Titicaca: scontri per aggiudicarsi il mercato del turismo

All’Isla del Sol, sul lato boliviano del lago Titicaca, da più di un mese un conflitto divide due comunità che si contendono il possesso di terre e punti di interesse turistico.

dal lago Titicaca, Alice Facchini

L’Isla del Sol è silenziosa quando la barca attracca nel piccolo porto di Yumani, scivolando lentamente sulle acque piatte del lago Titicaca, che con i suoi 3.800 metri di altitudine è il più alto del mondo. Sui terrazzamenti verde smeraldo alcuni contadini lavorano la terra. Non si direbbe che, in questa oasi di pace, da circa un mese si sta consumando un conflitto che ha causato moltissimi feriti e, secondo alcuni abitanti del luogo, anche alcuni morti.

La Isla del Sol è situata nel lato boliviano del Titicaca ed è famosa per essere il luogo d’origine della civiltà Inca, che la considerava sacra perché, secondo i loro calcoli astronomici, era il punto dove nasceva il sole.

Sulla sua superficie di 14 km2 vivono oggi un totale di circa 800 famiglie, divise in tre comunità: Challapampa al nord, Challa al centro e Yumani al sud. “Il conflitto è scoppiato tra le comunità del centro e del nord – spiega German, che fa la guida turistica nell’isola. Si contendono il possesso di alcune terre ma soprattutto di punti di interesse per i turisti, che sono una fondamentale fonte di entrate nell’isola”.

La situazione, al 14 aprile, era ancora critica: i visitatori potevano recarsi solo nella parte sud e chi provava ad avventurarsi verso nord veniva fermato in posti di blocco lungo il sentiero. Anche le barche facevano fatica ad attraccare al porto di Challapampa. “Ci sono stati scontri molto violenti” spiega Maria, che abita a sud, a Yumani, ma sa molto bene quello che sta succedendo a pochi chilometri dalla sua casa. Mentre racconta fila la lana di alpaca seduta su una roccia, muovendo ritmicamente le mani annerite dal colorante per tingere il tessuto.

“La gente si tira le pietre o si ferisce con bastoni, zappe o vanghe. Ci sono molti feriti, ma qui non abbiamo ospedali e così bisogna prendere una barca e andare sulla costa per curarsi. Addirittura alcuni vengono portati a La Paz per le operazioni più delicate, ad esempio so di un uomo che è stato ferito in testa e sembra che gli mancassero parti della fronte e del mento”.

Il motivo di tanta violenza? Semplicemente il controllo di alcuni punti di interesse turistico, dove ai visitatori viene chiesto di pagare un biglietto o una tassa alla comunità.

“Nella Isla del Sol i turisti visitano soprattutto le rovine archeologiche che si trovano a sud e a nord – continua Maria. La barca solitamente lasciava le persone a sud e li tornava a prendere nel porto a nord. Gli abitanti del centro non beneficiavano affatto di queste entrate, e così hanno deciso di chiudere la strada e non far passare più nessuno”.

Le autorità di La Paz non hanno voluto occuparsi della contesa, insistendo affinché venisse risolta direttamente dai due capi delle comunità coinvolte. “La verità è che sono proprio i capi a volere la guerra, non le comunità – afferma German. La gente qui vuole vivere in pace”.

German ha 30 anni ed è originario di Challapampa, nel nord: “La situazione al nord è dura, viviamo in isolamento. In più si tratta di gente molto pacata che non è abituata a combattere, eppure i capi delle comunità ordinano di prendere in mano le pietre e buttarle contro il nuovo nemico. Molte persone sono rimaste ferite e ci sono stati dei morti, in totale sette per quanto ne so”.

Eppure le due comunità in conflitto parlano lo stesso dialetto (l’aymara), hanno la stessa religione, cucinano gli stessi piatti e si vestono nello stesso modo. “L’unica cosa che ci separa in questo momento è l’interesse economico”, scuote la testa German.

Qualche giorno fa la tensione sembrava essere calata dopo l’intervento della Defensoria del Pueblo, che aveva riunito i rappresentanti delle due comunità per ascoltare i loro argomenti e per avviare una tregua in vista della Settimana Santa, per non pregiudicare la grande quantità di turisti attesa durante le feste.

Durante il weekend di Pasqua la situazione era ancora bloccata e ai visitatori veniva sconsigliato caldamente di recarsi nella parte nord. “Sembra che, se non si troverà un accordo, lo stato manderà l’esercito a riportare l’ordine”, racconta Maria. Purtroppo ad oggi si riscontrano difficoltà a reperire informazioni aggiornate sulla situazione attuale, la stampa boliviana non parla del conflitto ed è complicato mettersi in contatto direttamente con gli abitanti dell’isola.

“Qui non esiste polizia, in questo momento non c’è alcun controllo e ci stiamo massacrando a vicenda – conclude Maria. Dobbiamo capire che non siamo animali, siamo persone, il dialogo è meglio del tirarsi pietre”.

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