A Gaza ho capito il Mediterraneo

Intervista a Ludovica, che ha vissuto a Gaza dal settembre 2012 a giugno del 2013, lavorando come area manager per una organizzazione non governativa internazionale

 [author] [author_image timthumb=’on’]http://www.qcodemag.it/wp-content/uploads/2014/06/virginia-fiume.jpg[/author_image] [author_info]di Virginia Fiume, da Vancouver (Canada)@GillaFiume. Cantastorie vagabonda. Lavora come social media editor e content curator. Lavora solo sulle storie che non può fare a meno di raccontare. Il suo blog è www.virginiafiume.com. A Vancouver ha realizzato l’approfondimento sulla cannabis terapeutica Una cannetta in Canada[/author_info] [/author]

26 luglio 2014 – La capacità di raccontare colori, rumori e emozioni. Conosco Ludovica da 22 anni e questo suo talento l’ho sempre invidiato. Le ho chiesto di raccontarmi la sua Gaza non solo perché lì ha passato nove mesi della sua vita, non solo per la sua esperienza nei progetti di cooperazione internazionale dalla Birmania al Sud Africa, ma anche e forse soprattutto perché lei Gaza messa in ginocchio dalla guerra l’ha vista con i suoi occhi. Era il novembre del 2012 e l’ “operazione” era Pillar of Defense. “Per favore, non soffermarti troppo su Pillar of Defense, è più importante raccontare quello che sta succedendo ora” mi dice quando stiamo per chiudere la nostra intervista.

“Riesco a parlare con i miei amici ed ex colleghi alla sera, dopo l’iftar, il pasto serale con cui i musulmani chiudono le giornate di digiuno durante il Ramadan” dice, mentre io ascoltandola ricordo qualcosa che ha pubblicato recentemente sulla sua pagina Facebook, una frase che lei ha scritto proprio dopo una di queste conversazioni notturne:

“Io dico – scrive Ludovica – habibi, amico mio, la paura è istintiva. Quando Israele attaccava provavo una paura infernale”

“Lui risponde – in questo dialogo riportato – habibti, amica mia, terrorizzerebbe anche me perché nella tua vita ci sono moltissime cose interessanti, per cui vale la pena di vivere. Ma tu sei stata qui e quindi hai un’idea di che cosa sia la nostra vita. È vita quella che viviamo qui a Gaza?!”

Una frase dolorosa nel suo essere paradossale. La mia mente incespica nell’immaginare il contrasto tra queste parole e la risposta di Ludovica alla mia domanda: qual è la cosa più bella che ti viene in mente pensando a Gaza? “La sua mediterraneità” mi risponde “sono arrivata a Gaza dopo tre anni in Birmania e un anno in Sud Africa, luoghi molto diversi da quelli a cui ero abituata e di cui apprezzavo il diverso approccio alla vita, la diversità culturale. Ma quella vicinanza che ti sanno dimostrare le persone a Gaza per me è la cosa più bella. ”. L’ultimo posto di mondo in cui ha lavorato Ludovica prima di arrivare nella Striscia era stato East London, una città del Capo Orientale del Sud Africa di poco più di 200.000 abitanti.

 

pescatori2-foto di ludovica

“A East London ho sofferto molto la solitudine” spiega Ludovica “Gaza City – raggiunta dopo un viaggio in macchina nella parte nord della Striscia, dopo il passaggio di Eretz, il confine controllato da Israele – era tutta vita. Gente che chiacchiera e bambini che giocano per strada, tantissima gente. Carretti che trasportano cemento e macerie. Mi ha subito ricordato le città che avevo visto in alcuni viaggi in Maghreb o in Medio Oriente: gli asinelli, i venditori di shawarma. Le donne, alcune col burqa, altre no. Non immaginarti persone che muoiono di fame o bambini con la pancia gonfia o persone depresse. Ci sono i taxi, c’è il porto con il mercato del pesce e il mercato delle spezie. La gente vive. Vive perché Gaza è semi-chiusa, perché ogni tanto l’Egitto apre il confine, perché c’è l’UNRWA, l’agenzia delle Nazioni Unite per i rifugiati palestinesi”. Mi spiega che quella di Gaza nel quotidiano non è un’emergenza nel senso che intendiamo noi. È invece quella che nel gergo delle organizzazioni non governative si chiama emergenza cronica: “si tratta di una situazione causata da una causa di natura politica, incancrenita”.

Aperta, chiusa, dentro, fuori. Gli aggettivi per descrivere Gaza e la presenza sia degli internazionali che dei gazawi sono davvero particolari, non si usano per molti altri posti del mondo. Si comprende meglio il significato di queste parole chiedendo a Ludovica di raccontare il suo primo ricordo di Gaza.

“Sono arrivata a Eretz, il posto di confine, in taxi, dopo alcuni giorni a Gerusalemme trascorsi per la maggior parte nell’ufficio della mia organizzazione nella parte est della città. Quando sono partita da Gerusalemme verso Gaza confesso che non avevo le idee molto chiare. Sapevo che il percorso era di circa 60 km, non capivo come le persone potessero rispondere alla mia domanda su quanto ci avremmo messo ad arrivare dicendo “quattro ore”. In effetti il viaggio è durato anche meno di un’ora. A Eretz sono rimasta davvero colpita per la prima volta. Mi aspettavo un checkpoint più simile a quelli che avevo visto raccontati dalla Cisgiordania: una postazione con dietro alcuni soldati israeliani. Invece mi sono trovata davanti quello che sembrava il terminal di un aeroporto. Avevo tutti i documenti in regola ma il disorientamento non mi faceva sentire tranquilla. Se non sei con qualcuno che ha già fatto quel percorso la prima volta è pesante. Non puoi fare domande, nessuno ti spiega niente. A differenza della Cisgiordania le code a questo checkpoint non sono chilometriche. Al massimo puoi trovare una decina di persone, per lo più cooperanti, pochissimi palestinesi date le limitazioni. Quando il soldato prende il tuo passaporto possono passare dieci minuti o un’ora. E non sai che cosa è di te. Passato il primo controllo entri in questa specie di aeroporto. La scena è simile a quella di un aeroporto italiano, con due file diverse: una per gli internazionali e una per i palestinesi. Ero talmente pallida quando sono arrivata dall’addetta alla sicurezza israeliana che mi ha detto “stai tranquilla”. Superato il gabbiotto inizia un percorso labirintico, tutto murato, in cui non si intravede la fine e puoi solo domandarti “chissà dove finirò”. E alla fine un ultimo tornello. Altri dieci metri con le grate e poi una porta che sembra la porta del Bianconiglio di Alice nel Paese delle meraviglie”.

Mentre Ludovica racconta me la immagino in attesa di capire come lasciare il terminale, mentre guarda una porta metallica che non si apre con una cella automatica. “Il comando arriva dal posto di controllo israeliano. Quando ti vedono aprono la porta in maniera automatica”. A quel punto sei a Gaza. Inizia un percorso di un chilometro che ti porta verso altre due casupole. Hamsa – Hamsa (5-5 in arabo) e Arba – Arba (4-4). Sono i posti di controllo di Fatah e Hamas. L’ultimo è dove la valigia viene ri-ispezionata, per vedere che non contenga alcol, droga o pornografia. Questa cosa della pornografia l’ho scoperta quando mi hanno chiesto che cosa fosse un film di Fellini, mi pare La dolce vita, dove appare il corpo di una donna.” Ludovica mi spiega che i due posti di controllo sono più facili da affrontare: “riconosci il linguaggio del corpo, quel modo mediterraneo di farsi capire con i gesti, con il tono delle voce”.

Poi la macchina che la aspetta, il percorso da nord verso sud, dalla desolazione disabitata della buffer zone, la zona che pur essendo all’interno della Striscia di Gaza, non può essere raggiunta  dai palestinesi, perché troppo vicina al confine.  Un percorso attraverso i villaggi verso la vitalità della città. Quello stesso itinerario che Ludovica ha percorso a ritroso nel novembre del 2012 quando ha lasciato Gaza City dopo i primi giorni di bombardamenti dell’operazione Pillar of Defense. “Quest’ultimo chilometro a piedi, quello dei due posti di controllo palestinesi, è quello che mi ha fatto più paura quando abbiamo evacuato. Nonostante le nostre organizzazioni fossero coordinate con Israele per creare un cordone umanitario i bombardamenti continuavano, così come il lancio di razzi dalla Striscia. Sapevo benissimo che i razzi spesso cadono all’interno di Gaza, proprio nella buffer zone”.

“Quando è scoppiata la guerra del 2012 mi trovavo al nord, con un gruppo di gazawi, per realizzare delle interviste per un progetto. Dopo alcuni giorni particolarmente caldi, di lanci di razzi e raid aerei, in cui ci avevano obbligati a restare in casa, ci avevano detto che potevamo tornare al lavoro. A un certo punto abbiamo ricevuto la notizia della morte di Al Jabari, uno dei leader di Hamas. Si apriranno le porte dell’inferno qualcuno ha chiosato. Tra quella telefonata e i primi aerei e droni in arrivo da Tel Aviv sono passati pochi istanti. Abbiamo guidato verso casa, come in un film, in un percorso di tentativi per tenere sotto controllo le traiettorie delle bombe. Il momento peggiore è stato quando ho salutato il mio collega e amico. Lui è tornato a casa e io nella guesthouse dove alloggiavo in quel momento. Sapevo bene che – comunque fosse andata – di lì a poche ore o pochi giorni avrei lasciato Gaza. Nei suoi occhi invece non c’era nessuna prospettiva, nei suoi occhi c’era solo Piombo Fuso, il massacro del dicembre 2008. In quelle situazioni per fortuna sono altri a decidere per te. Io non avrei saputo decidere lucidamente. Nel mio cuore non volevo fare altro che andare via, non avrei tollerato una bomba di più. Ma ti si spacca il cuore. Sapevo che rimanere non sarebbe servito a niente, la mia ong non è Medici Senza Frontiere o la Croce Rossa, ma dover lasciare lì delle persone…”.
Ludovica ci tiene a specificare che lei può parlare di quello che ha visto e vissuto, che un anno e mezzo fa non aveva capito che la situazione si stesse scaldando così tanto da diventare un massacro: “ero vergine di guerra” dice “ora la situazione è stata diversa: i tre ragazzini coloni israeliani uccisi, l’accordo tra Fatah e Hamas, …”. Quello che sa è che questa volta Protective Edge è molto peggiore. “Prende di mira i centri abitati. E chi ha visto Gaza o ha letto almeno un po’ come si vive lì sa che se anche vengono lanciati i volantini che invitano ad evacuare non c’è nessun posto sicuro. E poi è Ramadan. E il digiuno viene rispettato. La popolazione è molto più stanca”.

Le persone che conosce Ludovica, quelle dei collegamenti via skype al tramonto, non lavorano negli ospedali, non sono in giro per la città. Sono persone che stanno in famiglia,  in casa. Sentono le bombe sempre più vicine. Non dormono perché è meglio l’insonnia al rischio di svegliarsi nel cuore della notte spaventati a morte da un’esplosione.

L’altalena di emozioni di Ludovica per me si sta per fermare. La posso solo lasciare alla sua ricerca spasmodica di informazioni di prima mano. E alla speranza di poter sentire i suoi amici, i suoi ex colleghi anche il giorno successivo. “L’altra volta, dopo l’evacuazione, quando parlavo con i gazawi non avevo la sensazione che sarebbero potuti morire. Questa volta quando riattacco penso non è così detto. Non so se è una mia sensazione personale, ma mi sembra un attacco molto più forte”.

Le chiedo qual è la storia su Gaza che vorrebbe che tutti potessero sapere. Risponde velocissima: “che ci sono molte più persone di quanto si creda che desiderano un unico stato in cui tutti possano vivere insieme, senza barriere”. Per farmi capire si spiega con un esempio: “durante Pillar of Defense il padre del logista della mia organizzazione, riceveva tantissime telefonate da Israele. Erano i suoi datori di lavoro, quelli per cui aveva lavorato quando i gazawi potevano andare in Israele. Se esistono questi rapporti tra le persone significa che ci possono essere dei rapporti normali. Al di là del sionismo e dell’anti-sionismo e delle analisi geo-politiche, bisogna che si comprenda, che la politica comprenda, che quella di Gaza e dei palestinesi è una situazione non più sostenibile. Non è sostenibile che un’intera popolazione non abbia una vita, che ci siano persone che possano pensare che la loro vita non ha un valore. Se pensi che a 60 km, a Jaffa o a Tel Aviv un’altra vita è possibile e poi vedi questo posto in ginocchio, se ti rendi conto di tutto questo puoi ragionare al di là dell’ingiustizia. Si può ragionare in modo che nessuno ti debba dire la frase è vita quella viviamo a Gaza?”.

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