Arabi senza Dio

Ateismo e libertà di culto in Medio Oriente, il libro di Brian Whitaker

di Christian Elia

Quello di Whitaker è un libro particolare. Edito da C60, Arabi senza Dio si muove in un terreno franoso, quale può essere quello del tema dell’ateismo nel mondo arabo. Il tema dell’ateismo, che anche altrove non è una passeggiata, si carica di sfumature particolari ad alcune latitudini per differenti ragioni.

La prima, che assolve Whitaker dall’accusa di aver aderito al club sempre più nutrito di ‘commentatori’ dell’Islam, è quella di essere stato capo redattore per il Guardian sui temi del Medio Oriente, di averci vissuto a lungo e di conoscere l’ambito di cui racconta.

La seconda è che per una certa strutturazione dell’Islam, che con il Corano è forse l’unica delle religioni monoteiste a offrire una vera o presunta guida ‘totale’ alla vita, l’ateismo finisce per essere sovrapposto a una sorta di sedizione dell’ordine tradizionale, fino alle sfumature complottiste che ne fanno uno strumento del nemico.

Al di là del quadro teorico e storico, comunque ricco e nel quale si riconosce l’impegno di Whitaker a fare un lavoro serio, piace l’approccio alle storie.

Come già nel suo precedente libro, L’amore che non si può dire, nel quale si immergeva nell’universo LGBT nel mondo arabo, Whitaker si rende strumento di racconto. Una forma originale di giornalismo narrativo, molto asettica, quasi da entomologo.

Raccoglie, racconta, ma molto più lascia che le persone si raccontino. Ecco sfilare una galleria di voci interessanti, tra convertiti pentiti e atei militanti, tra scettici e delusi.

Persone che, in alcuni casi, hanno pubblicamente preso posizione sul tema, rendendosi la vita molto difficile, e persone che coltivano in segreto la voglia di farlo, fino a coloro che la ritengono una sfera personale da non rendere pubblica.

Un lavoro accurato di fonti e segnalazioni, più che incontri personali. Un affresco che nella sua varietà e nella sua profondità compensa la mancanza di alcuni ingredienti tipo del giornalismo narrativo, come il reportage, la descrizione fisica degli intervistati, il contesto e l’anima dei luoghi.

Un lavoro stimolante, perché soddisfa una necessità chiave del contemporaneo: conoscere la pluralità di voci che attraversano una regione, una comunità culturale, un’identità.

Non necessariamente questa polifonia è declinata secondo i canoni occidentali, per fortuna, e proprio per questo è ancora più interessante.
Anche perché, assieme alle voci, il lavoro di Whitaker racconta di un dibattito molto più ricco di quel che si pensa sull’ateismo, ma che per certi versi si espande fino a mettere in discussione i modelli socio – politici e non solo quelli dottrinali.

Un dibattito che taglia fuori ancora una parte troppo grande di queste società, ma che c’è, che non è iniziato ieri. E per il quale molta gente mette in gioco la propria vita e merita rispetto, senza letture stereotipate dell’Islam e del Medio Oriente.



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