Non manganellate le biblioteche. Per favore.

di Bruno Giorgini

A mia memoria non era mai accaduto in Italia e nell’ Europa democratica che la polizia con scudi, caschi e manganelli – come si suol dire: in assetto antisommossa, laddove non era in atto alcuna sommossa – entrasse in una biblioteca universitaria cacciando a viva forza e violenza gli studenti presenti, col conseguente rovinio di libri, suppellettili e soprattutto, soprattutto col rovinio di qualunque senso ethico e della misura, che non possono mancare nemmeno nell’azione repressiva, salvo quando avvenga in un contesto statuale fascista e/o fascistizzato dove la violenza su e contro gli oppositori è la norma, e dove i libri vengono bruciati, le libere biblioteche messe in catene. Ma l’Italia non è un paese fascista e nemmeno autoritario. l’Italia nata dalla Resistenza contro il nazifascismo, è una Repubblica fondata sul lavoro la cui Costituzione articola la libertà con l’eguaglianza, il diritto allo studio col diritto alla salute, nel quadro di una ampia democrazia rappresentativa. Una Costituzione recentemente confermata in ogni sua parte dal voto popolare contro chi voleva parzialmente stravolgerla in senso autoritario.

Ma neppure il Rettore Ubertini e il prorettore vicario Degli Esposti sono fascisti anzi certamente sono sinceri democratici, per usare una formula stereotipa. Nè credo che fascista o sospetto tale possa essere considerato il questore, e neanche i poliziotti. Allora come si è arrivati a una situazione per cui l’azione di polizia è parsa molto simile a quella perpetrata da regimi fascisti e/o autoritari. Questa è una, forse la, domanda cui bisogna rispondere. Personalmente vedendo i video e le foto ho trovato una evocazione/ somiglianza veramente sgradevole per esempio con l’assalto dato da polizia e esercito dei colonnelli greci dittatori al Politecnico di Atene occupato (1973), con tutte le proporzioni del caso che là fu un massacro con ventiquattro morti, mentre qua siamo al massimo a qualche contusione. Intendo dire che pare esserci la stessa frattalità, seppure con una enorme differenza: una formica e un elefante possono essere descritti da una stessa geometria frattale però una cosa è scontrarsi con una formica, tutt’altra con un elefante. E già che siamo in Grecia, vale ricordare la massima dell’antico sapiente che definiva democrazia il luogo dove nessun sapere viene disperso. Massima che in qualche modo deve essere scolpita in ogni università di un paese democratico, tanto più nell’Alma Mater, la più antica.

Dopo lo sgombero a viva forza, si è sviluppata una reazione degli studenti del CUA (Comitato Universitario Autonomo), uno dei motori della protesta, cui si sono aggregati parecchi altri. Una reazione scontata e del tutto prevedibile, direi obbligata. Una opposizione con la forza a chi con la forza li aveva buttati fuori dalla ”loro” biblioteca. Certo, forse avrebbero potuto mettere in atto una resistenza passiva e una reazione modellata dalle pratiche non violente, invece che organizzare una resistenza attiva e una azione violenta, ma mi sia consentito, io che ho avuto una giovinezza di stravizi rivoluzionari, lo scontro di piazza è nel nostro paese costitutivo delle lotte di emancipazione dai contadini e braccianti, agli operai, agli studenti. Scontri di piazza che sono sempre comunque rimasti all’interno di un quadro di sostanziale convivenza civile, seppure a volte, come dopo l’attentato a Togliatti o nel Luglio ‘60, sembrò potessero travalicare fino alla guerra civile. Ma allora perchè il Corriere di Bologna, l’inserto locale del Corsera di venerdì 1 febbraio, titola: il CUA scatena l’inferno in Ateneo. Siamo chiaramente fuori scala, ben oltre l’iperbole imaginifica, piuttosto nella dimensione del delirio. Non meglio è la Repubblica di sabato 11 febbraio, dove un giornalista, sotto il titolo “Bologna, tornano all’ Università i giorni del fuoco”- fuoco mai visto da alcuno, ah sì ma era una metafora..ma va là – così comincia il suo articolo in prima pagina: “In via Zamboni i libri hanno paura degli anniversari. Vent’anni fa un corteo in memoria di Francesco Lo Russo, studente ucciso da un carabiniere nel marzo ’77, omaggiò la libreria Feltrinelli del suo “inchino”: scaffali devastati, libri rapinati.” E dopo segue. Qua per entrambi, il titolista e il cronista, viene veramente da intonare il coro di “scemi, scemi” come accadeva spesso nel ’77 durante le assemblee. Eppure il cronista di Repubblica non è un idiota, e suppongo nemmeno il titolista, oddio non si sa mai. Allora perchè. La risposta che mi viene è: uno spettro si aggira per Bologna, il ’77, e l’establishment, o una sua parte, appare terrorizzato fino a perdere il lume della ragione e il senso delle proporzioni. Così il sindaco Virginio Merola parla di “delinquenti” da reprimere senza guardare in faccia a nessuno – non s’inventa la teoria del complotto d’antan ma nel suo piccolo tenta un’imitazione – mentre centinaia di studenti vanno in corteo un giorno sì e l’altro pure; viene scoperta la coraggiosa studentessa “qualunque” che dice peste e corna del CUA, peccato sia anche una dirigente del PD e sarebbe interessante sapere cosa ha votato al referendum. Sull’onda si fa appello alla maggioranza silenziosa via internet raccogliendo le firme. Quindi la procura fa la voce grossa contro i facinorosi. Tutto già visto, un po’ farsesco francamente. Qui interviene un’altra domanda, che ci riporta alla prima – perchè un’azione fascista come le manganellate alla biblioteca in un contesto che fascista non è: c’è una sindrome da quarantennale del ’77, certamente ma non basta. Bisogna chiedersi anche come mai e perchè la città, meglio: la nomenklatura e le istituzioni politiche, non ha ancora metabolizzato il ’77. Perchè s’aggira ancora irrisolto nei corridoi del potere quel movimento, o meglio, i suoi fantasmi, le sue vestigia. Forse Merola invece di straparlare fingendo di credere alla favola dei “delinquenti”, dovrebbe cercare di capire questo: perchè la ferita è ancora aperta. Come forse il Rettore e il Prorettore Vicario, con le altre autorità accademiche al seguito, potrebbe chiedersi da dove nasce quel grido amarissimo. in ultima analisi disperato, che risuona dopo ogni laurea quando i compagni e amici del neolaureato intonano a squarciagola: “dottore, dottore dottore del buco del culo”.

Se questo è il senso percepito coram populo della laurea oggi, sarebbe bene pensarci su un po’, invece di dedicarsi ai tornelli, il casus belli da cui tutto sembra prendere l’avvio, ma così non è. Siamo dunque arrivati al punto. Qual è la materia vera del contendere. Per quel che ne capisco, mi par si tratti di un movimento di studenti che pone una istanza di autogoverno per quanto attiene l’organizzazione degli studi (la biblioteca libera e aperta ) e della vita (la mensa libera e poco cara). In linea con la grande tradizione dell’Alma Mater. Giova forse qui ricordare che nelle sue origini, e per secoli, lo Studio Bolognese aveva due Rettori entrambi studenti che amministravano finanche la giustizia, per non dire del controllo sugli affitti e sui prezzi delle trattorie. (si veda “Studio, università e città nel medioevo bolognese” di Antonio I. Pini – CLUEB), tanto che l’Alma Mater era nota come: Università degli Studenti in contrapposizione a Parigi, la parruccona Università dei Professori. Succedeva in questo schema che ci fossero conflitti tra gli studenti e la città, il suo governo, i suoi cittadini con scontri anche sanguinosi e rivolte violente. Avvenne pure che l’Università rimanesse chiusa per diecianni, gli studenti migrarono andando a fondare lo studio di Padova, mentre Bologna si avviava a diventare un paesone camapagnolo. Perchè i rapporti tra il corpo studentesco e la città, i suoi governi, non furono mai idilliaci, spesso invece conflittuali, epperò la città s’arricchiva coi proventi portati da queste migliaia di giovani che a Bologna mangiavano, dormivano, si divertivano e molte storie si potrebbero raccontare. S’arricchiva la città ma senza concedere un pieno diritto di cittadinanza agli studenti dell’Alma Mater. Allora del tutto naturalmente la rivolta era il mezzo per farsi sentire, con le spade, coi sassi, coi bastoni. Fino a oggi quando una città rincagnata e acida – per fortuna non tutta – per un verso specula sui bisogni di questi giovani, per l’altro vorrebbe tenerli buoni obbedienti e zitti.

Ma ora, senza chiedermi a quando la prossima rivolta – domanda che invece aleggia nell’anticamere del cervello di molti – mi chiedo se non sia possibile per gli studenti dello Studio Bolognese in comunità coi loro docenti, se mai fossero di nuovo all’altezza della missione di maestri di ricerca e di vita, prefigurare la costruzione di “una società che esercita collegialmenteil potere in modo tale che tutti siano tenuti a obbedire a sè stessi, senza che nessuno sia costretto a obbedire a un proprio simile”.

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