Fatima, tra il Portogallo e il cielo

La visita del Papa per il centenario del luogo di culto, tra fede e politica

di Marcello Sacco, da Lisbona

Dalla mezzanotte del 10 maggio il Portogallo ha ripristinato le sue frontiere di cielo, di terra e di mare; è la più grande sospensione di Schengen che si sia mai vista da queste parti da quando il trattato è in vigore. Senza allarmismi, però. Sono normali protocolli di sicurezza, è in corso solo una visita del Papa.

Francesco I è arrivato in Portogallo per il centenario delle apparizioni di Fatima. Infatti, proprio nel 1917, “il 13 maggio apparve Maria a tre pastorelli in Cova da Iria”, dicono i versi immortali che in tutte le lingue del mondo cattolico i bambini del catechismo, almeno una volta, avranno cantato.

Soprattutto dopo quel fatidico 13 maggio 1981 in cui Mehmet Ali Agca sparò a Giovani Paolo II, in piazza San Pietro. Karol Wojtyla finì gravissimo in ospedale, il mondo trattenne il fiato per un lunghissimo istante, poi si salvò e la diagnosi ufficiale fu che la Madonna di Fatima aveva bloccato la pallottola in tempo.

Un anno dopo il papa polacco andrà a Fatima a ringraziarla e subirà un secondo attentato, fortunatamente sventato dai poliziotti, un accoltellamento a opera di un fanatico lefebvriano, il prete spagnolo Juan Krohn.

Per la cittadina portoghese il precipitare di quegli eventi fu una sorta di consacrazione internazionale, ma la fortuna di Fatima e della sua Madonna veniva da lontano. Era stata una delle bandiere del regime cattofascista di Salazar, che la rilanciò affidando il nuovo piano urbanistico a José Ângelo Cottinelli Telmo, una sorta di archistar locale e regista di filmetti popolari (detta un po’ grossolanamente, è un po’ come se Marcello Piacentini avesse fatto Gli uomini, che mascalzoni… o Mario Camerini avesse aperto Via della Conciliazione a Roma).

Anche in quel caso, però, Maria li aveva preceduti. La stessa ascesa di Salazar, in fondo, si può leggere come la lunga marcia di un cattolico in un regime inizialmente avverso.

La Vergine era apparsa ai tre pastorelli, infatti, in un periodo in cui i mangiapreti della I Repubblica portoghese contavano di sradicare i culti religiosi dal Paese nel giro di qualche stagione.

E invece ecco che dal Portogallo profondo ti compaiono questi pastori bambini, capaci di trascinare le masse a vedere prima una signora sui rami di un leccio, puntuale come un vagheggiato stipendio il 13 di ogni mese, poi il gran finale a ottobre, con la cosiddetta danza del sole.

I repubblicani dovettero cambiare strategia e accantonare i loro piani di estremismo laicista e, se oggi quella data può riguardare veramente tutti, sarà forse in quanto monito per un’utopia laica che deve ancora imparare a fare i conti con i mille credi religiosi senza schiacciarli né restarne schiacciata.

In Portogallo ci stanno provando. Certo la partita è probabilmente più facile che in Francia o negli Usa, ma il Paese, che pare voler abbandonare per sempre i vari eccessi della sua storia novecentesca, sembra dotato di questa rara capacità di sciogliere al sole ogni punta polemica e di mettere, nel bene e nel male, tutto a tacere sotto un manto di bonarietà angelica e diabolica.

Lo stesso governo che ha completato, negli ultimi mesi, un processo molto avanzato e progressista d’integrazione e riconoscimento delle coppie omosessuali e delle aspirazioni alla genitorialità per tutti, si inchina ora al Santo Padre e decreta una giornata di riposo per gli statali e per tutti i portoghesi nel mondo al servizio delle autorità lusitane.

L’occasione è di quelle grosse: non c’è di mezzo solo un anniversario tondo, ma la santificazione di due compatrioti, i piccoli Francesco e Giacinta, che a quel Portogallo rurale di cent’anni fa non sopravvissero (morirono in un paio d’anni, vittime della pandemia di “spagnola”, forse anche a causa di qualche pratica ascetica estrema, fatta di digiuni e cilicio).

E poi non è questo governo, del socialista António Costa, il destinatario dell’ultimissimo segreto di Fatima?

Sì, perché qualche economista, reso inquieto dai buoni risultati macroeconomici di un esecutivo che ha ridotto deficit e disoccupazione alzando i salari e accantonando in parte l’austerità, ha affermato che la buona performance economica, spinta dal turismo in generale, si deve molto all’eccezionalità della visita papale. Insomma un miracolo economico vero, fuor di metafora; una crescita timida, ma pur sempre “della Madonna”.

Anche a questa analisi, che resta legittima come tante analisi economiche, fino a prova contraria, la coppia dei pacificatori nazionali, premier e presidente della Repubblica, risponde con un’alzata di spalle. Nel Paese la spaccatura c’è e riguarda altre fedi. Divide coloro che aspettano l’arrivo delle cavallette bibliche per poter tornare al potere e coloro che lavorano a dare una mano ai “miracoli” e finora hanno vinto più di un round.

Per il resto, si sa, la volatilità dei mercati finanziari ha abolito la formula in saecula saeculorum sostituendola con le analisi trimestrali, dunque si naviga a vista. Resta una domanda che ronza come mosca sempre più insistente: sarà servito il cilicio dell’austerità? Ma, soprattutto, a chi? Misteri della fede.



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