Spagna: cosa dice il voto, cosa indica una mappa

Le elezioni del 26 giugno, a stretto giro dopo quelle del 20 dicembre che provocarono uno stallo, dicono alcune cose, importanti, e lasciano alla responsabilità dei politici una possibile stabilità.

di Angelo Miotto.

I dati, innanzi tutto i dati. Han votato quasi il 70% degli aventi diritto, quindi oltre il 3% in meno rispetto a quanti avevano frequentato le urne il 20 dicembre scorso. I seggi li vedete nelle foto e così anche i voti reali, mentre quello che ci interessa subito dire è che gli elettori spagnoli sono stati chiamati per due volte alle urne in meno di un anno e a distanza ravvicinata /sei mesi).

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Cosa sia successo e quali siano le analisi più approfondite lo leggeremo fra poche ore nelle riflessioni di Andrea Geniola (qui iniziamo a mettere quelle dopo il 20 dicembre).

Ma alcuni titoli più di contesto sono evidenti.

Non c’è stato un calo dei votanti, come dato generale, poi sarebbe interessante andare a vedere ove sono andati di più e dove meno. Ma il rischio c’era e le notizie sulle pertcentuali dell’affluenza diffuse nel pomeriggio di domenica 26 facevano presagire che il dato sarebbe stato ben al di sotto dei dati precedenti.

Sei mesi dopo. Un piccolo aneddoto personale rispetto a un gruppo di spagnoli che ho avuto modo di incontrare solo un paio di settimane fa: erano esausti. La campagna elettorale, anche se la si gioca in maniera percussiva in un mese, di fatto non si ferma mai. E l’accelerazione finale è un rullo compressore che provoca saturazione. Ecco pensate di tornare sotto quel rullo cinque mesi dopo. Con un doppio problema, che è per l’elettore, ma anche per le formazioni politiche, che tornano a raccontare una concezione del mondo con la necessità di far vedere che c’è una novità. Se ti presenti nuovamente a chiedere il voto vige, di questi tempi, un concetto quasi di mercato: e cosa mi dai in più, come me lo vendi mediaticamente, quale mossa politica, quale contenuto in più?

Morte del bipartitismo e inadeguatezza. Lo schema a due è comunque finito. I socialisti sono sobriamente contenti perché il ‘sorpasso’ di Unidos Podemos non è avvenuto. Magra consolazione e comunque Pedro Sanchez esce da questa vicenda piuttosto male, mentre il Partido popular nonostante gli scandali, la corruzione e le politiche del malaffare prende seggi in più che ruba a Ciudadanos con molta probabilità. Ma lo snodo per cui siamo arrivati a votare due volte in sei mesi è l’impossibilità, la non volontà di arrivare a governi di larga intesa, con un preciso programma a tempo, per poi arrivare al nuovo voto con un lasso di tempo che sarebbe stato sicuramente utile per far sedimentare le volontà e tornare in cabina con più respiro. I leader, nel gioco delle maggioranze, non hanno ceduto nulla da destra a sinistra.

La mappa. Una mappa è sempre interessante perché dice di desideri e voleri in un luogo. E così la grande e unica Spagna dei popolari e tutto il repertorio patriottico e nazionalista spagnolo suonato con strumenti diversi da Ciudadanos ai socialisti a Podemos deve fare i conti con tre aree pigmentate in maniera precisa: il Paese basco dove Podemos si è riconfermato prima forza ancora in barba al voto indipednetista, le terre catalane, dove Esquerra e Podemos prendono più voti.
E però qui stiamo dicendo che proprio i due casi di nodo da sciogliere sul diritto a decidere delle comunità che chiedono autodeterminazione dà segnali importanti alla centralità pavloviana spagnola.

Stabilità. Qui starà un punto dirimente per l’elettorato spagnolo. Perché al di là delle diverse opzioni che si daranno nelle alchimie di voti una richiesta di stabilità è socuramente maggioritaria, e sicuramente richiesta anche dai poteri forti nel Paese. Stabilità vuol dire fiducia sui mercati, nei rapporti con gli altri Paesi a livello di geopolitica. El Pais la invoca già subito stamattina commentando il voto nell’editoriale del direttore.



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