Members of the Iraqi Special Operations Forces prepare before going out on a patrol in the town of Jurf al-Sakharr...Members of the Iraqi Special Operations Forces (ISOF) prepare before going out on a patrol in the town of Jurf al-Sakhar, south of Baghdad, June 30, 2014. Iraqi troops battled to dislodge an al Qaeda splinter group from the city of Tikrit on Monday after its leader was declared caliph of a new Islamic state in lands seized this month across a swathe of Iraq and Syria. Alarming regional and world powers, the Islamic State of Iraq and the Levant (ISIL) claimed universal authority when it dropped the local element in its name and said its leader Abu Bakr al-Baghdadi, as leader of the Islamic State, was now caliph of the Muslim world - a medieval title last widely recognised in the Ottoman sultan deposed 90 years ago after World War One. REUTERS/Alaa Al-Marjani (IRAQ - Tags: CIVIL UNREST POLITICS MILITARY TPX IMAGES OF THE DAY)

La battaglia di Ramadi

L’esercito iracheno tenta la riconquista della città,
anche a colpi di propaganda

di Christian Elia

Il copione non è proprio una novità, soprattutto in Iraq. E il governatorato dell’al-Anbar, poi, ne ha viste di tutti i colori. Però l’offensiva su Ramadi, città irachena di circa mezzo milione di abitanti, è teatro in queste ore di una dura battaglia tra l’esercito iracheno e le milizie di Daesh.

L’obiettivo dell’operazione militare, come lo ha presentato il governo di Baghdad, è la riconquista della città, che le colonne di pick-up bianchi con i vessilli neri avevano conquistato a maggio, prendendo il palazzo del governatore mentre i soldati armati e addestrati dalla coalizione guidata dagli Usa che aveva invaso il paese nel 2003 si davano alla fuga. La presentazione dell’operazione militare segue, a livello mediatico, un copione con un vago sapore di deja-vu.

«La città sarà totalmente bonificata nel corso delle prossime 72 ore», rende noto Sabah al-Nomani, portavoce dei servizi anti-terrorismo di Baghdad. «Siamo entrati nel centro di Ramadi da numerosi fronti e abbiamo cominciato a bonificare i quartieri residenziali». Interrogato sulla resistenza incontrata, al-Nomani chiarisce che «cecchini e kamikaze erano quello che ci aspettavamo, come il tentativo di usare civili come scudi umani».

Un’operazione in grande stile, che in realtà è iniziata almeno dieci giorni fa, ma che viene raccontata al mondo in queste ore. Perché il governo iracheno ha un dannato bisogno di dare un segnale di esistenza in vita.

Iniziamo col dire che Daesh, al massimo, avrà non più di 300 miliziani. Anche se erano stati sufficienti, a maggio, per mettere in fuga le truppe governative sei mesi fa, quando morirono almeno 500 civili e 8mila persone fuggirono dalla città.

I civili, secondo quanto raccontato dalle autorità di Baghdad, sarebbero stati allertati per tempo dell’assalto in città con un fitto volantinaggio. La stessa procedura della battaglia di Falluja nel 2004, quando lo scempio di quattro contractor scatenò una brutale rappresaglia statunitense. Finì in un bagno di sangue, perché i civili erano intrappolati. E quelli che sono a Ramadi, non hanno vie di fuga.

Il video diffuso a maggio 2015 da Daesh dopo la conquista di Ramadi.

 

Daesh, comunque, non ha alcun interesse tattico in una battaglia campale. Uno dei suoi punti di forza è proprio l’alta mobilità delle sue colonne, che non affronterebbero mai un conflitto classico, seppur in un centro abitato, che offre come è noto una buona copertura di guerriglia. La vittoria dei governativi, diciamo, non sembra impossibile. Ma si parla di una città importante, a poco più di 100 chilometri dalla capitale. Un fattore simbolico molto forte. Che si inserisce nella piega militare degli ultimi mesi, nei quali – secondo il centro studi britannico Ihs Jane’s – Daesh avrebbe perso il 14 percento del territorio conquistato dal 2014.

Un segnale che viene raccontato come un passo avanti importante nel percorso per riportare un minimo di stabilità nella regione. Solo che non viene detto fino in fondo che le conquiste delle milizie curde vanno per i fatti loro, tanto quanto quelle del ‘presunto’ esercito iracheno, che sarebbe più corretto indicare come le milizie sciite. Una campagna militare dunque, sempre più legata a linee settarie che per il futuro dell’Iraq non promettono nulla di buono.

I vertici militari iracheni hanno negato che all’assalto partecipino milizie sciite, ma a parte la totale assenza di giornalisti in loco che possono verificarlo, è davvero difficile crederci, considerate le disfatte dei reparti regolari nel 2014 e nel 2015.

Le tensioni, quando non i veri e proprio conflitti armati, tra le milizie che si oppongono a Daesh sono quotidiani. Sempre più la sensazione è che ogni territorio strappato ai miliziani del califfo, diventi immediatamente conteso tra i nuovi arrivati, che non si risparmiano interventi duri di “bonifica”, a volte anche su base confessionale ed etnica.

Elemento che resta decisivo, perché è importante scacciare Daesh da una città, ma lo è altrettanto non ricadere nel meccanismo di assedio che la comunità sunnita percepisce rispetto al governo centrale iracheno. Lo stesso generale Usa Petreaus, nel 2005 – 2006, aveva capito quanto fosse importante includere le grosse comunità sunnite dell’al-Anbar nella lotta contro gli insorti dell’epoca, salvo poi abbandonarle al loro destino quando il risultato sembrava raggiunto.

Daesh ha molti padri, ma la spaccatura dell’Iraq sulla base dell’appartenenza etnico – religiosa è stata un fattore chiave dell’implosione del paese post-Saddam. A Ramadi, come altrove, è importante che la percezione della popolazione locale sia legata a un’operazione non confessionale, ma sempre meno è così. E in questo senso, la guerra sarà ancora lunga.



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