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Devastazione e saccheggio, una riforma necessaria

Q Code Mag e Milano in Movimento affrontano una campagna di sensibilizzazione per arrivare a un dibattito sulla riforma di uno degli articoli più discussi del codice fascista Rocco, rimasti nel nostro ordinamento.

 di Angelo Miotto e Christian Elia

L’articolo è il 419 del Codice penale: “Art. 419 – Chiunque, fuori dei casi previsti dall’articolo 285, commette fatti di devastazione o di saccheggio è punito con la reclusione da otto a quindici anni. La pena è aumentata se il fatto è commesso su armi, munizioni o viveri esistenti in luogo di vendita o di deposito”.

Due parole dure, dal significato grave, come devastazione e poi saccheggio, per un reato concepito ai tempi del codice Rocco, i littori che svettano su uno dei rimasugli che sopravvive serenamente nel nostro ordinamento.

Dobbiamo partire da qui per comprendere perché sia importante per noi andare a questionare un pezzo della legislazione penale italiana, per un reato desueto, tornato in voga negli ultimi anni, con una evidente sproporzione fra la commissione del reato e la pena conseguente. Dagli 8 ai 15 anni di galera, con aggravanti ove sia possibile comminarle.

La certezza della pena dovrebbe essere un valore del nostro ordinamento giuridico. Dobbiamo scrivere al condizionale perché ‘la’ giustizia in Italia non prevede per diverse categorie di cittadini questo particolare fondamentale per restituire alla collettività la necessaria fiducia in chi si occupa di gestire e amministrare la vita e l’ordine pubblico.

Ma se sulla certezza già andiamo male, e fatto salvo il principio che la responsabilità è personale e che a un reato corrisponde una punizione a vario titolo – è una delle regole adottate maggioritariamente da una comunità di persone che si riconoscono nei meccanismi di regolamentazione di un’infrastruttura sociale complessa – non ci resta che porre l’accento su quell’evidente sproporzione della pena prevista e comminabile.

C’è negli ultimi anni, amplificato dalle reti sociali e dalla velocità e superficialità dell’informazione, un rischio di giustizialismo spiccio, tendente al linciaggio e forse anche non solo verbale, rispetto ad azioni che rappresentino un attacco verso le cose, beni materiali.

Non sono azioni cui inneggiare o da salutare come un detonatore necessario per chissà quale sommovimento e cambiamento sociale, ma restano pur sempre azioni rivolte contro cose e non contro persone. Eppure l’articolo 419 di devastazione e saccheggio è un ottimo strumento per quanti ritengano che ci sia ancora spazio per la criminalizzazione del dissenso, che spesso causa degli effetti da leva, o per chi reagisce alle scritte sui muri e a macchine incendiate con la stessa veemenza che potrebbe avere una reazione di fronte a un attacco alle persone.

Uno dei fatti più vicini a noi sono le fiamme e i fumi del primo maggio scorso, inaugurazione del discusso Expo. Ne scrivemmo qui, dicendo chiaramente cosa ne pensassimo.

Altrettanto chiaramente, per chi ha fatto Genova 2001, spicca un problema non da poco. Di quei giorni folli siamo sicuri solo della morte di un giovane in Piazza Alimonda, sparato, delle botte su decine e decine di corpi, il macello della Diaz e certo anche il carnevale del Blocco nero, lasciato agire e muoversi indisturbato per diverse ore. Alla fine si contarono sulle dita di una mano i manifestanti arrestati e condannati per devastazione e saccheggio, mentre le nostre dita sono inutili se vogliamo vedere quanti responsabili di violenze inflitte con metodi davvero poco umani siano stati condannati o arrivati a processo (addirittura!).

Questo, sia chiaro, non lo si scrive per giustificare azioni o condotte che videro i nerovestiti protagonisti indiscussi e indisturbati. Ma lo scriviamo per riaffermare una volta di più l’esigenza che il diritto, il sistema complesso di regole cui aderiamo nel nostro percorso da cittadini, sia una certezza e che sia giusto.

Preveda cioè una proporzione fra offesa e riparazione del danno, con buona pace del Carrara, dell’emenda del reo e della certezza della pena. Gli anni di reclusione inflitti per devastazione e saccheggio a chi sfasciò una vetrina o una macchina sono un’aberrazione di per sé. Che risalta ancora di più rispetto a una morte senza colpevoli e alle torture anche qui senza colpevoli, che si vorrebbero sanare e nascondere a suon di euro.

Nel caso del primo maggio 2015, ricorderete, ci furono arresti in autunno. Fra questi il mandato riguardava cinque giovani antagonisti greci.

E l’estradizione che richiedeva il nostro paese non è stata concessa da Atene, stiamo aspettando la motivazione estesa, perché – questo lo si è capito – “il reato di devastazione non c’è nel codice greco e in Italia sono previste pene eccessive per incidenti durante le manifestazioni.

Eseguendo il mandato sarebbero violati i principi della proporzionalità della pena e dell’equo processo”. Le parole dono di Frank Cimini in quel bel sito che è giustiziami.it e che prosegue così: “Sono queste alcune delle ragioni per cui la corte di Atene ha rigettato la richiesta di estradare in Italia cinque anarchici accusati dalla magistratura di Milano di aver rivestito un ruolo nelle violenze avvenute il primo maggio del 2015 in occasione della manifestazione che contestava l’inaugurazione di Expo”.

Non è la prima volta e non sarà l’unica, perché laddove noi scriviamo dagli 8 ai 15 anni, in altri paesi d’Europa si arriva a un massimo di 5 anni. Se muore il concetto di proporzionalità, muore il diritto e tutto vale. Saltano gli schemi, saltano le regole che sottendono alle regole scritte, si ingenerano e si crescono mostri difficili da abbattere, poi.

Ecco perché Q Code Mag, e Milano in Movimento, hanno pensato di scrivere più pezzi per condividere questa opinione, che alla fine è uno degli snodi di una convivenza civile giusta, con norme che abbiano un significato e non un potenziale ripercussivo malcelato.

Nei prossimi giorni le analisi e gli articoli che ci scambieremo con Milano in Movimento.



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