Parlando col cielo/2

L’IA i marziani e noi


di Bruno Giorgini

Qui la prima puntata

Cros dunque pensò a sequenze di spazi neri e bianchi che codificano una collezione di cifre trasformandola in immagini, ovvero in una successione di pixel. Ma lo sviluppo di una sorta di linguaggio simbolico e di programma informatico non interrompe la linea delle comunicazioni tramite onde elettromagnetiche.

Lancelot Hogben, zoologo, lavorava nel campo delle statistiche mediche e alla trasmissione dei segnali ormonali emessi dalle rane o dai camaleonti africani. Nel contempo sviluppa un progetto di comunicazione con una intelligenza non umana dalle caratteristiche del tutto sconosciute.

Comunicazione che avrebbe dovuto viaggiare sulle onde radio. E inoltre essere interattiva, cioè con domande e risposte.

L’idea di fondo proposta da Hogben (1895 – 1975), era di stabilire un sistema binario con operazioni tra i simboli, un’algebra che diventerà poi l’algebra di Boole, iterazioni e una dinamica temporale, che è più o meno quello che faceva Alain Turing con altri progettando i primi prototipi di macchine intelligenti (Alan M. Turing – Intelligenza meccanica –Bollati Boringhieri, 1965).

Hogben che oggi quasi nessuno ricorda, di fatto definì i principi su cui si basano i tentativi di conversare con gli extraterrestri tramite impulsi binari di energia. In genere si opera trasmettendo una serie di oggetti semplici come un sistema numerico, alcune coordinate di stelle “fisse” ben riconoscibil, qualche elemento di chimica tra i più diffusi nell’universo, e una sagoma umana.

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Il cosidetto messaggio di Arecibo, dal nome della località a Puerto Rico dove è il Radiotelescopio che il 16 novembre 1974 lo trasmise verso l’ammasso di Ercole M13, a 25000 anniluce di distanza, era composto da 1679 bit on/off (cifre binarie). Questo numero è il prodotto di due numeri primi 23 e 73. Così se si collocano i segnali all’interno di una griglia di 23 colonne e 73 righe, si ottiene un’immagine.

Dall’alto in basso si possono leggere i numeri da 1 a 10, il numero atomico dei principali componenti la nostra biologia (H, C, N, O…), la composizione del nostro DNA e la sua doppia elica, l’immagine di un uomo medio, alcuni dati sulla popolazione umana, la geometria del sistema solare, ecc.. Col problema non piccolo di un messaggio che impiegherà molte decine almeno di migliaia di anni per andare e, eventualmente, tornare. La condizione dell’essere umano che cerca di contattare forme di vita intelligente nello spaziotempo astrofisico somiglia assai alla condizione del naufrago approdato fortunosamente a una sperduta isoletta del Pacifico al tempo dei battelli a vela.

Ammesso e non concesso che riesca a mandare un messaggio nella tipica bottiglia galleggiante, quante probabilità ha che qualcuno la trovi, e se questo accade, che chi l’ha trovata individui l’isola, e quindi una nave parta per raggiungerlo, eccetera. Assai poche, e dovrà abituarsi comunque per un tempo molto lungo a vivere in solitudine.

Ma intanto gli studi sul linguaggio universale continuano. Il matematico Hans Freudenthal nel 1960 concepisce il Lincos, cioè Lingua Cosmica, che dovrebbe essere abile a descrivere la totalità dei nostri saperi, cominciando dall’aritmetica dei numeri naturali (Lincos: Design of a Language for Cosmic Intercourse, Part 1. 1960) nell’ipotesi che dalla matematica elementare possa svilupparsi qualunque altro sapere, tanto umanistico quanto scientifico. Ma il sistema linguistico proposto da Freudenthal sembra adatto anche per intavolare e sviluppare un dialogo tra esseri umani e macchine, tra intelligenza umana e intelligenza degli automi, cosa che non è molto diversa dal fatto che Marvin Minsky (1927 -2016) abbia per primo battezzato l’IA simulando un rete neuronale , mentre oggi si cerca di simulare l’intero cervello, proprio mentre scopriamo coi neuroni specchio che la simulazione è un processo cognitivo intrinseco all’intelligenza umana.

Così cercando di parlare al cielo e agli extraterrestri, siamo giunti a inventare una lingua, una intelligenza, artificiale per parlare a noi stessi, cogliendo alcuni degli sconosciuti meccanismi del pensiero e della conoscenza che albergano in noi.

Scrive Koestler “ La storia delle teorie cosmiche (..), può intitolarsi, senza esagerazione, storia delle ossessioni collettive e delle schizofrenie controllate; e alcune tra le più importanti scoperte individuali sono avvenute in un modo che richiama molto meno le prestazioni di un cervello elettronico che non quelle di un sonnambulo”, se non fosse che anche lo stesso cervello elettronico è in parte il frutto dell’ossessione per gli extraterrestri e le comunicazioni astrofisiche con loro, congiungendosi in questo modo il cielo e la terra, le stelle e i neuroni.

 

 



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