La vita delle Domestic Workers in Libano

Contratti in arabo, ritiro del passaporto, assenza di spazi adeguati per vivere, maltrattamenti e privazione della libertà di movimento: questa è la vita in cui possono imbattersi le lavoratrici domestiche nel Paese dei Cedri

Agenzie di reclutamento mediante il kafala system “importano” lavoratrici da Africa e Asia per le famiglie libanesi, le quali diventano totalmente responsabili di questa donne sin dal loro arrivo in aeroporto.

La forza lavoro libanese che fino al 2011 consisteva in 1,5 milioni di persone (su una popolazione di 4,2 milioni) conta 760 mila lavoratori stranieri, la metà di tutta la forza lavoro presente nel paese . Il vuoto legislativo riguardo questa categoria di lavoratori rende questi individui oggetto di pratiche discriminatorie di varia natura e costituisce un grave ostacolo alla costruzione di una società di diritto.

Sebbene negli ultimi anni le cose stiano cambiando grazie ad organizzazioni internazionali e sindacati locali, tuttavia forme di sfruttamento e riduzione in schiavitù rappresentano ancora pratiche presenti e per certi versi tollerate in Libano.

Di Valentino Armando Casalicchio

Aeroporto Internazionale di Beirut: è in arrivo un aereo da Nairobi, capitale del Kenya. All’uscita del gate si vede un gruppo di ragazze che si dirigono verso la questura situata nell’aeroporto, una sorta di sala d’attesa per le lavoratrici domestiche che aspettano i loro futuri datori di lavoro. Le espressioni delle ragazze sono fredde come il ghiaccio, è evidente che non si sentono a loro agio, in questo ambiente anonimo colmo di persone con atteggiamento guardingo, ma sanno che presto arriverà un padre di famiglia che le accoglierà a casa sua.

La sala d’attesa è una stanza riservata per le lavoratrici domestiche che arrivano dagli angoli più sperduti del mondo, è un terminal per le più di 250mila le ragazze che aiutano in casa le famiglie libanesi.

“In Libano è di uso comune avere un aiutante per occuparsi della la casa: anche chi ha uno stipendio molto basso ha una domestic worker in casa”, afferma Tania di KAFA, organizzazione che si occupa di difesa dei diritti delle donne – con un focus particolare per le lavoratrici domestiche vittime di abusi. Tania si occupa della hotline aperta 24 ore su 24 per accogliere le chiamate di emergenza delle lavoratrici che subiscono abusi fisici, sessuali o anche solo verbali.

“La situazione delle lavoratrici domestiche in Libano è molto difficile. La legge non le considera nemmeno come soggetti di diritto, la società è abituata a vederle – e averle – come schiave e ci sono molte persone che lucrano sulla loro pelle”, afferma Tania.

Il sistema della kafala è il nome della legislazione che regolamenta il lavoro delle lavoratrici domestiche, un’usanza più che un vero e proprio corpo di leggi: esso si basa sul sistema dello sponsor nel quale il datore di lavoro – chiamato sponsor o patron – si assume la totale responsabilità della lavoratrice.
In pratica, la kafala riguarda principalmente lavoratrici domestiche le quali sono essenzialmente sottoposte al potere assoluto del datore di lavoro, reso possibile dal fatto che il diritto del lavoro non si applica a questo settore (a prescindere dalla nazionalità dei lavoratori e della lavoratrici) .

“Appena atterrano a Beirut, il patron confisca il passaporto alle lavoratrice le quali, da quel momento, dipendono completamente da lui”, dichiara Tania. Da quel momento le lavoratrici domestiche devono sottostare ai desideri di chi detiene il loro passaporto.

Sporche, matte, stupide, inferiori… Questi sono gli stereotipi comuni tra i patron per descrivere le badanti della loro casa. Le lavoratrici domestiche cucinano per la famiglia e gli ospiti, accudiscono i figli, puliscono la casa e – a volte – insegnano l’inglese o il francese, ma nonostante ciò vengono trattate da serve, se non schiave.

Dal 2005 International Labour Organization, in partnership con il Ministero del Lavoro libanese, ha raccomandato la protezione delle lavoratrici domestiche migranti (MDW), in primo luogo introducendo strumenti legali rilevanti così come lo sviluppo di programmi di capacity building supportati da attività di advocacy .

“La mancanza di leggi rende estremamente precaria la loro situazione, poiché sono completamente nelle mani dei loro datori di lavoro. Noi ci battiamo per sostenerle legalmente quando ne hanno bisogno, ma è una situazione molto difficile”, afferma Tania. Il problema è che le lavoratrici domestiche spesso non possono nemmeno tenere un cellulare, né tantomeno uscire per denunciare gli abusi e i maltrattamenti. Di conseguenza le diverse associazioni che si occupano della loro tutela, come KAFA ricevono sovente denunce da amiche, conoscenti o addirittura vicine di casa: “In un caso abbiamo ricevuto la denuncia da parte di un’agenzia di reclutamento (la stessa che fa da tramite per l’arrivo delle ragazze in Libano)” racconta Tania.

Rispetto agli standard internazionali, le protezioni legali e istituzionali per le lavoratrici domestiche migranti in Libano rimangono molto deboli, gli sforzi per assicurare condizioni di lavoro decenti sono confinate ad un limitato numero di organizzazioni locali, internazionali e ad attivisti della società civile .

Il processo di reclutamento avviene attraverso agenzie libanesi che attivano contatti con analoghe agenzie presenti nel Paese d’origine della domestic worker. Queste agenzie possono giocare un ruolo fondamentale nella fase di “sponsor”, evitando la necessità di una richiesta da parte di un futuro datore di lavoro, permettendogli di “importare” (per la maggior parte donne) lavoratrici domestiche sotto la loro sponsorizzazione con maggiore facilità , dando – alle volte – l’impressione di essere protagonisti di una tratta di donne.

Il ruolo di facilitatore spetta alle agenzie che mediano fra il patron, la lavoratrice domestica e l’agenzia straniera, “In sostanza noi abbiamo dei contatti con varie agenzie in Ghana, Nepal, Bangladesh e altri paesi. Quando riceviamo una richiesta da parte di una famiglia, contattiamo le agenzie locali chiedendo dei curricula che possano combaciare con le esigenze della famiglia richiedente, dopodiché concordiamo per la ragazza scelta, compriamo il biglietto aereo e paghiamo tutte le commissioni che servono per portare la ragazza in Libano. Successivamente, l’agenzia si occupa di gestire gli eventuali problemi che la famiglia può avere con la ragazza, e in casi peggiori, rimandiamo indietro la lavoratrice domestica”, afferma Mohammed, direttore di un’agenzia di reclutamento Domestic Workers di Jounieh.

Sono solo due anni che è nel business delle lavoratrici domestiche. Tutto cominciò con la richiesta da parte della moglie di una ragazza che le desse una mano con le faccende di casa, “Dopo due storie andate male, decisi di buttarmi in questo business, ma nonostante i buoni guadagni è molto problematico” sostiene Mohammed.

I problemi di cui parla l’agente riguardano i tre attori in questione: datore di lavoro, agente e lavoratrice domestica. “Noi ci occupiamo di portare la ragazza in Libano, facendole sapere tutto il necessario per lavorare. Le facciamo firmare il contratto e le comunichiamo diritti e doveri” continua Mohammed, anche se, come spiegato in precedenza, i diritti non esistono visto che la legislazione del lavoro libanese non tutela tale categoria di lavoratori.

“I problemi per il datore di lavoro riguardano principalmente incomprensioni dovute alla lingua” ribadisce l’agente reclutatore. Le incomprensioni possono sfociare in maltrattamenti, soprattutto dovuti alla concezione razzista che i patron hanno della lavoratrice domestica. “Ci sono molti problemi di maltrattamento: molte volte alle lavoratrici domestiche non vengono concessi spazi idonei, vengono fatte dormire in balcone senza cibo a sufficienza non vengono dati loro i detergenti per lavarsi” racconta Mohammed dalla sua grande scrivania da imprenditore; prima vengono accusate di mancata igiene e poi non vengono loro forniti gli strumenti per ovviare al problema.

“Anche io a casa ho una ragazza che aiuta mia moglie, ma non mi comporto in questo modo” dichiara Mohammed. L’agente di reclutamento è chiaro sul fatto che non approva questo tipo di comportamento, ma la questione cambia quando si tratta del giorno libero – diritto sancito dall’Organizzazione Internazionale del Lavoro. Su tale questione egli concorda con l’usanza di non “concederlo” alla lavoratrice domestica, “Sono d’accordo sul non accordare un giorno libero alla ragazza, perché di fatto non lavora tutti i giorni. Per esempio Abba (la domestic worker di Mohammed, ndr.) la domenica viene con noi in chiesa, cena con la nostra famiglia e si svaga come facciamo noi” ribadisce l’agente.

In sostanza, a parer suo, Abba passa il suo giorno libero con la sua famiglia, facendo le stesse cose che fanno loro, ma ciò non significa che per lei questo sia un giorno libero, visto che non ha la libertà di scegliere.

“Io non le concedo il giorno libero perché ho paura di quello che le potrebbe succedere fuori di qui. Come posso lasciar vivere una ragazza con i miei figli se non so con chi va? E se avesse un “affare” per strada? E se mi portasse delle malattie?” continua Mohammed, con fare molto sicuro. La paura di perdere il controllo totale sulla persona prevale sui suoi diritti di base. Ma dal punto di vista dei diritti umani una persona non può lavorare 7 giorni alla settimana, in caso contrario si tratta di privazione della libertà personale.

Questa è la condizione in cui si trovano molte delle 250mila lavoratrici domestiche che lavorano in Libano.

A fonte di questa situazione i sindacati sono impotenti e apatici, e le lotte relative al mercato del lavoro sono limitate a gruppi appartenenti alla classe media, ai dipendenti statali e agli insegnanti . Un’importante eccezione è rappresentata dalla recente costituzione del sindacato delle lavoratrici domestiche, per le quali il sostegno delle ONG – che si occupano di tutela della situazione femminile – è stato fondamentale per il suo (relativo) successo.

Le domestic workers si sono unite nel 2015 e tramite un sindacato nazionale, il FENASOL – The National Federation of Worker and Employee Trade Unions in Lebanon – lottano per i propri diritti.
“La battaglia è dura ma anche noi lo siamo” afferma Abdallah Castro, direttore del sindacato.

Negli ultimi anni il sindacato, insieme all’ILO, si è distinto in questa battaglia per i diritti delle domestic workers, creando un vero e proprio programma di sostegno .
“Il più grande problema è far pressione per fare riconoscere queste donne come lavoratrici e facendo riconoscere i patron come datori di lavoro soggetti alla legge nazionale”, Castro Abdallah ribadisce il problema citato da tutti gli intervistati. La legge che il FENASOL richiede di ratificare è la CO98 dell’International Labour Organization, il problema è riuscire a far pressione in uno Stato dove gli innumerevoli problemi con migranti, rifugiati e politica estera sono intrecciati con gli interessi di chi detiene il potere, estremamente frammentato, in Libano. “Con tutti i problemi che abbiamo in Libano dobbiamo occuparci proprio delle domestic workers?”, questa è la frase tipo che viene detta quando si parla di questa problematica.

Il fatto di essersi unite e aver formato un gruppo è un grande passo avanti per le collaboratrici domestiche, poiché si è formata molta solidarietà intorno a loro. Il loro punto di ritrovo è l’MCC – Migrant Community Center – un centro di incontro per tutti i lavoratori provenienti dal continente asiatico e africano. Attivismo politico, eventi culturali, corsi di lingua e dibattiti sono attività dello spazio pubblico fondato nel 2011.

Le bandiere di tutto il mondo sono la tappezzeria di questo luogo aperto a tutti i migranti, senza distinzione di provenienza. E’ una piccola comunità basata sulla cooperazione dei soci: dal semplice ascolto al supporto legale, fino alla manifestazione annuale durante la festa dei lavoratori tutte le lavoratrici domestiche si riuniscono per manifestare dietro lo stesso striscione, per chiedere una legge che renderebbe un po’ più “giusto” il Paese dei Cedri.

Le lavoratrici domestiche sono madri di famiglia come Doreen, una signora sulla cinquantina che viene dalle Isole Mauritius: corpo minuto, occhi neri come la pece e un sorriso che splende sul suo viso dal color olivastro. Lei lavora in Libano dal 1988, quando venne per fare la badante a un signore anziano, ama il suo lavoro e lo fa con passione perché si occupa nello specifico di persone sole.

Ha fatto avanti e indietro dal suo Paese numerose volte a causa di incomprensioni con le famiglie per cui ha lavorato, “I primi anni che vivevo qui mi sono sentita una schiava: appena arrivi in aeroporto il patron ti prende il passaporto, se chiedi spiegazioni ti dice che ha pagato 2000 dollari per farti arrivare in Libano”, afferma Doreen. La pratica del passaporto in custodia in terra straniera è una vera e propria privazione della libertà, quindi può esser chiamato schiavismo (“Condizione propria di chi è giuridicamente considerato come proprietà privata e quindi privo di ogni diritto umano e completamente soggetto alla volontà e all’arbitrio del legittimo proprietario” ).

La storia di Doreen è la tipica testimonianza raccontata dall’agenzia di reclutamento e da KAFA, “Io ero fortunata e avevo una camera mia, ma tanto non potevo uscire mai. Se lui (il suo patron, ndr.) andava via con la famiglia, io dovevo andare con lui: ovunque vada, non hai scelta. Non hai diritto al giorno libero. Quando gli chiesi quali fossero i miei diritti mi dissero che erano scritti sul contratto, ma era scritto in arabo e io parlo solo francese”, racconta Doreen.

I contratti alle lavoratrici domestiche vengono redatti sempre in arabo, pochissime di loro sanno leggerlo perché vengono da paesi non arabofoni, quindi non hanno nemmeno idea di cosa abbiano firmato. “Per i primi mesi non vieni nemmeno pagata, perché è come se dovessi ripagarti i soldi che il patron ha speso per portarti in Libano” continua Doreen.

Il sistema funziona benissimo: la famiglia paga dai 2000 ai 3500 dollari (il costo varia in base alla provenienza della ragazza ad esempio le domestiche filippine “valgono di più” rispetto alle colleghe ghanesi) per portare una lavoratrice domestica nel Paese dei Cedri, quando la ragazza arriva in Libano le spese vengono ammortizzate sottraendole dallo stipendio della stessa. Tutti questi soldi spesi per farle arrivare in Libano danno il pretesto ad alcuni patron di abusare di loro, poiché pensano che queste ragazze diventino di loro proprietà; si tratta di “acquistare” delle ragazze.

“Le africane sono pagate meno di tutte” afferma Doreen, questo a causa della mancata conoscenza della lingua e della fama di majnoun – matte – che si sono fatte in questi anni di lavoro. “Tutte noi veniamo in Libano per lavorare qualche anno e poi tornare nei nostri Paesi dove il lavoro non c’è. Le ragazze più giovani, che spesso sono africane, soffrono molto la distanza dalla famiglia, dai propri fidanzati. Quando vedono in che situazione dovranno vivere per i successivi anni vogliono scappare, giustamente” racconta Doreen, facendo una piccola panoramica sul mondo delle badanti.

Il sogno di una vita normale non ha frontiere, queste ragazze spesso scappano da situazioni di difficoltà estrema pensando di trovare un impiego normale, ma non sempre la fortuna le accompagna.

“Non tutti i patron sono cattivi però solamente con una legge che ci tuteli come tutti i lavoratori noi potremo difenderci da maltrattamenti e schiavismo, in caso contrario rimaniamo nel limbo della fortuna”, sostiene la signora Mauriziana con un voce determinata.
Il kafala system mette completamente nelle mani della fortuna queste donne che attraversano vari continenti per un lavoro dignitoso.

Il 9 Dicembre 2009 la Corte Criminale Libanese condannò una donna a 15 giorni di galera per aver ripetutamente picchiato Jonalin Malibago – la sua domestica filippina – tre anni prima. I giornali libanesi presentarono il caso come una vittoria nel Paese delle più di 200mila lavoratrici domestiche migranti (MDW), molte delle quali segnalano abusi da parte dei loro datori di lavoro. Il caso illustra come il sistema giudiziario possa giocare un ruolo fondamentale nella protezione delle MDWs, nonostante la sentenza sia stata clemente rispetto alla violazione.

Gli studi sulla situazione dei lavoratori migranti in Libano sono scarsi, mentre alcuni studiosi hanno esaminato la situazione dei lavoratrici domestiche, la questione del lavoro migrante nel suo insieme (il suo contributo al mercato del lavoro, lo stato e la situazione delle diverse categorie di lavoratori , e il loro impatto sulla capacità di recupero della struttura sociale del Libano), è in larga parte ignorato.

La conseguenza di tutto ciò è la persistenza di un’usanza che parte dal semplice utilizzo di termini non adeguati – patron per indicare il datore di lavoro – fino alla privazione della libertà personale.

La società civile libanese si sta muovendo molto per tutelare e aiutare queste lavoratrici domestiche che incontrano difficoltà anche solo nella comprensione dei contratti di lavoro, ma solo una legge ratificata dal Ministero del Lavoro libanese può mettere fine al kafala system, una pratica che mette in pericolo migliaia di ragazze provenienti da paesi poveri in cerca di un lavoro dignitoso.



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