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Lo “Sblocca Italia” e il no agli inceneritori

Perché i territori si oppongono alle strutture
previste dalla legge del governo Renzi

di Alessio Di Florio

«Vanno. Vengono». Si potrebbe citare la canzone Le Nuvole di Dé Andre per gli inceneritori dei rifiuti, progetti che compaiono in programmi di governi, regioni, politici di vari schieramenti negli anni e nelle occasioni più disparate. C’è una necessità (spesso più presunta che reale) di nuove fonti energetiche? Può sbucare un inceneritore. Una discarica sta raggiungendo la sua massima capienza? “Facciamo un inceneritore”. E così via, perché di esempi se ne potrebbero fare molti altri. In una Regione come l’Abruzzo sono cambiati tre governatori, di fazioni politiche diverse, ma il progetto di costruire inceneritori continua a comparire ciclicamente. Un po’ come i Mondiali di Calcio e le Olimpiadi, sai che ogni quattro anni arrivano.

L’ultimo in ordine di tempo è stato Matteo Renzi con lo “Sblocca Italia”, legge che (come abbiamo già raccontato) è contestata da ambientalisti, comitati, associazioni e movimenti. Sono tanti i punti del provvedimento che investono “fronti caldi” della mobilitazione sociale e ambientalista nel Bel Paese (su tutti, trivelle e beni comuni), tra cui proprio la paventata costruzione di nuovi inceneritori.

Lo “Sblocca Italia” inizialmente prevedeva 12 nuovi impianti da costruire ma, dopo le proteste di diverse Regioni, il numero si è ridotto ad 8 (sono state escluse Liguria, Veneto, Piemonte, Toscana). Come facilmente prevedibile, la decisione del governo Renzi ha messo in allarme comitati e associazioni di tutta Italia, che immediatamente si sono mobilitati.

Le motivazioni contro gli inceneritori sono varie. La prima, e non può essere altrimenti, è legata ai rischi per la salute. A luglio del 2003 Greenpeace e WWF tradussero in italiano uno studio sullo “Stato delle conoscenze sugli effetti degli inceneritori dei rifiuti sulla salute umana”. Riassumere i risultati esposti in 111 pagine fitte è praticamente impossibile, ma sono già esaustivi di quanto si può leggere nelle pagine successive i dati riportati nel riassunto generale introduttivo delle prime pagine, tra cui la contaminazione da elevate presenza di diossine e mercurio.

Secondo lo studio, per chi lavora in un inceneritore la probabilità di mortalità per cancro del polmone è «aumentata di un fattore da 3 a 5», per cancro dell’esofago è «aumentata di un fattore da 1 a 5», per cancro dell’apparato gastrico è «aumentata di un fattore da 2 a 79», a cui aggiungere tra le altre la «mortalità per malattie ischemiche in aumento». Per quanto riguarda le popolazioni che vivono nelle vicinanze degli inceneritori lo studio segnala, tra le altre, la probabilità che l’esposizione alle diossine prodotte abbia aumentato del 27% i casi di persone che sono state colpite dal linfoma non Hodgkin (questo è stato rilevato nei pressi di un impianto in Francia), «aumento di 6-7 volte della probabilità di mortalità a causa di cancro al polmone», «aumento dell’incidenza di cancro alla laringe», «eccesso del 37% della mortalità dovuta a cancro del fegato», «aumento di due volte della probabilità di mortalità per cancro nei bambini». Uno studio condotto nel 1998 sulla popolazione che viveva vicino a due inceneritori in Belgio ha segnalato un «aumento da 1 a 26 volte della probabilità di malformazione congenite tra i neonati».

Una delle motivazioni addotte dai fautori dell’incenerimento è l’enorme diminuzione dei rifiuti da smaltire che permetterebbe di chiudere, o comunque ridurre notevolmente, la superficie delle discariche. Non è propriamente così: incenerendo i rifiuti il volume, secondo alcuni studi, verrebbe ridotto al massimo del 45%. Per quanto riguarda le discariche, un inceneritore necessita di almeno due discariche a servizio, senza dimenticare che la stessa atmosfera diventa una sorta di “discarica” per quel che viene bruciato.

C’è poi la questione del conflitto con la raccolta differenziata. L’incenerimento e la raccolta differenziata non possono essere entrambe sostenute, nonostante spesso sentiamo rassicurazioni che lo affermano.

Per quanto varie zone d’Italia vivono vere e proprie emergenze e l’enorme mole di rifiuti quotidianamente prodotta non è possibile alimentare un ciclo virtuoso dello smaltimento e l’incenerimento contemporaneamente. Segnala Greenpeace che «il pretrattamento dei rifiuti (la procedura che permette di differenziare ulteriormente i rifiuti) viene infatti scoraggiato a favore dell’incenerimento» e sottolineando che la proposta elaborata dal governo avrebbe «delle drammatiche conseguenze, generando in futuro una paradossale situazione per cui in alcune Regioni si dovrebbe fermare la raccolta differenziata, pur di garantire materiale da bruciare ai nuovi inceneritori».

Non si terrebbe conto «del fatto che i trend di raccolta differenziata in Italia sono in crescita e che, a livello comunitario, vengono approvate normative che vanno esattamente in direzione opposta rispetto alla strada intrapresa dall’Italia». Infatti la Direttiva Europea 98/2008 impone agli Stati una gestione virtuosa e sostenibile del ciclo dei rifiuti, stabilendo già nel Preambolo che «la priorità principale della gestione dei rifiuti dovrebbe essere la prevenzione ed il riutilizzo e il riciclaggio di materiali”, che “dovrebbero preferirsi alla valorizzazione energetica dei rifiuti».



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