Portami via

Il documentario sui corridori umanitari

PORTAMI VIA

Regia di Marta Cosentino

Prodotto da Gabriella Manfrè per Invisibile film

Da maggio 2017 auto-distribuito dal basso con Movieday

Prima > 18 maggio 2017 ore 21.30 Cinema Beltrade di Milano

di Redazione

I Corridoi Umanitari sono un progetto pilota, il primo nel suo genere in Europa, che ha aperto vie di accesso legali e sicure per i richiedenti asilo.

Protocollo sottoscritto da istituzioni: Ministero degli Affari Esteri e della Cooperazione Internazionale, Direzione Generale per gli Italiani all’Estero e le Politiche Migratorie e Ministero dell’Interno – Dipartimento per le Libertà Civili e l’Immigrazione, ed espressioni della società civile: Tavola Valdese, Comunità di Sant’Egidio e Federazione Italiana delle Chiese Evangeliche.

I Corridoi Umanitari promuovono, senza oneri per lo Stato, una campagna di pressione per l’approvazione a livello nazionale ed europeo, di una legislazione che protegga i diritti e la sicurezza dei richiedenti asilo affinché non si vedano costretti ad affrontare illegalmente il mare o la rotta balcanica.

Sono inciampata nella famiglia Maccawi e nella sua storia un po’ per caso, come spesso avviene con le persone e le situazioni che, nell’arco di una vita, finiscono per segnare un passaggio, lasciando un segno.

Era l’autunno del 2015 quando, lavorando insieme a Gad Lerner, ho sentito parlare per la prima volta dei corridoi umanitari che, nel giro di pochi mesi, avrebbero portato in sicurezza dei profughi in Italia a bordo di un aereo in partenza da Beirut.

“Se le persone muoiono in mare nel tentativo di raggiungere l’Europa, invece di piangere altre vittime mettiamo a disposizione dei vivi degli aerei”.

Nulla di più elementare, nulla di più rivoluzionario.

Abitavo a Beirut già da tempo e, una volta tornata lì dove sentivo di essere a casa, ho avuto l’istinto, la curiosità e la giusta dose di presunzione di diventare il diario di viaggio di coloro cui, finalmente, venivano offerte le condizioni per esercitare in sicurezza il diritto a mettersi in salvo. Volevo che i miei occhi, il mio tempo e il mio lavoro diventassero le pagine su cui scrivere una poesia della salvezza di cui desideravo essere testimone. Solo col tempo mi sono accorta che quella storia, quelle storie, fossero diventate anche la mia e per la prima volta mi è sembrato di capire cosa volesse dire Wislawa Szymborska quando scriveva “Ascolta come mi batte forte il tuo cuore”.

Ho conosciuto Jamal e la sua famiglia in un pomeriggio di marzo quando erano già settimane che andavo in giro per il Libano a conoscere le famiglie che sarebbero partite con il secondo corridoio umanitario ai primi di maggio. Quando sono uscita da quell’appartamento nella parte alta di Tripoli, ho capito che avevo qualcosa di prezioso tra le mani.

Quando sono tornata a trovarli a distanza di pochi giorni ho capito che saremmo diventati colleghi di lavoro, compagni di viaggio, compaesani, amici.

Ho frugato nelle loro vite, ho cercato di capire che cosa si potesse mai provare nel lasciarsi alle spalle una vita “tra i gelsomini del Levante” per andare verso l’ignoto.

Un ignoto più sicuro, certo, ma in cui doversi costruire una nuova identità. Ho cercato di capire che cosa significasse non potersi permettere il lusso della nostalgia, tenendo testa all’abbraccio dell’oblio.

Abbiamo viaggiato da Tripoli a Torino tenendoci per mano perché bisogna migrare, non c’è altro modo, se si vuole avere il privilegio di raccontare come, quando e perché le persone mettono in pericolo la propria vita per iniziarne una nuova.

Nel suo libro “La conchiglia”, Mustafa Khalifa racconta di aver imparato a scrivere con la memoria, con quella che lui chiama “la scrittura mentale”, una composizione senza carta né penna.

I suoi anni nelle prigioni di Hafez Assad vengono ricostruiti grazie ad un duro allenamento che ha permesso all’autore di “trasformare i pensieri in una sorta di nastro nel quale registravo tutto quello che vedevo e una parte di quello che sentivo”. Ed è dallo scorrimento di quel nastro che emergono l’annientamento, la negazione del dissenso, delle più elementari forme di libertà, della persona che finisce per perdere coscienza anche dei connotati del suo volto. Nelle celle dei regimi infatti non c’è spazio neanche per uno specchio perché l’estraneità al mondo inizia proprio con l’estraneità nei confronti di se stessi.

“La prigione era il loro laboratorio. Facevamo da cavie e ci sbattevano fuori”. Anche Jamal ha sperimentato che cosa significhi non sapere se arrivederci qualunque si sarebbe trasformato in un addio inconsapevole.

Originario di Waer, uno dei quartieri culla della rivoluzione, racconta della curiosità verso quelle piazze e verso le rivendicazioni che le riempivano e racconta di aver iniziato, insieme ad un gruppo di amici, a portare cibo e medicinali ai civili stretti nella morsa del conflitto.

“Se avessero avuto anche solo la minima prova contro di me o se in qualche modo fossi stato coinvolto nel jihad o se casualmente fossi stato contro il regime, non avresti potuto vedermi qui”.

Le parole con cui conclude la sua testimonianza del carcere e delle torture dimostra come in Siria così come in tutto il mondo arabo, per finire in carcere – senza accusa né processo- non serva abbracciare armi o mostrare dissenso.

Talvolta può essere solo il prezzo della solidarietà.

 



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