All’improvviso ho voglia di dormire

Dalle lotte della logistica a Piacenza all’Ilva di Taranto, quando si muore di lavoro

di Alessio Di Florio

“ […] Un nostro compagno, un nostro fratello è stato assassinato durante il presidio e lo sciopero dei lavoratori della SEAM, ditta in appalto della GLS questa notte davanti ai magazzini dell’azienda. […] Questo assassinio è la tragica conferma della insostenibile condizione che i lavoratori della logistica stanno vivendo da troppo tempo. L’USB si impegna alla massima denuncia dell’accaduto: violenza, ricatti, minacce, assenza di diritti e di stabilità sono la norma inaccettabile in questo settore. […]

“Il responsabile del magazzino del Gls incitava i camion ad investire i lavoratori che avevano fatto un picchetto davanti ai cancelli dell’azienda”.

A dichiararlo è Elsayed Eldani, il fratello del lavoratore del Gls ucciso ieri notte a Piacenza. “Diceva ‘andate avanti, andate avanti, asfaltatelo come un ferro da stiro'” – racconta in lacrime il fratello.

I giorni passano, frenetici e vorticosi, e i riflettori della cronaca hanno abbandonato Piacenza. Abbiamo letto, visto, ascoltato tante parole, testimonianze, dichiarazioni.

Il giorno successivo, supportata anche dal PM, ha cercato d’imporsi una “verità” che non ci fosse nessun picchetto, nessuna manifestazione, che fosse stata solo una tragica fatalità. Una dinamica che ricorda quanto accaduto dopo la morte di Emanuel a Fermo.

Ma queste parole, delle ore immediatamente successive, sono rimaste intatte, non si son lasciate accantonare e, anzi, restano (e devono rimanere) scolpite. Per Abdesselem, per i lavoratori che in queste settimane hanno animato scioperi, manifestazioni, picchetti e tanto altro nel suo nome.
E per tutti noi.

Perché i fatti di quella notte parlano, gridano, a tutti. Impongono riflessioni che non si fermano a Piacenza, ma attraversano l’Italia intera. Descrivendo la realtà di un lavoro che troppo spesso fa rima con diritti negati, invisibilità, sopravvivenza o morte.

E incapacità di alzare la testa, di indignarsi, protestare, costruire un qualsivoglia movimento che possa modificare lo stato di cose presenti. Abdesselem non era uno dei lavoratori coinvolti nella vertenza, non era uno dei precari che stavano rischiando il lavoro.

Aveva un contratto a tempo indeterminato, la sua situazione economica personale non era a rischio. E quindi per molti, per tanti, quella sera poteva anche rimanere a casa, stendersi sul divano davanti il televisore. Perché quella non era una lotta che lo riguardava. E invece no, Abdesselem è andato, si è schierato in prima fila, ha preso un megafono e ha fatto sentire la sua voce.

Uno straordinario italiano, che non divideva il mondo tra compatrioti e stranieri ma tra “diseredati e oppressi da un lato, privilegiati e oppressori dall’altro” – don Lorenzo Milani – aveva fatto appendere alle pareti della sua scuola due parole “I Care”, mi interessa, m’importa, è anche mio.

E Abdesellem, che non sappiamo se conoscesse don Milani e la scuola di Barbiana, ha catturato e impresso nel cuore il suo I Care. I Care della sorte di quei lavoratori, di quei precari, di quelle persone che erano costrette a stare lì, anche di notte e sotto la pioggia, per poter affermare la loro esistenza, i loro diritti, per non rimanere invisibili.

Ma di I Care, di Abdsellem, l’Italia di oggi non abbonda. Come ha scritto il direttore Angelo Miotto, “hanno atomizzato il lavoro, le vite, hanno disperso le forze, hanno distrutto l’essere insieme. Ma queste cose ormai sono del tutto evidenti.

Manca la forza che unisce, perché non è più vissuta come una priorità. Manca un pensiero, che sia pratica e che dica sempre cosa si può fare per spostare un centimetro più in là il progresso e i diritti di una civiltà”.

E dovremmo domandarci, ancor di più dopo il suo sacrificio, il perché. Guardarci intorno, interrogarci, riflettere. E agire.
Mentre quest’articolo si va a completare, l’USB annuncia che a Piacenza è stato siglato un “positivo accordo” che prevede un “percorso di stabilizzazione per precari e condizioni contrattuali di miglior favore”.

Non può che essere salutato come un passo, un avanzamento, dei lavoratori. E quindi di ogni cittadino, di ogni lavoratore, di ogni figlio o figlia dell’umanità presente su questa porzione del globo.

Un passo di un percorso che attraversa tutta l’Italia delle tante Piacenza dove i precarissimi della logistica vivono le stesse condizioni. Antonello Mangano su Terrelibere.org già 3 anni lo definì “caporalato delle merci”.

Pubblicando un’inchiesta di RaiNews24 riportò che “il comparto comprende circa 500mila addetti e fattura 200 miliardi di euro l`anno” dove “marocchini, egiziani, pachistani. Sono la manodopera che carica, scarica, trasporta ogni giorno tonnellate di merce con paghe basse e ritmi forsennati”.

Ma non è solo questo. Parole simili tante volte, ma mai abbastanza, le abbiamo lette e sentite per un altro settore dell’economia di questo Paese. Un settore che appare inscindibile, nell’Italia del 2016, dalla parola caporalato: l’agricoltura.

Quel caporalato che ha trovato, negli ultimi anni, addirittura forza e nuovi schiavi persino in provvedimenti di questo Stato. Lo abbiamo già raccontato quasi 3 anni fa: il documentario “Schiavi – le rotte di nuove forme di schiavitù” del regista RAI e giornalista indipendente Stefano Mencherini ha documentato come la cosiddetta “Emergenza Nord Africa” – nata dopo l’inizio della guerra alla Libia – ha portato “un enorme spreco di denaro pubblico e le tantissime violazioni dei diritti umani dei migranti, evidenziando come moltissimi siano poi divenuti vittime di una vera e propria schiavitù”.

Un’inchiesta sempre di Antonello Mangano pubblicata da L’Espresso nell’aprile dell’anno scorso ha documentato come a Mineo “il caporalato non c’era, è nato con il Cara” perché “i richiedenti asilo non ricevono i documenti previsti dalla legge italiana ed europea” e “di conseguenza, possono lavorare solo in nero” alimentando “uno sfruttamento mai visto prima”.

Mentre qualche mese prima avevano denunciato “il nuovo orrore delle schiave romene” a Ragusa che subiscono “ogni genere di violenza sessuale” durante veri e propri festini padronali. Meno di due giorni dopo Abdsselem, altri due lavoratori sono morti.

Un operaio rimasto folgorato nel deposito Atac dei treni a Roma, “un incidente assurdo” secondo la Filt Cgil Roma e Lazio secondo cui “come ogni morte sul lavoro, poteva essere evitato, nessun ritardo può costare una vita ed in nessuna circostanza la pressione e la fretta per garantire un servizio adeguato alla domanda di trasporto possono sopperire alle carenze negli organici, nell’organizzazione del lavoro, negli investimenti sulla sicurezza.

Mancanze croniche, segnalate da anni e che adesso sarebbe troppo facile elencare, ma che conducono nelle peggiori ipotesi a questo genere di incidenti. Le procedure di lavoro devono essere rispettate, gli organici completati, i turni di riposo garantiti in ogni circostanza”.

E un altro operaio, Giacomo Campo, si è aggiunto al drammatico elenco di coloro che hanno trovato la morte nell’Ilva di Taranto, la fabbrica accusata sempre più di inquinamento devastante e della strage tumorale in città. Oltre che di non garantire alcuna sicurezza ai propri lavoratori.

Il 18 aprile 2006 un malore uccide Antonio Mingolla. Un anno dopo la vedova, Francesca Caliolo, scrive una lettera aperta al marito.

Una lettera commovente, violenta nei sentimenti, nella rabbia, nell’indignazione, quanto tenera nei ricordi e in quell’amore che resiste, che racconta come Antonio aveva visto diversi colleghi morire.

Sentiva di essere predestinato. Un giorno poteva toccare a lui. Ogni sera che tornava a casa era un altro giorno strappato al destino. Una famiglia da mantenere, i figli, la moglie. E sentiva di non poterci fare nulla.

Francesca Caliolo scrive che “a fine giornata pareva un bollettino di guerra, con incidenti di tutti i tipi: ustioni, intossicazioni, fratture e, qualche volta si moriva anche.

Le morti ci lasciavano attoniti a pensare all’esagerato tributo da pagare in cambio di un lavoro di per sé duro e alienante” e le ultime parole che il marito potrebbe aver pensato “voglio cambiare lavoro, non ce la faccio più, sono stanco, stanco, così stanco che all’improvviso ho voglia di dormire, mi si chiudono gli occhi, squilla il cellulare, dormo”.

Fulvio Colucci e Giuse Alemanno nel 2011 hanno scritto un libro “Invisibili – vivere e morire all’Ilva di Taranto”.

Un titolo più che eloquente di quel che viene riportato nel libro. “I lavoratori dell’appalto sembrano gli ultimi degli ultimi, a volte vedo capisquadra che approfittano di quelli delle ditte sottomettendoli. C’è chi lavorava con i jeans, chi ha indossato la tuta marrone. Con la polvere, di notte, è ancora più invisibile. Rischia di essere schiacciato da camion e auto” leggiamo nella testimonianza di Colucci riportata da Comune-Info.

“Ora stanno lì: africani, indiani, turchi. Lavorano indossando quello che trovano: entrano nel forno, smantellano i refrattari, senza maschere. E’ venuta l’Asl ha fatto i controlli. L’amianto è stato smantellato da un’azienda specializzata. Gli extracomunitari sono andati allo sbaraglio. Il forno è diventato una torre di Babele ed è pericoloso, se non ci capiamo. Io ogni giorno faccio cinque chilometri a piedi, con la polvere; certe volte mi esce il sangue dal naso perché la polvere nel naso si indurisce. … Arriviamo allo spogliatoio divorati dalla polvere, la polvere è come una estrema unzione. Mi hanno impressionato i lavoratori sulle passerelle  a 90 metri di altezza. Vai giù e nemmeno ti accorgi che sei morto. … Agli ingegneri segnaliamo tutto. I carriponte sono pericolosi, rischiano di cadere con un peso di 50 tonnellate. Se cadono è una strage.…
Chi si trova sul fronte del fuoco, o ad altezze così è più chiuso, non ha voglia di parlare. Mi sono trovato vicino alla ghisa liquida quando prende fuoco, una bomba che fa tremare tutto in un raggio di chilometri. Lo scoppio è improvviso, lo senti davvero nelle viscere. Ti stordisce, ti afferra, ti svuota”.

Antonia Battaglia di PeaceLink ha scritto su Micromega online che Giacomo Campo è stato “uno dei tanti, purtroppo, sacrificati ad un impianto vetusto, dove i fumi si disperdono come accadeva in epoca vittoriana”.

Poche ore prima l’emittente televisiva tarantina Tv Med ha diffuso un video di “emissioni in uscita dalla cokeria” dell’Ilva che, scrive Antonia, “conferma le violazioni dell’Autorizzazione Integrata Ambientale”. Secondo Francesco Rizzo dell’Usb di Taranto l’incidente “non è una fatalità” ma un “omicidio” dovuto ad “una vera e propria mancanza di rispetto delle regole della sicurezza”.

La visita di Renzi il 29 luglio scorso a Taranto fu accompagnata da pesanti contestazioni, con i manifestanti che gli hanno gridato “assassino” e il comitato “Verità per Taranto” che ha denunciato “questa è la città in cui muoiono il 20 per cento di bambini più che nel resto d’Italia”.



Sosteneteci. Come? Cliccate qui!

associati 1

.