Gerusalemme, domanda e certezza

Una narrazione collettiva, tante voci, molti linguaggi, un’unica città

di Virginia Fiume

C’è una foto che ho sempre voluto stampare. Una foto che esiste solo sul mio profilo Facebook. Nell’immagine ci siamo io e Enrico Bartolomei, tra l’altro co-autore di un libro recensito proprio qui su Q Code Magazine, Gaza e l’industria israeliana della violenza. Siamo in piedi tra i tetti della cittá vecchia di Gerusalemme, uno di fronte all’altra. I nostri sguardi sono rivolti verso la Cupola della Roccia.
 La foto è stata scattata il 14 dicembre del 2008. Davanti a noi 9 mesi di servizio civile internazionale.

Sono affezionata a quella foto perché mi ricorda nitidamente lo stato d’animo di quel giorno. Avevo messo piede in Israele/Palestina per la prima volta nella mia vita da sole 24 ore. Arrivata con il mio carico di idee, giudizi a priori, paure e aspettative, osservavo impaziente la distesa dei giorni della mia prima grande avventura. E celebravo – nella mia testa – il mio distacco dal nido familiare. Il mio primo grande volo, il primo di una lunga serie. Non sapevo ancora quante volte negli anni a venire avrei riguardato quella foto, con un misto di nostalgia e spaesamento. Da 8 anni a questa parte mi ritrovo ciclicamente a scartabellare il mio profilo Facebook alla ricerca di quell’immagine. Accade quando mi devo ricordare chi sono, chi ero e chi voglio essere.


Quell’immagine è diventata il monito permanente di quello che un anno di servizio civile tra Israele e la Palestina occupata ha rappresentato per me: la volontà e il coraggio di prendere quelle che sembrano solide certezze e spezzarle in mille frammenti. Per poi osservare lo strato di polvere generato e iniziare a spazzare via l’inessenziale, andando alla ricerca dei punti che connettono la verità. Per poi essere pronta a ricominciare il processo infinite volte.

Non sono certa se saprei ritrovare il punto in cui è stata scattata quella foto. Si trova tra i tetti della Old City, a pochi passi da una scuola talmudica. In alto, avvolto in uno strato di silenzio, mentre pochi metri sotto si muove il formicaio di negozi e vite. Non saprei ritrovare quel luogo perché la Città Vecchia di Gerusalemme resta per me un confortevole labirinto. In quei 9 mesi di Servizio Civile ci ho passato decine di giorni, centinaia di ore. Ma credo che ancora non sarei in grado di dare indicazioni a qualcuno su come si arriva da un punto A a un punto B. È come se, camminando per quei vicoli, mi avesse sempre e solo guidata l’istinto frammentario di una memoria costruita sull’esperienza. Un labirinto. Confortevole. Perché quello spaesamento ha sempre avuto un effetto benefico. Non ho mai avuto ansia o paura. Solo il desiderio di muovere un passo in più.

Mi piace questo esercizio di narrazione collettiva suggerito da Paola Caridi con il suo articolo Una, nessuna e Centomila. Leggendo le sue parole e quelle di Christian Elia mi sento quasi obbligata ad aprire le finestre della memoria. E lasciare fluire quello che so che non dimenticherò mai. Sono solo alcuni frammenti. Perché per raccontare tutti i livelli di Gerusalemme bisognerebbe averci trascorso più di dieci anni e avere la competenza e la costanza di Paola Caridi, che a questo luogo ha dedicato un libro.



Ogni città è in gran parte il ricordo che ogni individuo ha di essa. Ma forse Gerusalemme è questa sensazione amplificata all’ennesima potenza. Scrive bene Christian: “Gerusalemme appartiene solo a se stessa e a tutti coloro che la camminano, ma solo per il tempo che Gerusalemme vorrà. Poi è tempo di andar via, mentre Gerusalemme resterà là, attaccata e difesa dalle sue pietre.”

Gerusalemme è per molte persone israeliane con cui ho parlato negli anni un misto di noia e eccesso di politica, soprattutto quando paragonata a Tel Aviv, The bubble. Per altre è il simbolo dell’ideale sionista dello Stato (ebraico) di Israele. La stessa Gerusalemme è contemporaneamente un miraggio per molti palestinesi, di Gaza o della Cisgiordania. Con i fotografi Andrea e Magda raccontammo quel miraggio in un reportage pubblicato su Gioia nel dicembre del 2009 e intitolato Il Venerdì di Rania. Il reportage fu pubblicato un anno dopo il giorno dello scatto da cui inizia questo mio articolo. Quasi a chiudere il cerchio dei desideri e delle prospettive di quella che era passata da una distesa di giorni futuri a una montagna di ricordi infilati sotto pelle.

Ma cos’è Gerusalemme per me?

Gerusalemme è una notte passata al Petra Hostel, in un angolo della porta di Jaffa. E svegliarsi per le grida dei gatti che fanno l’amore sotto la finestra.

Gerusalemme è andare a incontrare mia madre sotto la porta di Damasco. Osservarla mentre se ne sta lí ad aspettarmi, dopo tre mesi che non ci vediamo, con la sua grande valigia piena, tra le altre cose, di salumi e libri in italiano. Abbracciarla mentre guarda perplessa e preoccupata i soldati israeliani che presidiano l’accesso alla Città Vecchia. E vedere, qualche giorno dopo, un sorriso ironico e critico sciogliersi sulle sue labbra mentre stiamo facendo il giro delle mura esterne per dirigerci verso Gerusalemme Ovest, una smorfia che appare quando nota le soldatesse sdraiate sul prato con i piccoli Teddy Bear che penzolano dai fucili.

È come se la mia Gerusalemme si potesse riassumere in tre chilometri. Quelli che separano il quartiere di Sheikh Jarrah, in cui si concentravano 8 anni fa gli sfratti ai danni dei palestinesi, dalla Porta di Damasco.

L’ultimo tratto di questi tre chilometri, diciamo a partire dal Jerusalem Hotel fino all’accesso alla Città Vecchia è caratterizzato da un susseguirsi di case dell’epoca Ottomana. Una strada semi-deserta. Ogni volta che ho percorso quella strada ho pensato, sempre, a cosa doveva essere quella città prima del 1916, prima degli accordi di Sykes-Picot, prima del Mandato Britannico.

Poi c’è la Gerusalemme della notte di Purim, una delle numerose feste ebraiche, che oltre al digiuno e alla preghiera, implica una grande festa in cui mascherarsi. E di quella notte ricordo il senso di straniamento nel vedere i ragazzi ebrei israeliani travestiti da sceicchi.

Gerusalemme è il piacere di scovare un fegatino nella pita con il pollo. Un rituale consumato ogni volta che mi ritrovavo a prendere l’autobus per tornare a Betlemme. 
È una moschea attorno a cui è stata costruita una magnifica villa. Uno dei dettagli che si possono notare solo se si decide di scoprire qualcosa in più partecipando a uno dei tour delle colonie con l’Israeli Commitee Against House Demolitions o una delle tante altre organizzazioni impegnate nell’attivismo contro l’occupazione.

Gerusalemme è ordinata confusione. Strati, livelli, frammenti e polvere da togliere delicatamente per fare spazio a sempre nuove prospettive. Gerusalemme è l’altro volto del Gay Pride. Quello che a Tel Aviv era finito in una immensa festa in spiaggia e che nella Città Santa si conclude in un parco recintato e nascosto ai passanti più conservatori.

La contraddittoria confusione che mi pervade una sera a cena. Il ristorante è Tmol Shishom, in un cortile dietro a Jaffa Road, procedendo da Est verso Ovest. Mi sento talmente immersa tra gli strati di sovrapposizioni, contrasti, convivenze, che mi dimentico dove sono. E dopo un’ottima cena compio un gesto che sarebbe perfettamente naturale in un caffè di Betlemme. Gesto che tra le mura di questo ristorante sembra quello di una pazza, direttamente lanciata qui dagli anni ’70 o ’80. Accendo una sigaretta. Il cameriere non parla bene inglese, ma mi fa dei cenni decisi. “Forbidden, forbidden”.

Certo, come ho potuto non ricordarmene. È vietato fumare. Non ho giustificazioni. Solo quella della mia mente: in un confortevole labirinto si perdono il senso dello spazio, del tempo. Ma il senso di sé resta sempre uguale.

E Gerusalemme, città di tutti e di nessuno, è un viaggio al centro di sé, che mette continuamente alla prova la nostra capacità di osservare. Con gioia, con dolore, con imbarazzo o passione.

In inglese ci sono due parole che si pronunciano in maniera simile: wonder e wander. La prima significa “domandarsi”, la seconda “vagabondare”. La mia Gerusalemme, quella che porto sotto pelle dopo 8 anni, è la fusione di queste due parole: domanda e cammino.



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