Okey Ndibe: il prezzo di Dio

Fino a che punto può arrivare la disperazione di un immigrato quando si rende conto che i sogni che aveva coltivato lasciando il proprio Paese sono destinati a non realizzarsi mai?

di Gabriella Grasso

È una delle domande che pone Il prezzo di Dio dello scrittore nigeriano Okey Ndibe (Clichy, euro 17). Il protagonista Ike ha lasciato la Nigeria per studiare negli Usa e poi, forte dei suoi attestati, trovare un buon lavoro. Ma quando lo ha cercato, gli hanno risposto che il suo accento è troppo strano e che nessuna azienda americana sarà disposta ad assumere qualcuno che parla così. Ike quindi ha ripiegato sul mestiere di tassista. Nel frattempo, per ottenere la green card, si è anche sposato con un’afroamericana problematica che, al momento del divorzio, gli ha portato via tutti i risparmi. Disperato, ha iniziato a giocare d’azzardo rendendo la propria posizione economica ancora più drammatica. Un giorno viene a sapere di una galleria di New York, la Foreing Gods, Inc., dove sono messi in vendita, a prezzi altissimi, statue di dei esotici. Così Ike concepisce un piano terribile: tornerà al suo villaggio in Nigeria e ruberà la statua di Ngene, il dio della guerra cui la sua gente è devota da generazioni.

Okey Ndibe vive negli Stati Uniti: è venuto di recente in Italia per partecipare al Festivaletteratura di Mantova. Lo abbiamo incontrato.

Lei ha scelto di raccontare la disperazione di un immigrato che vede crollare tutti i suoi sogni: perché?

«Credo si tratti di una delle questioni più importanti in questo nostro mondo globalizzato. La gente migra da una parte all’altra della Terra in cerca di una vita migliore; gli Stati Uniti in particolare si presentano come il paradiso per i migranti, perché nascono da un’esperienza di migrazione. Ma vivendo lì mi sono accorto che la realtà è diversa. I tassisti, per esempio, provengono quasi sempre dal Pakistan, dal Bangladesh, dall’Europa dell’Est e molti hanno lauree, master, persino dottorati. Hanno cercato lavoro in ambito accademico o aziendale, ma non l’hanno trovato. E siccome l’America non fa sconti, e le bollette bisogna pagarle, sono finiti a guidare un’auto. Mi interessava parlare di come gli Stati Uniti, e l’Occidente in generale, non sono all’altezza delle aspettative dei migranti. E non solo perché il numero di chi si sposta è aumentato. Il punto è che nonostante questa idea del “villaggio globale”, rimane la tendenza a guardare alle persone attraverso degli stereotipi. Ci sono ancora paure e diffidenze nei confronti di chi appare diverso, parla e mangia in maniera diversa. È ancora profondamente radicata l’idea dell’esotico».

La diffidenza esiste dappertutto: anche al villaggio nigeriano di Ike la gente guarda ai bianchi, e agli Stati Uniti, attraverso la lente deformante dello stereotipo.

«C’è una forte correlazione tra il potere economico e le fantasie che hai sul mondo. Al villaggio di Ike un gruppo di uomini si riunisce davanti alla tv a guardare Magic Johnson giocare a basket. Non riescono a credere che esista qualcuno che è pagato così tanto per fare qualcosa di apparentemente semplice come mettere un pallone in un canestro. Gli Stati Uniti esercitano un fascino particolare: tutti in Nigeria sognano di essere americani. Tempo fa ho insegnato in una università nigeriana e gli alunni usavano con me – a sproposito tra l’altro – parole dello slang americano. Però, quando ho fatto notare ad alcuni di loro che non potevano arrivare in classe con 40 minuti di ritardo, mi hanno chiamato “americano”, come se chiedendo puntualità avessi adottato il senso del tempo degli Stati Uniti, tradendo il mio essere nigeriano. Ci sono molte idee sbagliate sui bianchi. Nella mia cultura se qualcuno si lava spesso le mani si dice che “vuole essere pulito come un bianco”. Così io sono cresciuto pensando che i bianchi fossero le persone più pulite della terra. Poi sono arrivato negli Usa e ho visto uomini che, dopo aver maneggiato il denaro, prendevano in mano un pezzo di pizza e, infine, si leccavano le dita. Nessuno della mia cultura lo farebbe. Ci sono poi anche molte esagerazioni, come: non bisognerebbe sposare una bianca perché non sa stare al suo posto. In effetti i miei amici nigeriani sono sempre scioccati quando gli racconto che cucino. Mettono in dubbio che io sia ancora un uomo…».

È lo shock culturale a rendere difficile l’integrazione nei Paesi di arrivo?

«Sì, anche. Per esempio, in Nigeria i matrimoni sono stabili. Non per forza felici, ma stabili. Al contrario, le coppie nigeriane che vivono negli Usa o in Gran Bretagna hanno spesso dei problemi. In Nigeria un uomo non fa niente in casa. Non cucina (e spesso la moglie non glielo lascerebbe fare) e non si occupa dei figli: se un bambino piange per tre ore perché ha bisogno di essere cambiato, lui comunque aspetterà il rientro della moglie. Ma in Nigeria, se appartieni alla classe media, puoi facilmente permetterti un aiuto domestico: le donne hanno chi cucina e fa la spesa per loro. All’estero invece non se lo possono permettere. Così le nigeriane che vivono negli Usa o in GB e lavorano come i coniugi, se non di più, non ce la fanno a reggere il doppio carico. Iniziano a ribellarsi, a chiedere l’aiuto dei mariti. I quali rifiutano: e la coppia va in crisi. Questo è solo un esempio di quanto possa essere difficile adattarsi a nuove situazioni e nuove mentalità».

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Nel decidere di rubare il dio del suo villaggio, Ike rinuncia di fatto alla propria identità, a ciò in cui ha sempre creduto: una scelta molto radicale.

«Per integrarsi in un Paese che ha fatto dei soldi la propria divinità, Ike ha assoluto bisogno di diventare ricco. Ci sono molti tassisti laureati che sono in pace con le proprie scelte di vita: hanno una famiglia da mantenere e fanno ciò che devono. Per Ike non è così: lui non riesce a perdonare all’America di non avergli dato un posto in un’azienda. Poi divorzia e perde tutto, mentre sua madre e sua sorella, dalla Nigeria, gli chiedono aiuto economico e lui si sente in colpa per non poterglielo dare. Ha bisogno di soldi, disperatamente: avrebbe voluto guadagnarseli lavorando a Wall Street, ma non gli è stato concesso. La sua vita è un inferno. Inizia a giocare d’azzardo. E quando è al culmine della disperazione perde anche il senso della propria spiritualità e prende la più atroce delle decisioni».

La moglie di Ike è una capricciosa afroamericana che quando vuole insultarlo lo chiama “zulu”. Il loro rapporto è paradigmatico di quello tra immigrati africani e afroamericani?

«No, la loro è soprattutto una relazione socialmente squilibrata. Spesso gli immigrati che hanno bisogno della green card per vivere negli Usa e proseguire con gli studi sposano donne di livello culturale inferiore che accettano denaro in cambio di un finto matrimonio. Poi, una volta finiti gli studi, le lasciano e cercano una moglie più affine. Anche Ike si sposa per necessità. Ciò detto, è però vero che i rapporti tra immigrati africani e afroamericani non sono sempre facili. Alcuni afroamericani rimproverano agli africani il loro successo. Ritengono che sia ingiusto che possano ricoprire posizioni sulla base dell’Affirmative Action (uno strumento politico che mira a ristabilire l’equità sociale, anche offrendo agevolazioni alle minoranze nella scuola e nel lavoro, ndr) perché, dicono, dovrebbe essere applicato solo per risarcire gli afroamericani delle ingiustizie storiche subite. Da parte loro, molti africani arrivano negli Usa con una grandissima determinazione, decisi a diventare i migliori nel proprio campo; quando vedono che gli afroamericani non hanno lo stesso atteggiamento, alcuni pensano: forse è vero ciò che i razzisti dicono, sono davvero inferiori. Non capiscono che la situazione è ben più complessa. Io ho studiato in Nigeria, i miei compagni di corso erano neri, quindi non ho mai dovuto confrontarmi con la presunta superiorità bianca. Quando sono arrivato negli Usa ero pronto a competere con qualunque mio collega, indipendentemente dal colore. Ma se fossi cresciuto negli Usa, dove i ragazzini a scuola alzano la mano per prendere la parola e l’insegnante li ignora per via del colore della loro pelle, avrei imparato sin da piccolo a pensarmi “inferiore”. La presunta pigrizia di cui alcuni immigrati africani accusano gli afroamericani è il risultato di anni di ingiustizie. Ovviamente però ci sono tanti afroamericani e molti africani, come me, che ritengono che bisognerebbe unirsi per combattere le stesse battaglie».

Come nel suo, anche in altri libri recenti di autori nigeriani (penso ad Americanah di Chimamanda Ngozi Adichie e In cerca di Transwonderland di Noo Saro-Wiwa) si racconta dell’enorme diffusione, nel suo Paese, di chiese cristiane di ogni genere. Come spiega questo fenomeno?
«In molti Paesi africani, di sicuro in buona parte della Nigeria, le istituzioni sociali sono assenti oppure inefficienti. L’assistenza medica non esiste e può farsi curare solo chi ha i soldi per andare all’estero. Ci sono persone che contraggono malattie che dovrebbero essere scomparse da tempo, oppure che si ritrovano con un cancro all’ultimo stadio perché non esiste alcun tipo di prevenzione. La disperazione che provano è grande. E i pastori fanno una cosa semplice: offrono una spiegazione diabolica per ogni malattia. Dicono per esempio: “Il tuo non è un problema di cellule cancerose; in realtà Dio voleva che tu fossi milionario, però un tuo nemico ha fatto qualcosa di diabolico per impedirtelo, per farti soffrire e morire. Ma se mi dai il 10% o più di ciò che guadagni, farò un miracolo e tu guarirai e avrai i tuoi milioni”. Quando ti diagnosticano un tumore all’ultimo stadio, quando non riesci a dare un senso alla tua vita, quando non hai i soldi per mangiare o mandare i tuoi figli a scuola, e un pastore ti dice che Dio vuole che tu abbia salute e denaro ma c’è qualcuno che sta cercando di impedirtelo, tu ci credi. Questi pastori fanno ciò che facevano alcuni guaritori tradizionali prima del colonialismo e del cristianesimo: approfittano della superstizione della gente, fornendo spiegazioni diaboliche per le loro disgrazie. La differenza è che lo fanno in nome della Bibbia. Inoltre, se prima il fenomeno era su scala ridotta, limitato a uno o un paio di villaggi, ora le chiese comunicano attraverso la tv, la radio. Le strade nigeriane sono affollate di cartelloni pubblicitari che promettono miracoli. E dato che c’è molta più disperazione, si è disposti più facilmente ad affidarsi a un pastore straniero, del cui passato non si conosce nulla, credendo che sia davvero un uomo di Dio».



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