Un budget di primavera non a prova di Brexit

Il governo May approva una manovra finanziaria basata su previsioni assai ottimistiche che fa gli interessi delle imprese senza davvero affrontare i problemi della società britannica. Mentre le incertezze legate alle modalità della Brexit incombono preoccupanti.


Di Daniele Tori

Mercoledì 8 marzo il governo May ha presentato la manovra finanziaria di primavera (il cosiddetto ‘spring budget’).

Numerosi sono i punti che il cancelliere dello scacchiere Philip Hammond (l’equivalente del nostro Ministro delle Finanze) ha toccato nel suo discorso di presentazione. In particolare, spiccano gli stanziamenti per il social care (2 miliardi di sterline) e per il sistema sanitario nazionale (425 milioni di sterline in tre anni). Si tratta in buona sostanza di concessioni fatte a seguito delle pressioni sia da parte delle associazioni di categoria, sia da sezioni interne al partito Tory. Il governo si è inoltre impegnato a sostenere l’accesso all’istruzione delle giovani generazioni  attraverso borse di studio, prestiti agevolati e supporto economico per l’iscrizione alle grammar schools (scuole secondarie propedeutiche all’università).

A un primo sguardo, lo spring budget britannico si presenta come una sofisticata lista della spesa, correlata da previsioni rosee sul futuro dell’economia del Regno Unito. E su queste si basa essenzialmente tutta la discussione.

Il governo tramite l’Office for Budget Responsibility (OBR, istituzione governativa che fornisce previsioni economiche indipendenti utilizzate per la preparazione del budget) ha fatto intendere che prevede una riduzione della crescita per l’anno prossimo e un ritorno al 2% nel biennio 2020-2021. Tuttavia, la fiducia manifestata dall’OBR è quantomeno discutibile, in quanto non pare molto semplice prevedere gli effetti sul sistema socio-economico britannico di un accordo con l’Unione Europea del quale si sa ancora poco.

La capacità predittiva dei policymaker britannici  è già stata messa a dura prova e smentita diverse volte nel recente passato. Credere che l’economia britannica attraverserà le varie fasi di negoziazione della Brexit come ipotizzato dal governo è un esercizio molto rischioso, sicuramente troppo ottimistico. Solo per fare un esempio, la stessa Bank of England ha ammesso di non essere in grado di produrre previsioni realistiche da qui ai prossimi quadrimestri.

Scorrendo il testo del budget, spunta a un tratto la parola magica: austerità.

E qui si manifesta chiaramente l’apparente schizofrenia del quadro presentato dal governo. Dato che il governo si pone un vincolo tendenziale di pareggio di bilancio, se spende 100, dovrà tagliare 100. Anzi, pure qualcosa di più. È il classico esempio del “prendere con due mani e dare con una mano”. A ciò si aggiunge un silenzio assordante sui dettagli dei tagli alla spesa. Ad esempio, il settore scolastico ha subito e subirà tagli per oltre 3 miliardi di sterline fino al 2020, ma dall’altra parte il governo ha stanziato 320 milioni  per la creazione di grammar schools, le quali difficilmente riusciranno ad attenuare gli effetti di una strutturale mancanza di fondi. O ancora, ai 2 miliardi addizionali per spese di social care previsti dallo spring budget fa da contraltare un sottofinanziamento che arriverà a circa 2,6 miliardi nel biennio 2019-2020.

Il taglio del debito e la stabilizzazione finanze pubbliche rimangono il punto chiave della manovra. Hammond ha ribadito come il debito pubblico sia ancora troppo alto (circa 1,8 trillioni di sterline, pari al 91% del PIL), prevedendo un taglio del 75% entro il 2020. Secondo il governo, l’alto debito comporta un carico di circa 62.000 sterline per famiglia e ogni figlio britannico nascerebbe con un macigno (debito) sulle spalle.

Questo è il trito mantra che si basa su un’idea che il debito, in un non precisato futuro, dovrà essere estinto. Tuttavia, il debito pubblico è, per definizione, ricchezza privata, e andrà a finanziare strutture di cui proprio le future generazioni saranno le maggiori beneficiarie.

La sensazione è dunque quella di un profondo distaccamento dalla realtà da parte del governo, impegnato unicamente ad aggiustare le varie voci di bilancio. Il piano ideologico è stato, rimane, e sarà quello dell’austerità.

Da qui la rincorsa a un pareggio di bilancio completamente autoimposto (il Regno Unito non si è infatti mai dovuto attenere alle regole di Maastricht) e quindi puramente ideologico. Il progetto del partito conservatore è tendenzialmente stato quello di ridurre il peso dell’attore pubblico nel sistema economico, data la supposta superiorità dei meccanismi di mercato. L’austerità diventa una delle vie principali per raggiungere progressivamente questo scopo. Ci si sarebbe aspettati almeno una sorta di moto d’orgoglio e di rilancio in vista dell’ormai prossimo appuntamento con la Brexit ma, evidentemente, il governo ha voluto prendere tempo.

Sul lato della tassazione, il governo ha sottolineato la volontà di equiparare la pressione fiscale tra liberi professionisti (self-employed) e lavoratori dipendenti, considerate troppo a favore dei primi. Tuttavia, Hammond si è dimenticato di sottolineare come più del 90% dei liberi professionisti guadagnino meno di 20.000 sterline all’anno e l’84% di essi vivano in povertà. Queste figure acquistano senso quando si realizza che la maggior parte di questi lavoratori sono impiegati con contratti precari, con i quali i datori di lavoro riescono a scaricarsi di oneri in termini monetari e di diritti (si veda per esempio il caso della gig-economy)

Si tratta insomma di un aggiustamento tecnico alle finanze pubbliche, sostanzialmente pro-imprese.

Hammond ha infatti dichiarato che l’ambizione sua e del governo è quella di fare del Regno Unito il posto migliore al mondo per avviare e far crescere una impresa. Negli ultimi anni la tassazione sulle corporation è stata la più bassa fra i Paesi del G20 e sono previste ulteriori riduzioni nei prossimi anni. Il governo vuole porre il Regno Unito alla testa della corsa per accaparrarsi (o per mantenere) capitali e investimenti nello scenario post-Brexit.

Dalle banche alle università, passando per il generale mondo dell’impresa, i segnali di nervosismo verso un Regno Unito fuori dall’Unione iniziano infatti a moltiplicarsi.

Nella Giornata Internazionale della Donna, il governo sembra aver colto l’occasione per pubblicizzare interventi presuntamente a favore della popolazione femminile. Ci sono i 2 miliardi di sterline per il social care, tuttavia rimane un gap nella erogazione dei fondi che aumenterà da 2,8 a 3,5 miliardi di sterline nei prossimi due anni. Le donne rimangono le più colpite dalla crisi del settore, sia come lavoratrici sia come beneficiarie. Degli altri 30 milioni annunciati, 20 andranno a finanziare programmi di contrasto alla violenza domestica. A detta delle associazioni che si occupano di queste problematiche, la loro azione rimane sottofinanziata, data l’entità del problema. I restanti 10 miliardi saranno devoluti per incentivare il ritorno al lavoro e per le celebrazioni del centenario dell’ammissione al voto delle donne. Ancora una volta, queste misure hanno il sapore di un annuncio, e l’impressione è che queste non incideranno sostanzialmente sulla condizione femminile, già pesantemente intaccata da una tassazione non favorevole per le fasce meno abbienti.

Il governo sembra essere meno interessato a condividere i dettagli dei tagli e del piano di progressive riduzione del ruolo dello Stato nell’economia britannica. Hammond sembra aver tentato di buttare un po’ di sabbia negli occhi con l’annuncio di relativamente piccole somme a favore di diversi settori, senza un piano strutturale di risposta alla crisi sociale ed economica che imperversa.

Un’analisi concreta delle maggiori criticità rivela come le priorità di governo dovrebbero essere altre. Non c’è stata alcuna menzione per esempio della crisi abitativa, non solo dal punto di vista dell’offerta di nuove abitazioni, ma nemmeno da quello della capacità di sostenere i crescenti affitti. In media, nel Regno Unito le famiglie spendono il 50% del loro reddito per pagare l’affitto. Il debito privato più che quello pubblico dovrebbe essere il punto focale. Il budget sorvola anche sui problemi ambientali, sull’inquinamento crescente nei grandi centri abitativi, e non fa riferimento ad un piano energetico strutturale.

Manca, insomma, una risposta alla sfaccettata crisi strutturale del Paese che si regge su un equilibrio precario di riduzione dei salari, aumento del debito privato e pareggio di bilancio.

 



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