Annuario delle vignette 2015

di Enrico Natoli

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di Angelo Miotto e Christian Elia

La matita di Enrico Natoli è arrivata in una casella di posta mail della nostra pagina di Facebok. Cora Ranci ha risposto, poi abbiamo preso i contatti e fatto due velocissime chiacchiere per partire immediatamente con due delle qualità che ci attribuiamo senza umiltà qui a Q Code Mag: sperimentare senza paura, cercare in ogni nostro collaboratore e in noi stessi di scrivere, fotografare, disegnare e illustrare o filmare quando siamo titolati a farlo, mantenendo il gusto, l’entusiasmo, di farlo. Anche quando le parole sono amare e le notizie pessime. In questo caso parliamo di un profondo mix di segni, la matita, e di testi, le ‘vigne’ del Natoli, che si accoppiano in maniera naturale e feconda su tante notizie che vedrete scorrendo le tavole di questo annuario 2015.

 

Il processo è semplice: Natoli reagisce e propone su una pagina condivisa di un social network cui hanno accesso molti collaboratori del giornale e lì si discute. Poco, per la verità, non per il disamore del dibattito, quanto perché il sentire è comune, in un incontro che ha trovato fin da subito una sintonia – professionale ma soprattutto umana e politica -.

La vigna è un potente concentrato di significato, ed è immediata, visual, colpisce e lascia uno spazio di reazione a ciascuno dei lettori che su quel tratto e su quelle poche parole può costruire una sua riflessione, lasciarsi colpire e passare oltre, con la consapevolezza che spesso l’istantanea che hai fotografato nella tua memoria visiva potrebbe tornare a bussare alla coscienza o all’intelletto, al cervello, al cuore, che spesso stanno sullo stesso pianerottolo.

Ecco perché il lavoro, volontario è bene ricordarlo come è bene dirsi che non ci piace che lo sia, di Enrico Natoli è non solo prezioso, ma preziosissimo. Ed ecco perché lo vogliamo abbracciare insieme a tutti voi, mentre un anno finisce. Perché sappiamo che un altro riparte e che la matita è pronta a ripartire già dal primo gennaio. Grazie Enrico, romano de Roma. Non possiamo che chiudere con il grido di battaglia: Daje!



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