Save Beirut Heritage

Come in un edificio parigino (quello di Georges Perec ne ‘La vita istruzioni per l’uso”) o a palazzo Yacoubian con Ala al-Aswani al Cairo, mi sono trovata a salire e scendere scale di palazzi, entrare nelle case della gente e stare seduta nei salotti più disparati di Beirut, con la libertà di guardarmi in giro come fossi una mosca.

Beirut, foto testo e video di Alessandra Fava

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Tutto è partito da un fast food. Naji finisce un panino e Sam sgranocchia delle patatine fritte con Ketchup. ”Qui con 3 mila lire (un euro e mezzo circa ndr.) mangi e bevi ma il posto è vuoto perchè la gente vuole andare in un bar chic, un concept store come li chiamano adesso ed è felice di spendere 12 mila lire (6 euro ndr.) per un sandwich. Così fanno la foto e la mettono su Facebook. Questo quartiere sta diventando uno schifo e si sta riempendo di cretini”. Naji Raji è il fondatore di Save Beirut Heritage, una ong che combatte la cementificazione selvaggia. Disegnatore d’interni, una nonna italiana che gli ha lasciato poco della nostra lingua se non parole sparpagliate come ”’bello’ o ”amore”, Naji non ha mezzi termini per la gentrificazione di Gemmayzeh: ”Qui ormai è pieno di madame toc toc”, aggiunge piccato. Toc toc sarebbe il rumore dei tacchi sul selciato. Intanto arriva Joana, un’altra attivista. Nata e vissuta a Parigi, conosce l’Italia e adora Sanremo, madeleine della sua infanzia perchè ricorda sua madre che faceva shopping in una boutique che si chiamava ”Moda” … ”e qualcosa d’altro che non ricordo – dice – E poi c’era una passeggiata piena zeppa di fiori”.  Joana ha 31 anni, fa la consulente di comunicazione d’azienda ed è tornata a vivere a Beirut quattro anni fa quando i suoi genitori hanno deciso di ”tornare a casa”. ”All’inizio è stato molto difficile – dice – Ero spaventata e non riuscivo ad abituarmi. Parigi è una metropoli, questa è una città internazionale ma molto più piccola e pericolosa. Adesso che ho degli amici mi sento più a mio agio, tre anni fa ho anche incontrato quelli di Save Beirut e ho cominciato a fare attivismo con loro. Ogni due o tre mesi però devo fare un viaggio per uscire dalle tensioni di questa città e di questo paese”.

Save Beirut Heritage tenta di conservare il patrimonio di Beirut, l’architettura che si è depositata dall’epoca ottomana ai giorni nostri, oggi minacciata dall’ennesima speculazione edilizia che da metà degli anni Novanta trasforma edifici a quattro piani in torri enormi, anche di 30 piani, grattacieli che oscurano il cielo, desertificano il commercio dei quartieri perchè in alcuni casi hanno anche dei mall e securizzano intere aree prima pubbliche con telecamere e body guard. Per questo nel loro sito  hanno iniziato a mappare i tesori di difendere. La sfida non è facile perchè per cambiare trend, prima di tutto bisogna sensibilizzare la gente e connettere le persone tra loro.

E’ quello che tentano di fare gli attivisti di Save Beirut Heritage questo pomeriggio volantinando casa per casa in preparazione di una manifestazione contro la costruzione di un’autostrada dal porto al centro città, dal corso Charles-Helou a Mar Mitr, dedicata a Fouad. Un’autostrada a sei corsie, progettata nel 1961 e ora rispolverata dall’amministrazione.

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Il trio, Joana, Naji e Sam passa quindi da una tipografia ma per una maglietta stampata chiedono 12 mila lire e poi a che prezzo si vende alla manifestazione di sabato? Impossibile.
Così, raccolti i volantini, si parte col primo palazzo. Un androne buio, uno scalone di marmo, nessuna ascensore e cinque piani da fare a piedi, suonando a tutti i campanelli e bussando a tutte le porte. ”Conosce il progetto? – attacca sicuro Naji con la prima che apre la porta – qui davanti passerà un’autostrada a sei corsie, sventrerà 32 immobili di Achrafyie, scaccerà 150 famiglie circa, la maggior parte non saranno neppure rimborsati. Di fatto la città sarà tagliata in due”. ”Sì lo so, è una cosa terribile – dice una signora sulla sessantina con una bella pettinatura bionda – vengo anche io alla manifestazione. Grazie. Bravi”. Al piano terra c’è un parrucchiere, un anziano signore gesticola: ”Beh, se l’autostrada la fanno passare dietro, sai dove c’è la fabbrica di piastrelle, allora va bene. E poi magari con l’autostrada la zona acquista valore e gli immobili varranno di più”, dice sventolando le grandi mani tra lavandini per il lavaggio della testa e un carrello di spazzole e bigodini. ”Ma che autostrada – afferma Naji con passione appena usciamo – ti rendi conto questo dice, basta che la facciano un po’ più in là l’autostrada. Non si rendono proprio conto che questo quartiere perderà ogni valore e diventerà uno schifo. C’è troppa gente che non è ben informata”.

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Naji e Sam corrono come saette su per le scale, divorano altri piani. Suonano alle porte. Molte dei cognomi finiscono in -ina, -Kian, sono gli armeni fuggiti qui prima e durante il genocidio turco. Una famiglia ci accoglie sull’uscio. Lei è vestita, il marito arriva elegantissimo, e fasciato in una veste da camera: succede spesso di incontrare gente in vestaglia di lana, è un modo per riscaldarsi visto che in queste giornate piove a dirotto ed è inverno. Nel corridoio con una luce calda, una bella lampada e un quadro appeso, arriva anche il figlio. Ascoltano tutti attenti le spiegazioni del trio di Save Beirut e firmano la petizione. Il vicino di casa ha aperto anche lui. E’ un uomo sulla quarantina, si appassiona all’argomento ”so tutto, bisogna che ci facciamo sentire”, dice.

E via giù per le scale. Torniamo in strada ed entriamo in un magnifico palazzo con un grande androne e delle grandi finestre che illuminano le scale. In basso c’è anche una teca con la sacra famiglia. ”Il palazzo è tutto nostro – dice la signora del piano terra – figuriamoci se voglio che costruiscano un’autostrada davanti, porterà rumore, inquinamento e sporcizia”. Conquistata la padrona dell’edificio tutti gli inquilini firmano.

Poi Naji parte come un furetto, ingoia qualche gradino, entra in una viuzza, suona i citofoni, chiama la gente per nome e saliamo in un altro palazzo. All’ultimo piano sta uno psicologo che lui conosce, apre una ragazza e dietro un bel salotto, luminoso, con divani, sofà, un arredo moderno ”purtroppo non posso venire sabato – dice – ma ho firmato la petizione online e sono con voi”.
Si riscende e si entra in un altro palazzo. Questa volta è uno stabile degli anni Sessanta, tutto piastrellato di piccole tessere verdastre che danno un colore scuro a tutto l’ambiente. Ci apre una signora sonnolenta e cotonata, con dei capelli scuri. E’ seduta sul divano e scrive al computer. Il marito anziano sta è semicoricato su una poltrona con una coperta addosso. Ci fanno accomodare in salotto, pieno zeppo di statuine, portaceneri e cuscini. I due firmano e via.

Finalmente entriamo in un’ennesimo portone. Saliamo in alto. Suona a destra. Suona a sinistra. Una porta si apre e compare una signora. I ragazzi lasciano il volantino, informano. Dopo un po’ si apre anche l’altra porta. ”Avevo paura dei ladri – dice un uomo, facendo ancora scudo alla moglie e due figlie piccole – Ho visto alla porta degli uomini e delle donne. Ho pensato questi fanno il solito trucco, poi entrano e mi svaligiano la casa. Allora sono corso di là, ho preso la pistola e ho detto alle ragazzine, andate di là in salotto. Non sono tempi facili”. Adesso ride di gusto delle sue paure.
Il salotto si affaccia verso il mare dove intanto è spuntato il sole. Arriva una luce calda dalle tende del salotto, pieno di tappeti, lampadari e oggetti d’antiquariato. Ci fa accomodare e firma anche lui.

Infine prendiamo una scalinata all’aperto che sale verso la collina. ”Passo tutti i giorni da questa scala – dice Carla, 26 anni – sono nata in questo quartiere e abito qui sotto. Grazie alla scala arrivo subito al mio ufficio. Ora vogliono costruire un palazzo enorme, inglobando queste due case, più tutto il terreno che c’è dietro. Ieri sono venuti a tagliare gli alberi e si è riunita una folla per protestare. Continueremo la protesta, perchè la costruzione del palazzo vuol dire che non si passerà più di qui anche se in teoria è una strada pubblica e magari io dovrò prendere il taxi facendo dei giri lunghissimi per andare al lavoro. E’ assurdo. Stanno rovinando tutta Beirut”.
In cima alla scala infatti c’è una catasta di legna e il comune ha anche affisso dei manifesti con l’autorizzazione a ripulire l’area in vista della costruzione. In basso c’è un palazzo. Al piano terra vive una famiglia. Nella veranda c’è una grande lavagna dove due bambini hanno scritto con i gessetti colorati frasi in francese come ”princesse Layla”. La nonna si affaccia fasciata da una vestaglia azzurra e ascolta i ragazzi che parlano della manifestazione. ”Qui rischiamo di non vedere più il cielo”, dice.

Intanto anche in rete qualcuno parla della manifestazione.  Save Beirut Heritage ‏@beirutheritage ha twittato che il progetto Fouad Boutros ”distruggerà 32 proprietà e ne danneggerà altre 33”. Rita invita a firmare la petizione (http://www.change.org/petitions/stop-the-highway-build-the-fouad-boutros-park/share). Habib dice di unirsi alla manifestazione di sabato e la guida online BeirutCityGuide la inserisce nelle 11 cose migliori da fare nel fine settimana.



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