L’Olocausto climatico

E’ molto raro imbattersi in una discussione che si percepisce importante se non fondamentale per le sorti dell’umanità.

di Bruno Giorgini

A me è accaduto sfogliando quasi per caso Black Earh: the Holocaust as History and Warning (Terra Nera: l’Olocausto come Storia e Prospettiva, trad. mia dove la parola inquietante è: prospettiva, il futuro, warning anche avvertimento, preavviso), recentissimo libro di Timothy Snyder appunto sull’olocausto climatico.

Snyder è uno storico molto noto professore a Yale, e le sue tesi hanno suscitato un dibattito che corre tra Harvard, Cambridge, Sorbonne ecc.. travalicando i muri delle università per riversarsi sulla pagine di Le Monde, il New York Times, The Guardian e altri ce ne sono – nessuno italico per ora, se non sbaglio – con una grande partecipazione dei lettori; per esempio un articolo sul Guardian online ha avuto più di trentaduemila (32000) commenti. E non si tratta di articoli divulgativi, quando il dotto offre al volgo una versione semplificata della sua scienza, magari in versione spettacolare pour épater les bourgeois; tutt’altro, l’intera problematicità viene messa in gioco e proposta al grande pubblico, anche perchè del nostro destino, di ognuno di noi abitanti la terra, si tratta, e chi prende parola pubblica su questo sa di assumersi una responsabilità non solo e non tanto accademica ma ethica (ethos, abitare, ethico è ciò che rende abitabile il mondo).

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Ora io non tenterò nemmeno alla lontana di schematizzare e/o sintetizzare l’insieme degli argomenti, delle polemiche, delle riflessioni in campo: ci vorrebbe una tesi o almeno un saggio lungo. Cercherò invece di disegnare il mio personale percorso, necessariamente parziale, tra l’altro riferendomi pure a altri due testi, il famosissimo Collasso di Jared Diamond (2005), e Il Crollo della Civiltà Occidentale (titolo originale The Collapse Of Western Civilization: A View From The Future, 2014) di Naomi Oreskes, storica della scienza di Harvard, e Erik Conway anch’egli storico della scienza e tecnologia, ricercatore alla NASA.

 

Dopo il recente cataclisma in Costa Azzurra che ha visto dispiegarsi la più violenta tempesta d’acqua e vento a memoria d’uomo, e dopo gli allagamenti di mezza Italia, quelli che rimangono scettici di fronte al cambiamento climatico e/o riscaldamento globale sono assimilabili più o meno a chi crede la terra piatta con il sole che le gira intorno. Almeno in Europa, perchè negli USA dove le lobbies dei combustibili fossili, petrolieri, gassificatori ecc..sono assai influenti in specie sulla destra repubblicana (ma i democratici non sono indenni) la situazione è un po’ diversa, nonostante le recenti prese di posizione del Presidente Obama.

Basti pensare che lo stato della Carolina del Nord ha approvato un disegno di legge che nega l’innalzamento del livello del mare; che l’ufficio del governatore della Florida Rick Scott ha proibito ai dipendenti pubblici di scrivere in documenti ufficiali le parole “cambiamento climatico” o “ riscaldamento globale”; che nel gennaio 2012 il Senato USA ha votato a maggioranza due risoluzioni, nella prima riconoscendo la realtà del cambiamento climatico ma nella seconda negando che questo cambiamento sia di origine antropica.

Per fortuna nel settembre del 2014 più di 400.000 persone hanno manifestato a New York per dire che bisogna ridurre i gas serra immessi dalle attività umane nell’atmosfera, e il Rockfeller Brothers Fund creato dagli eredi della Standard Oil, ha annunciato l’intenzione di disinvestire dalle Compagnie di combustibili fossili, decisione che ha fatto colà il botto sulle prime pagine e nell’opinione pubblica.

Altro luogo delicato è la Cina che affumica l’intero cielo, nel mentre è impegnata in una crescita economica ritenuta tanto necessaria quanto sempre più incerta, almeno ai ritmi di qualche tempo fa, ma per cui l’inquinamento atmosferico nelle maggiori città sta assumendo un costo sociale e umano troppo elevato, se non insostenibile. Nel marzo 2015 un documentario su questo gigantesco problema, Under the Dome, pubblicato sul sito web del giornale People’s Daily Newspaper di osservanza governativa, è stato visto da oltre 200 milioni di individui (le cifre cinesi sono sempre impressionanti), dopo di che è intervenuta la censura.

Intanto le più recenti previsioni dicono che se l’attuale tasso di crescita della temperatura media globale (a essere precisi bisognerebbe definire se parliamo della temperatura in atmosfera, al suolo, sui mari, ecc..) continuasse, nel giro di qualche decennio – da uno a tre/quattro – potrebbe indurre tra i 150 e i 250 milioni di persone a migrare. D’altra parte giova ricordare che l’ultimo rapporto dell’Internal Displacement Monitoring Centre pubblicato nel maggio 2013 afferma che nel 2012 sono stati 32,4 milioni gli individui costretti ad abbandonare la loro casa e la loro terra in conseguenza di disastri naturali (si veda sul problema dei profughi ambientali e/o climatici il dossier di Lega Ambiente Profughi Ambientali. Cambiamento climatico e migrazioni forzate).

Un altro numero che colpisce riguarda le persone decedute in Europa durante la caldissima estate del 2003, quando rispetto alla media ci fu un’eccedenza di 70.000 morti.

A fronte di questi dati non stupisce che in modo sempre più frequente si legga di possibile “olocausto climatico” e/o “genocidio ecologico”, non solo sulla stampa a grande tiratura, ma pure in articoli specialistici e accademici.

In rapida sequenza citiamo alcuni titoli; Requiem For a Species; Tropic of Chaos: Climate Change and the New Geography of Violence; Thinking the Worst, The Pentagon Report su Surviving Climate Change; Violent Climate or Climate of Violence?; The Collapse of Complex Societies; A Slow Industrial Genocide; The End of Civilization; Subsistence societies, globalization, climate change and genocide: discourses of vulnerability and resilience; Climate Wars; Climate Wars: Why People Will Be Killed in the 21st Century: già perchè ci sono anche le guerre climatiche come quella per l’acqua (e non solo per il petrolio) che si combatte in Mesopotamia (Irak, Siria, Kurdistan, Daesh, ecc…).

A questo punto sembra lecito chiedersi se i riferimenti all’olocausto e/o genocidio abbiano una semplice valenza retorica volta a colpire l’immaginario enfatizzando il rischio, oppure se in qualche modo indichino un possibile processo di trasformazione politico sociale verso forme di vero e proprio nazismo per cui l’olocausto sarebbe una risposta, una soluzione “finale”, allo sconquasso provocato dal cambiamento climatico.

Di questo si occupa e scrive Snyder con una tesi chiara: in una civiltà attenagliata da crisi profonde, traversata da fratture molteplici e sulla soglia di parecchie possibili catastrofi, potenti forze del sottosuolo possono mettersi in marcia verso il nazismo, e quindi la pratica dell’olocausto/genocidio contro una parte della specie umana. Forze contro cui bisogna agire prima che sia troppo tardi.

Non si tratta semplicemente dei neonazisti in azione qua e là in Europa come negli Sati Uniti e altrove; neppure di Daesh – Isis, lo stato dei neri tagliagole, o dell’avanzata politica di destre xenofobe e razziste. Questi sono fenomeni pericolosi, però ancora superficiali, sintomi di una patologia più profonda, ovvero l’innesco e la messa in atto di un meccanismo di nazistificazione (orrenda parola) pervasivo dell’intero corpo sociale, e poichè siamo in tempi di globalizzazione, va da sè: globale.

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Dico subito che il lavoro di Snyder propone innanzitutto una rilettura del nazismo eterodossa, appassionante e molto discussa, che qui riprendiamo soltanto in alcuni scorci. Uno quando afferma che dal nazismo le nostre società non sono per niente al riparo, e che “caratterizzare Hitler come antisemita o razzista antislavo sottostima il potenziale delle idee naziste”. Poi un articolo dove Snyder racconta: “Prima di premere il dito sul grilletto il comandante dell’ Einsatzgruppe – il commando mobile per le uccisioni – solleva il bimbo ebreo e dice: tu devi morie perchè noi viviamo”. E mano a mano che i massacri si estendono molti tedeschi razionalizzano l’assassinio di massa dei bambini ebrei nello stesso modo: loro o noi, mors tua vita mea. Cerchiamo adesso di definire alcune tappe del ragionamento proposto, che ci conducano dal pensiero di Hitler all’attuale rischio di nuovo nazismo legato al cambiamento climatico globale. In modo molto schematico e lacunoso, speriamo non troppo incomprensibile.Secondo Snyder, Hitler costruisce la sua visione del mondo e del destino tedesco attorno al concetto di “spazio vitale”(Lebensraum), spazio vitale che difetta alla Germania, assediata anche dallo spettro della fame fin dalla prima guerra mondiale quandi ci fu il blocco delle derrate alimentari da parte di Francia e Gran Bretagna – i civili tedeschi morti d’inedia furono oltre 700.000. Inoltre il führer non credeva potesse esserci una soluzione scientifico tecnologica con coltivazioni più produttive per esempio, e quindi per un verso la Germania doveva ampliare il suo spazio vitale espandendosi oltre i confini con la guerra, e per l’altro, dicendola brutalmente, in questa ottica una parte degli esseri umani, gli ebrei, dovevano essere espulsi dalla società, fino poi al genocidio, perchè indicati come mangiapane a tradimento improduttivi e dediti solo all’usura, e come sabotatori del grande piano di espansione del Reich in quanto “propagavano delle idee mortifere” per la grande futura nazione (Mein Kampf).In altro modo la disse Heidegger – costruendo un artefatto teorico e metafisico, ideologico, a sostegno del nazismo e del genocidio che andasse oltre la vile materia – dove si coniuga il rifiuto della tecnica, e della scienza, con “l’autoannientamento degli ebrei” (ipse dixit della Shoah) perchè contrastavano – in quanto tali – la piena realizzazione dell’Essere (tedesco e ariano, è ovvio).

Con un salto di tigre dal passato al presente, Snyder poi affronta il rischio di panico ecologico “senza precedenti” che può essere indotto dal cambiamento climatico, e usa come chiave di volta esemplare il genocidio avvenuto in Rwanda nel 1994 da parte degli Hutu contro i Tutsi, che egli legge non tanto motivato da odio etnico quanto dal bisogno di occupare nuove terre coltivabili, genocidio che – non va dimenticato – viene scatenato dopo una fase di forte riduzione pluriennale della produzione agricola. E gli esempi analoghi sono molti in giro per il mondo dalla Cina al continente americano, tra cui ultimo la guerra di Siria che arriva dopo un lungo periodo di siccità, non solo per l’acqua irrigua ma anche per l’acqua potabile.

Andando svelto alle conclusioni, in sostanza Snyder invita a sviluppare due gambe, la scienza e la democrazia, per evitare che il panico climatico ingigantisca fino al genocidio o olocausto che dir si voglia con contorno di stati/o similnazisti/a, avvertendoci che non c’è più molto tempo. E tenendo d’occhio il rischio di un ecologismo integralista, il “ritorno alla natura” , la wild nature contrapposta alla tecnologia, tema anche questo caro a Hitler come l’igienismo, una delle sue prime leggi fu il divieto di fumo nei luoghi pubblici, e per gli ebrei l’esclusione dalle piscine pubbliche perchè le “inquinavano”.

 

In fine. A riprova che il nazismo galleggia a pelo d’acqua come un coccodrillo pronto a azzannare, citiamo due ultimi fatti. La decisione della casa editrice francese Fayard di rieditare Mein Kampf, con tutte le polemiche al seguito, e la presa di posizione di Netayahu che, per giustificare la sua politica brutale contro i palestinesi ha nientepopodimeno che accusato il gran Muftì di Gerusalemme Amin al Husseini di avere suggerito a Hitler la soluzione finale, il genocidio degli ebrei.



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