che sarebbe poi stata la versione online. Io e Stephen siamo partiti a realizzare le prime immagini lavorando a volte insieme nella stessa situazione, ma vista con due angolazioni diverse. Per semplificare io ho molto spesso usato un dorso digitale di medio formato e Stephen una Leica e una Canon, più versatili come approccio visivo. Dopo aver fatto le prime immagini abbiamo incontrato Upian e con loro abbiamo cominciato a costruire il percorso narrativo. In totale abbiamo lavorato una decina di giorni in momenti diversi e con una permanenza diversa a seconda dell’agenda del giorno.

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Il libero accesso a luoghi “sensibili” è stato problematico? C’è stata un’accurata visione e selezione delle foto realizzate da parte del committente (il governo)? Inutile nascondere che in un progetto basato sull’immagine pubblica di politici di livello internazionale ci si aspetti qualche “filtro”

La cosa che mi ha più sorpreso è stata che nessuna foto che abbiamo proposto per la versione finale è stata tolta, vale a dire non c’è stata censura di nessun tipo. Le restrizioni ci sono state nel momento delle riprese in certe sale dove magari aveva luogo una riunione molto importante (come quella che hanno fatto sulla situazione in Siria). In questo caso la restrizione è stata solo per la durata della nostra permanenza nella sala in questione. In pratica non potevamo assistere e ascoltare soprattutto quello che avrebbero detto (comprensibile) quindi siamo restati nella fase iniziale, nella quale i ministri o gli interlocutori del caso entrano e cominciano ad elencare gli argomenti. Poco prima che cominciassero a discutere nello specifico dei temi uscivamo. In altre situazioni siamo potuti restare per parecchio tempo quando il tema non riguardava sicurezza o crisi internazionali.

Un web documentario è un complesso lavoro di equipe (accanto al fotografo c’è una regia, sviluppatori per il web, redattori di testi, grafici, etc etc): sono stati più gli elementi positivi (di arricchimento) o quelli negativi (contrasti)?

Il bilancio dell’esperienza è senz’altro positivo perché ha costretto sia me che Stephen Dock a rimettere in questione il concetto di documentazione di un luogo e dei suoi occupanti. Il fatto di lavorare con un gruppo totale di circa 25 persone tra Upian, VU e il SIG ha reso il tutto molto vario e le discussioni sono state sempre volte a trovare il modo di far dialogare tutte le parti in questione. Visivamente una serie di argomenti dovevano essere trattati e risolti – il rapporto con la società civile (riunioni con sindacati o rappresentanti di associazioni), il lavoro dei funzionari, il lavoro nelle cucine, la sicurezza, i ministri in riunione con il primo ministro, il primo ministro da solo al lavoro, le visite ufficiali – ma con la percezione che tutto sarebbe stato messo sullo stesso piano perché il vero protagonista é stato Matignon.
All’inizio abbiamo aperto un account su “basecamp”  una piattaforma che permette di dialogare e condividere informazioni su un determinato progetto (e tutte le informazioni sono condivise solo tra le persone direttamente coinvolte nel lavoro), ogni iscritto alla discussione é sempre al corrente di quello che accade attraverso i messaggi quotidiani e i documenti che sono condivisi dai vari partecipanti che in questo caso erano il SIG, Upian, Vu e noi fotografi.

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Cambia la grammatica del linguaggio fotografico in un progetto del genere? Un fotografo pensa e scatta in modo diverso dal solito?

Assolutamente sì, questo è stato uno dei primi elementi che abbiamo scoperto e affrontato. Essendo stato il progetto pensato per il web e più applicazioni, ad esempio ci hanno detto chiaramente che se avessimo fatto un’inquadratura con un soggetto molto laterale questo sarebbe probabilmente stato tagliato, in automatico, a seconda del mezzo usato (iphone , ipad, computer). Le inquadrature hanno sempre dovuto tener conto di questo elemento, solo il centro dell’immagine e le parti più prossime ad esso sarebbero state sicuramente ok per tutte le piattaforme. Io per sicurezza ho ragionato quasi in quadrato anche se il formato che ho usato mi ha molto avvantaggiato (tipo 6×7).

Perché è stato deciso di non inserire contributi audio?

Credo per mantenere un’unità stilistica e una semplicità di navigazione senza troppi livelli. La richiesta era chiara: uno strumento alla portata di tutti (anche di chi non ha a disposizione una connessione internet veloce). L’inserimento di contributi audio avrebbe appesantito la struttura e credo tra l’altro che sarebbe costata di più.

Secondo te perché è stata scelta la fotografia e non il video per quest’operazione?

Credo sia stata scelta perché permette di creare dei multimedia con dei costi di produzione più bassi rispetto a quelli con parti filmate.

C’è stata risonanza per il lavoro? Insomma … possiamo definirla un’operazione riuscita da parte del governo?

Credo sia presto per dirlo. È uno strumento progettato per essere online in modo permanente con degli eventuali aggiornamenti in futuro, è stato chiaro dall’inizio che non si stava lavorando su materiale “da consumare velocemente” e che quindi i bilanci sarebbero stati su un lungo termine.

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L’articolo è stato pubblicato anche su Fotografia&Informazione

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