Referendum, la Turchia esce spaccata dalle urne

Il presidente turco Erdoğan ha vinto il “suo” referendum con stretto margine, ma tra accuse di brogli e tensione il paese esce spaccato dall’esito del voto

di Dimitri Bettoni, da Istanbul, tratto da Osservatorio Balcani Caucaso

Una vittoria sul filo di lana per i sostenitori del Sì, che con il 51,7 percento dei voti superano il No fermo a 48,6%, con uno scarto di circa 1,3 milioni. Numeri che hanno gettato nel caos il paese, non tanto per il margine risicato con cui si stravolge l’architettura dello stato, quanto per il clamore dettato dallo svolgimento delle votazioni e l’accusa di un risultato falsato.

In ballo ci sono almeno un milione e mezzo di voti, forse due e mezzo, che le opposizioni sostengono siano stati illegalmente validati dal Consiglio elettorale supremo (in turco Yüksek Seçim Kurulu, YSK).

Non annullati, come vorrebbe invece esplicitamente l’articolo 98 della legge in materia di elezioni, che considera nulli i voti le cui buste siano compromesse o prive del sigillo necessario.

Circolano online anche video di uomini che nei seggi timbrano con il sì i fogli di voti, uno dopo l’altro, apertamente, davanti alle riprese di telefonini e nonostante l’avviso di chi li sta riprendendo: “State commettendo un crimine”. E poi elettori che escono dalla cabina con i presidenti di seggio per imbucare voti multipli, arresti all’ingresso dei seggi, osservatori allontanati durante l’inizio dei conteggi.

La bocciatura dell’OSCE

Ben altro timbro è quello apposto dalla commissione Osce, giunta nel paese per monitorare l’andamento del referendum: una bocciatura senza appello, come raramente l’Osce ne ha espresse e mai accaduto nella storia della Turchia. Secondo l’organizzazione, il governo turco ha fallito nel garantire ai cittadini un ambiente di voto e informazione equilibrati, nel rispettare gli standard internazionali sulle competizioni referendarie e ha compromesso il risultato finale.

Hanno pesato sulla campagna lo stato di emergenza e i suoi provvedimenti arbitrari ed inappellabili, le restrizioni subite dalle opposizioni, la distorsione nella copertura mediatica, la militarizzazione delle città e dei seggi. La decisione dello YSK è stata senza mezzi termini definita “deleteria per le garanzie sulla legittimità del voto e contraria alla legge”.

La risposta di Erdoğan

Il governo turco ha già rigettato il rapporto preliminare come frutto di un’analisi parziale dettata da finalità politiche. Lo stesso presidente Recep Tayyp Erdoğan ha definito la vittoria del Sì una risposta alle ingerenze straniere e agli stati crociati, toni da campagna elettorale infinita.

A gettare altra benzina sul fuoco ci ha pensato Sadi Güven, discussa figura a capo dello YSK, secondo cui le schede sarebbero senza dubbio autentiche anche se prive del necessario sigillo e sarebbero perciò accettate per “tutelare il diritto costituzionale del voto” dei cittadini. Una decisione che rivendica anche in virtù di altre simili in passato, quando però i casi erano poche centinaia.

Soprattutto, Güven ha candidamente ammesso in diretta tv che la decisione è arrivata in seguito alle richieste di non specificati esponenti del partito AKP al governo. La dichiarazione ha causato scandalo ed è sintomo di un potere che non si preoccupa più neppure di celare le proprie logiche distorte, le stesse di coloro che timbrano voti davanti ad una telecamera.

Un paese spaccato

Dure le reazioni dei partiti d’opposizione, con il CHP che chiede l’annullamento del referendum e l’HDP che già prepara i primi ricorsi allo YSK.

La spaccatura nel paese è evidente anche nelle strade: reazioni di giubilo del popolo fedele ad Erdoğan, proteste dei sostenitori del No nelle strade in molte grandi città, dove risuonano le pentole e i coperchi in memoria di Gezi, e dove il fronte contrario agli emendamenti ha prevalso, rispetto alle zone rurali dove il Sì ha trionfato. Proteste che hanno spesso incontrato la repressione delle forze dell’ordine, come ad Adalia o ad Ankara. Si segnalano anche scontri tra i sostenitori dei due schieramenti, come a Smirne: serio è il rischio di ulteriore violenza in strada.

Senza farsi troppe illusioni, è prevedibile che la riforma costituzionale verrà implementata in tempi rapidi. Ufficialmente entro il 2019, quando si terranno le prime elezioni congiunte di parlamento e presidenza della Repubblica secondo la nuova architettura dello stato.

Tre degli emendamenti sarebbero però pronti per entrare in vigore da subito: l’abolizione dei tribunali militari al di fuori dello stato di guerra, la riforma della composizione del Consiglio supremo dei giudici e dei procuratori (4 membri eletti dal presidente della repubblica, 7 dal parlamento), la possibilità per il presidente della Repubblica di essere membro di un partito.

Ci si attende un invito formale dell’Akp ad Erdoğan entro fine mese. E all’orizzonte anche la possibilità di elezioni anticipate, un modo per accelerare l’entrata in vigore della riforma.

Scenari in chiaroscuro

Eppure non è tutto rose e fiori per il governo. Quando Erdoğan si è presentato al pubblico per tenere il primo discorso dopo la chiusura dei seggi, non aveva certo l’espressione del vincitore: spalle ingobbite, occhiaie profonde, non una traccia di sorriso.

Alcuni del suo partito avevano già commentato a mezza voce con la stampa: ci aspettavamo di più, almeno un 5-6% in più. Anche se la maggioranza è stata ottenuta e le cerimoniali celebrazioni di vittoria sono in corso come da copione, il futuro politico del paese è tutt’altro che definito e l’implementazione della riforma presidenziale incontrerà delle prevedibili difficoltà.

Da questo referendum escono con le ossa rotte diversi partiti. Gli ultranazionalisti dell’Mhp innanzitutto, il cui elettorato si è spaccato tra i sostenitori di Devlet Bahçeli favorevoli al Sì e quelli di Meral Akşener favorevoli al No.

Il Chp paga la presenza di un leader, Kılıçdaroğlu, che ha scontentato molti elettori per la sua posizione troppo dimessa in un momento in cui la base chiede a gran voce di salire sulle barricate. L’Akp dovrà invece fare i conti con una fronda interna che, forse per la prima volta, può aver preso coscienza della sua dimensione e del suo peso, grazie ad un voto che è stato almeno in parte svincolato dalle logiche di fedeltà al partito.

Per i primi due partiti, la svolta arriverà attraverso un ricambio di leadership per cui l’elettorato spinge sempre più. Un caso a parte l’Hdp, le cui “ossa” sono state rotte da mesi di repressione, ma all’interno del quale circola un moderato ottimismo sull’esito del referendum. Una sconfitta di misura, viziata da irregolarità, ma i cui i numeri confortano e raccontano di una resistenza alla deriva autoritaria ancora forte e vitale.



Sosteneteci. Come? Cliccate qui!

associati 1

.