La società dei bambini

La società dei bambini vive dentro case piccole, con porte piccole altrettanto e poi ci sono i lettini, i piatti piccoli e le mani, piccole anche loro.

di Gabriella Ballarini

Sono in Bolivia, nella città di Santa Cruz. Ogni anno, ormai da tre anni, mi capita di prendere un aereo, fare tutti gli scali del caso, attraversare a volte gli Stati Uniti, a volte il Chile, a volte il Brasile e arrivare qui. Nella città ad anelli, che 50 anni fa erano due e adesso si pensa al nove e al dieci.
Una città che cresce velocemente, proprio come i suoi abitanti, soprattutto quelli piccoli, alti quanto due pacchi di farina, tre di zucchero, alti come un una piantina di margherite, come tre secchielli del mare.

Nella città ci sono delle città nella città, sono le fortezze dei ricchi, quelli che nemmeno li incontrerò mai e poi ci sono gli hogares (casa-focolare, in italiano).

Quelle case-focolare, che ci provano ad essere focolare, ma che a volte sono strane combinazioni di mattoni, prati, alberi, finestre e porte chiuse a chiave.
Nell’hogar dove vivo in questi giorni, c’è una casetta, piccola, con la giostra di fronte, una casetta con tre porte, una chiusa a chiave, l’altra che è un cancelletto, l’altra che è una zanzariera. Una porta che devi bussare forte se ti vuoi far sentire, perché poi c’è un’altra porta e poi finalmente c’è profumo di borotalco e gente piccola che corre da tutte le parti.
Sono dieci, qualcuno ancora non cammina, qualcuno parla e se gli chiedi come si chiama ti dice “Pabo, mi ciamo Pabo”, ma poi tutti gli altri urlano “no, si ciama Occar, no Pabo, Occar” e così Oscar ride e corre e urla “Paboooooo, Paboooooooo”. E quindi c’è Oscar, che sogna d’esser Pablo e poi c’è Carlito che mi spiega sempre tutto senza parlare. Quando sono seduta a terra, mi sistema le gambe e poi ci si sdraia sopra e mi prende le mani.

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Gli piace prendere un dito alla volta, lo piega e poi guarda le due mani con le dieci dita piegate, poi riapre le mani e le misura con le sue e poi si ricomincia da capo, infinite volte.

La società dei bambini della piccola casa, si regola su principi semplici: si fanno le cose che si devono fare, all’ora in cui si devono fare, senza piangere.

Ma mica perché poi se piangiamo ci puniscono, no, ci prendono anche in braccio alcune volte, non si piange perché è meglio così, altrimenti poi quando si hanno delle cose che fanno male sul serio, nessuno se ne accorge.
Mario lo sa, sorride quando entriamo nella sua casa piccolina e sembra il sindaco della comunità, lui si siede e guarda tutto, non sa cosa siano le parole parlate, ma se gli avvicini la mano lui ti avvicina la sua e se ti guarda, ti guarda sul serio. La sera ci si lava tutti con metodo. A turno ci si avvicina al bagno e ci si toglie tutto, si butta nella cesta, primo, secondo e terzo strato (perché ora è inverno) e poi l’acqua, i denti e il pigiamone, quello intero, a due, tre, quattro colori e poi c’è quello a pois, quello a righe bianche e rosse e se per sbaglio ti mettono il mio, io me ne accorgo e ti fisso. Non ti so dire le parole, ma ti fisso.
Ci sono poi i giorni difficili, quelli in cui succedono cose che fanno piangere qualche piccolo abitante. Possono essere cose gravi, ma a chi lo chiediamo?

La società dei bambini a volte non conosce le parole per parlare. Gli uomini piccoli hanno visto il limite delle cose, ma non lo sanno dire.

Le piccole donne hanno sentito il freddo degli adulti, ma non lo sanno nemmeno piangere.
Ci sono case, dentro le città, e città dentro le città. La società dei bambini soli è una delle città nella città.
Ieri una delle educatrici si è seduta in mezzo ad un cerchio, ha guardato in faccia tutte le altre e ha detto che sì, anche lei è qui perché ha abitato quelle città, le città dei bambini senza abbracci, i bambini che piangono di notte e nessuno li sente.



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