Ecoballe italiane in Marocco. Ma da dove?

Incerta per giorni la provenienza delle ecoballe italiane spedite in Marocco. Sono abruzzesi, mentre quelle della “Terra dei Fuochi” sono state inviate in Bulgaria. Ieri sentenza di primo grado del processo Resit, nato dalle indagini di Mancini.

di Alessio Di Florio

“Chi siete? Da dove venite? Cosa portate? Dove andate?” Si potrebbe quasi ricorrere alla scena di Massimo Troisi in “Non ci resta che piangere” per descrivere quello che, sotto alcuni aspetti, è diventato quasi un giallo di inizio estate. La notizia è rimbalzata una prima volta due settimane fa dal Marocco: parlamentari, associazioni e cittadini stanno protestando contro l’arrivo di ecoballe di rifiuti italiani. La Coalition marocaine pour la justice climatique – piattaforma di quasi 200 associazioni ambientaliste – in pochissimi giorni ha raccolto oltre 10 mila firme contro l’arrivo delle ecoballe. Nella visita in Campania dello scorso 11 giugno, Renzi aveva annunciato che, entro massimo 3 anni, le ecoballe saranno rimosse da Giugliano. In Marocco scatta l’allarme: le ecoballe che stanno arrivando, e che sono destinate ad essere bruciate nei cementifici di Casablanca e Settat, provengono da Taverna Del Re, da Giugliano.

La notizia non riceve praticamente nessuna eco in Italia e solo pochi siti web la riportano.

Fino al 5 luglio, quando i parlamentari del PD Khalid Chaouki, Eleonora Cimbro, Chiara Braga e Floriana Casellato presentano un’interrogazione scritta al Ministro dell’Ambiente Galletti, chiedendogli se è “a conoscenza dei fatti e se non ritenga urgente procedere ad una approfondita verifica della vicenda al fine di chiarire quale tipologia di rifiuti sarebbero arrivati nel porto marocchino e se tali rifiuti siano in linea con i parametri internazionali relativi allo smaltimento degli stessi”. Nell’interrogazione i parlamentari riportano che secondo la stampa i rifiuti approdati in Marocco “sarebbero provenienti dalla Campania, e precisamente da un sito di deposito combustibili che si chiama Taverna Del Re”. Mai condizionale fu più giusto. Perché nelle ore successive, come riporta “Terre di Frontiere” che ha provato a ricostruire la vicenda, si diffonde la notizia che il quotidiano marocchino Hespress ha pubblicato la foto di una delle ecoballe. E la foto è inequivocabile, quella ecoballa non è partita dalla Campania ma dall’Abruzzo. E neanche i tempi sembrano poter coincidere con il sito di Taverna Del Re.

Perché, come riporta sempre “Terre di Frontiere”, la foto di Hespress mostra che “le eco balle sono state confezionate il 27 maggio 2016 mentre il cantiere delle ecoballe campane è stato inaugurato 4 giorni dopo”. Sempre stando all’immagine, la ditta confezionatrice è la Deco, attiva sia in Abruzzo che in altre regioni d’Italia (e non solo) nel campo dello smaltimento dei rifiuti, e con sede principale a San Giovanni Teatino (provincia di Chieti). Altri dettagli sono stati riportati nei giorni scorsi: il 17 giugno scorso il cargo olandese Flinterspirit (come documentato sui social network dal fotogiornalista Nicola Baldieri, co-autore de “Il volto di Gomorra” e premio “Giancarlo Siani” 2011 e International Siani Reportage Prize 2013, primo a rendere nota la foto della ecoballa) è partito dal porto di Ortona (provincia di Chieti). Quel cargo dovrebbe essere quello approdato ad Al Jadida, secondo alcune fonti di stampa italiane, dove è rimasto fermo alcuni giorni con un carico di 2.500 ecoballe.

La ministra dell’ambiente del Marocco Hakima el Haité ha riferito alla stampa che “i rifiuti non sono ancora stati inceneriti tutto è fermo a Bouskoura, in attesa dei risultati delle analisi” affidate “a una società francese”.

“I documenti di accompagnamento che sono italiani attestano la non pericolosità. Ma il laboratorio francese ora ci dirà se il carico è in linea con i parametri Ue, se è nocivo per la salute dei cittadini”, ha riferito la ministra, aggiungendo anche che “i rifiuti provengono dalla zona di Pescara”. Parole analoghe a quelle del Ministro dell’Ambiente Galletti che, in un comunicato stampa del 13 luglio, ha dichiarato che “non esiste alcun accordo tra i due ministeri dell’Ambiente italiano e marocchino per lo smaltimento o il trattamento di rifiuti prodotti sul territorio nazionale italiano”. Il ministro ha poi ribadito che “è assolutamente infondata la notizia secondo cui sarebbe stato firmato, durante la giornata di celebrazioni del trentennale del ministero dell’Ambiente italiano del 6 giugno scorso, cui ha preso parte la ministra El Haite, un accordo tra i due Paesi che preveda il trasporto di rifiuti in Marocco”. “Altrettanto falsa – prosegue il ministro – è la notizia che il carico giunto nei giorni scorsi nel Paese nordafricano contenesse le ‘ecoballe’ campane: si è trattato, secondo gli approfondimenti da noi compiuti, di un trasporto di rifiuti internazionalmente catalogati ‘non pericolosi’, partito da Pescara e in possesso di tutte le certificazioni previste per il trasporto transfrontaliero”. Ed è questo un aspetto che solo nelle ultime ore si sta chiarendo.


Un servizio dei media moarocchini sulla vicenda, con le parole della ministra El Haite

In questi giorni varie testate nazionali hanno continuamente affermato di aver provato varie volte a contattare la società ma di non esserci mai riuscite. Secondo quel che riferivano appariva quasi impossibile. Il Messaggero Abruzzo, invece, ha pubblicato un ampio articolo sulla vicenda con dichiarazioni dettagliate da parte della società che, quindi, proprio irraggiungibile non è. La Deco ha riportato al quotidiano che i rifiuti finiti nelle ecoballe sono “speciali indifferenziati assolutamente non pericolosi”, evidenziando che “dopo il conferimento nella struttura di Chieti i rifiuti pescaresi diventano di proprietà della Deco che vende al miglior offerente la quota di maggiore potere calorifico (plastica, ecc.) destinata per lo più a inceneritori e cementifici”.

In Marocco il caso è sulle prime pagine di alcuni quotidiani da ormai due settimane, l’opposizione parlamentare incalza il governo e le associazioni ambientaliste – come già riportato – stanno portando avanti fortissime proteste.

Sottolineano come è stata recentemente intrapresa una forte svolta ecologista (abolendo le buste in plastica) e nel prossimo novembre verrà ospitata la Cop22 sul cambiamento climatico “che si propone di dare attuazione a quanto già deciso a Parigi e cioè eliminare gradualmente tutte le sovvenzioni ai combustibili fossili verso una transizione energetica che punti al 100 per cento di energie rinnovabili entro il 2050”(come riportato nell’interrogazione dei parlamentari PD già citata).

In Italia, invece, ci sono informazioni certe che diventano pubbliche con difficoltà e lentezza. E non sembra esserci grande attenzione. Alcuni organi di stampa stanno ignorando totalmente la notizia, altri solo in queste ore stanno cominciando a scriverne, altri riportavano anche negli ultimi giorni (dopo non aver minimamente coperto la notizia prima) una versione dei fatti con notizie superate e smentite dai fatti. Si aggiungono, poi, tutta una serie di dubbi e domande su vari aspetti della vicenda. Perché, oltre il Marocco, sono stati citati altri Stati come possibile approdo delle ecoballe di Giugliano: Bulgaria, Spagna, Portogallo e Romania (a seconda di chi riportava la notizia). Ma l’Agenzia Romena per la protezione dell’ambiente ha smentito di aver ricevuto richieste autorizzative dall’Italia, aggiungendo che “anche nel caso in cui la Romania dovesse ricevere una notifica del genere, essa sarebbe automaticamente respinta poiché l’introduzione di rifiuti sul territorio romeno, allo scopo del loro smaltimento, è vietata dalla legge”. Negli ultimissimi giorni su questo aspetto qualcosa pare cominci a chiarirsi, sembra ormai acclarato che la destinazione finale delle ecoballe di “Taverna Del Re” sarà la Bulgaria. 7.200 tonnellate di rifiuti saranno portate prima a Serino (provincia di Avellino), dove avverrà un primo trattamento, e poi dal porto di Napoli partiranno per Burgas, porto bulgaro sul Mar Nero. Le ecoballe in Bulgaria arriveranno, infine, a Cameno dove concluderanno il viaggio. L’incarico, per un importo di circa 14 milioni di euro, sono stati assegnati all’associazione temporanea d’imprese Defiam-Ecobuilding. I rifiuti contenuti nelle ecoballe potrebbero, secondo l’autorizzazione, essere destinate a discarica, ad un inceneritore o ad un cementificio. In totale l’ATI ha chiesto l’autorizzazione ad esportare in Bulgaria 35.000 tonnellate.

A margine di tutta la vicenda campana-abruzzese, coincidenza vuole che anche in Sicilia si stia cominciando a lavorare all’ipotesi di inviare rifiuti in Bulgaria. Riporta la stampa siciliana che dalla discarica di Lentini, la più grande in attività nell’isola, dovrebbero esser già partite le prime 10.000 tonnellate dirette alla cementeria di Varna, il maggior porto del Paese. Mentre il gestore della discarica di Trapani ha pubblicato un bando europeo per invio transfrontaliero di rifiuti.

Sono quindi sempre maggiori gli interrogativi e le incertezze su questo che, come già sottolineato all’inizio, rischia di diventare il “giallo dell’estate”.

Perché si è citata la Romania ma loro dicono che non è possibile? E’ vero che, come riportato da alcuni, le ecoballe sono state comunque trasferite in altre regioni italiane in attesa delle autorizzazioni estere? Perché si era diffusa la notizia che le ecoballe provenissero da “Taverna Del Re” se, invece, provengono dall’Abruzzo? Perché ci sono rifiuti italiani che sono finiti in cementifici addirittura di uno Stato extra-UE? Il Ministro dell’Ambiente marocchino ha dichiarato che “in Marocco arrivano ogni anno 450 mila tonnellate di questi rifiuti”, non è questa quindi la prima volta che avvengono di questi carichi? Sono partiti già in passato rifiuti italiani verso lo Stato africano? Partendo da dove e quali rifiuti? A tutto questo si aggiunge quanto denunciato in un post su Facebook nelle scorse ore dal presidente della Regione Campania De Luca. Sono stati diffusi, scrive il governatore, “documenti contraffatti e diffusi ad arte” con tanto di sua firma e loghi della Regione Campania, “atti assolutamente falsi che autorizzerebbero lo smaltimento in Marocco di rifiuti provenienti dalla Campania”. Il governatore ha dato mandato di sporgere denuncia, aggiungendo che “va accertato se si tratti di un tentativo di sabotaggio dell’operazione di rimozione e smaltimento delle ecoballe che è in corso”.

Foto: ilmattino.it

Foto: ilmattino.it

Ecoballe ed emergenza rifiuti sono parole entrate nel vocabolario della cronaca italiana ormai da molti anni, simboli di uno dei capitoli più neri della storia italiana recente. Un capitolo che, in realtà, non ha vissuto il primo grande momento in Campania (come molti sostengono) ma a Milano. Era il novembre 1995, e la situazione campana viveva solo i primi sintomi, quando il capoluogo lombardo fu travolto dalla chiusura (per le proteste dei cittadini esasperati) della discarica a Cerro Maggiore. Per la soluzione dell’emergenza fu necessario ricorrere anche ai conferimenti in altre Regioni, Emilia Romagna, Umbria e Puglia. Ma in quegli anni rifiuti non fu sinonimo solo di questo. Furono gli anni nei quali s’involarono le ecomafie, arrivando a sfruttare anche le difficoltà e le mancanze della gestione pubblica. Napoli e la Campania videro il destino segnato dall’arrivo di milioni e milioni di rifiuti di ogni tipo, soprattutto dal Nord, con i traffici della Camorra. Erano gli stessi anni dell’assassinio di Ilaria Alpi e Miran Hrovatin, che hanno pagato il coraggio, la costanza e l’aver denunciato e documentato gli sporchi traffici che dall’Italia hanno avvelenato (e con alta probabilità continuano a farlo con le immaginabili conseguenze anche sulla salute umana…) la Somalia e i mari. Cartelli criminali che hanno visto cooperare politici corrotti, camorristi, imprenditori, altri “indicibili” settori dello Stato (perché per un Roberto Mancini che fino all’ultimo combatté l’avvelenamento della “Terra dei Fuochi” tanti, troppi si son schierati, e hanno prosperato, sull’avvelenamento e con gli avvelenatori), alcune volte uniti anche da “vincoli massonici” (come scrisse nel 1994 la “Commissione Parlamentare d’inchiesta sul fenomeno della mafia e delle altre associazioni criminali similari”, che sottolineò di non voler portare avanti “la criminalizzazione della massoneria in quanto tale”, “per i documentati rapporti tra organizzazioni mafiose ed alcune logge massoniche, e stante l’intreccio, proprio delle logge massoniche, tra alta riservatezza e vincolo di solidarietà, aveva sollevato, nella relazione sui rapporti tra mafia e politica, un allarme in ordine ai possibili condizionamenti di logge massoniche coperte e deviate nell’attività di pubbliche istituzioni” e che esistono inchieste dalle quali sono emerse “collusioni di suoi iscritti con esponenti della criminalità organizzata”). Una delle vicende simbolo è giunta in queste ore ad uno snodo fondamentale, è infatti ormai giunta a sentenza il processo Resit.

Il primo ad occuparsi della vicenda fu Roberto Mancini, il poliziotto morto il 30 aprile 2014 a 12 anni dalla diagnosi di linfoma non-Hodgkin contratto per il ripetuto contatto ravvicinato con i rifiuti tossici e radioattivi della “Terra dei Fuochi” (la sua biografia e le sue indagini, anche con la pubblicazioni di documenti ufficiali, è stata straordinariamente raccontata nel libro “Io, morto per dovere” pubblicato nei mesi scorsi da Chiarelettere e di cui sono autori Nello Trocchia, Luca Ferrari e la vedova Monika Dobrowolska.

Dopo due anni di indagini, Roberto Mancini consegnò nel 1996 alla direzione distrettuale antimafia di Napoli una dettagliatissima informativa sullo smaltimento criminale di rifiuti nella “Terra dei Fuochi” manovrato dal clan dei Casalesi. Solo diversi anni dopo il pubblico ministero Alessandro Milita porterà avanti le indagini. E si giunge così ai nostri giorni, con la sentenza di queste ore. Tra gli imputati Cipriano Chianese, considerato figura centrale come “broker” dei rifiuti e nelle cui discariche secondo l’accusa finivano i rifiuti industriali provenienti dalle fabbriche del nord Italia, Gaetano Cerci, che le cronache riportano essere “legato alla P2”, e Giulio Facchi, ex sub commissario per l’emergenza rifiuti nel periodo 2000-2004. Alcuni organi di informazione riportano che negli anni due pentiti di camorra, Giuseppe Valente e Nunzio Perrella, hanno affermato che Chianese era legato ai servizi segreti. Chianese è stato condannato a 20 anni, a 16 anni Cerchi, a 5 anni e 6 mesi Facchi (per il quale però è caduta l’aggravante di aver favorito la camorra). Tutti gli imputati sono stati condannati a risarcire per danni ambientali il comune di Giugliano. A poche ore dalla sentenza Fanpage ha pubblicato un’intervista a Facchi, nella quale si fa espressamente riferimento ad una “trattativa tra lo Stato e la camorra con la partecipazione dei servizi segreti per la gestione dell’emergenza rifiuti in Campania”.

“L’ex sub commissario di Antonio Bassolino fino al 2004 racconta di diversi incontri con gli 007 italiani per discutere di come gestire la drammatica emergenza rifiuti campana e la gestione degli impianti in gran parte nelle mani della camorra”, leggiamo nella descrizione del video dell’intervista.

I giornalisti di Fanpage Gaia Bozza e Antonio Musella sottolineano come le dichiarazioni di Facchi “trovano conferma in alcuni documenti della commissione parlamentare d’inchiesta sui rifiuti. Il 12 luglio del 2011, l’allora capo dell’AISI – il servizio segreto interno – Giorgio Piccirillo fu ascoltato dalla commissione d’inchiesta guidata in quegli anni dall’onorevole Gaetano Pecorella. Piccirillo riferisce cosa avvenne tra il 2003 e il 2004, anni che riguardano il periodo preso in esame da Giulio Facchi alle nostre telecamere. Nel 2003 l’ex capo dei servizi Mario Mori – racconta Piccirillo – su richiesta del presidente della commissione parlamentare sul ciclo dei rifiuti Paolo Russo, avviò un sistema di infiltrazione di agenti dei servizi segreti all’interno della struttura del commissariato straordinario all’emergenza rifiuti in Campania”.

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Sempre secondo Piccirillo, dopo 3 anni di interruzione, ci fu una “una nuova attività di infiltrazione dei servizi segreti all’interno del commissariato straordinario” perché l’allora prefetto di Napoli Pansa “chiese il supporto di una penetrazione informativa per sostenere i processi decisionali del commissariato straordinario”. Nel 2008 Bassolino, allora presidente della Regione Campania, nominò assessore all’Ambiente Walter Ganapini. La registrazione di un colloquio privato tra Ganapini ed esponenti di “comitati civici ed associazioni ambientaliste”, tra cui WWF e Legambiente, finì tra i cabli di Wikileaks. Nell’incontro Ganapini fece riferimento anche a due atti intimidatori (lo speronamento in auto nel modenese e l’aggressione notturna di 4 persone “a bordo di due moto con il volto coperto da caschi integrali” in piazza del Gesù a Napoli), affermando “gli avvertimenti li ho ricevuti, diciamo, rispetto al fatto che ho visto qualcosa che non dovevo vedere”, e alla discarica di “Parco Saurino 3”, in provincia di Caserta, “che – raccontano i due cronisti di Fanpage – sarebbe stata capace di accogliere tutti i rifiuti dell’emergenza campana”. Ganapini, raccontò ancora nel colloquio riportato da Wikileaks, ha negoziato su quella discarica con “il comandante… il coordinatore dei servizi segreti” che gli ha disse “per due volte, urlando: si è esposta due volte la Presidenza della Repubblica”.

Una realtà che coinvolse anche Regioni inaspettate, come l’Abruzzo. Una Regione dove, negli Anni Novanta, almeno 5 inchieste della magistratura hanno documentato e denunciato traffici e stoccaggio di rifiuti di ogni tipo (anche industriali, tossici, pericolosi) in cave, fornaci, terreni (l’ex fornace Gagliardi a Tollo, Scurcola Marsicana, le inchieste Humus, Ebano ed Eco). Mentre almeno 15 comuni misero la gestione dei propri rifiuti urbani in mano a Gaetano Vassallo, allora imprenditore dei rifiuti legato al clan dei Casalesi e successivamente collaboratore di giustizia. Su Q Code Magazine raccontammo nel 2013 le criticità, le difficoltà e le emergenze della gestione dei rifiuti in Abruzzo. Son passati 3 anni ma, da come riportato per esempio dal numero di Giugno di “Terre di Frontiere”, la situazione non è cambiata di molto.



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