Cronache dai campi profughi di Belgrado

Al campo profughi di Krnjača, alla periferia di Belgrado, le parabole di vita di coloro che in Serbia sono rimasti bloccati

di Valentina D’Amico, da Belgrado

“Sono iraniano, ho passato quattro anni nelle prigioni islamiche per essermi convertito al cristianesimo, in Giappone, venti anni fa. Tornato in Iran la polizia islamica mi ha arrestato, ha saccheggiato e distrutto la mia casa, ha ucciso mia moglie, ha derubato il mio conto in banca.

Quattro volte al giorno mi minacciavano dicendo, questo è il tuo ultimo giorno di vita, scrivi le tue ultime parole alla famiglia. Mi bendavano gli occhi e mi costringevano contro il muro, ogni volta sparavano una raffica di colpi.

Dopo quattro anni mi hanno lasciato uscire per recuperare dei documenti da casa. Avevo un permesso per due mesi, non sono più rientrato. Sono scappato insieme ad altre persone, volevamo raggiungere la Croazia ma il confine era chiuso, ci hanno preso e portati in questo campo”.

Homayoun Y Gharavi, in piedi nel corridoio di una delle unità abitative del campo profughi di Krnjača alla periferia di Belgrado, racconta d’un fiato la sua storia.

“Vorrei che qualcuno mi aiutasse ad uscire di qua. Vorrei raggiungere mia figlia che è a Londra da tanti anni. Il mio figlio più grande vive in una casa per rifugiati in Germania, è scappato dall’Iran due mesi prima di me. Altri due sono rimasti lì.

Ho parlato con molte persone dell’Unchr, l’alto commissariato per i rifugiati, mi sono rivolto ad un avvocato, ma ho perso i documenti e non ho speranze, sono vecchio. Morirò forse domani, forse fra una settimana, fra un anno, non so…” le parole si smorzano in gola, poi chiede “possiamo andare?”.

Infila la chiave nella toppa della porta, nel mezzo di un corridoio nero, giacché il rettangolo di vetri in fondo respinge i bagliori dell’alba, del tramonto e del sole alto di mezzogiorno, come gli occhi rifiutano di goderne l’incanto.

La seduzione passa per le passioni e vibra nelle vene delle felicità condivisa, degli affetti. La solitudine acceca, la sfiducia annienta. Settant’anni compiuti, un anno e un mese già trascorsi in questo campo, altri sette ancora, fine vita qui.

“Otto anni e mezzo è il tempo medio di attesa per un uomo solo che arrivi ai nostri confini, prima di poter ottenere il permesso di uscire dalla Serbia” conferma Ivan Gerginov, assistente al Commissariato serbo per i rifugiati e i migranti che gestisce il campo in collaborazione con diverse ong.

L’interminabile attesa è uno dei motivi per cui tanti uomini una volta arrivati qui fuggendo da guerre e miserie e discriminazioni, preferiscono dormire per strada, mangiare occasionalmente e lavarsi nelle docce di fortuna approntate in casupole abbandonate o all’aperto, sotto qualsiasi temperatura, al caldo e al freddo sotto zero dell’inverno.

Hanno fatto il giro del mondo le foto dei migranti che, sotto la neve, nelle baracche sulla riva del fiume Sava, nei pressi della stazione ferroviaria, scaldavano il cibo con fornelletti da campeggio, dormivano nelle tende fornite dalle associazioni umanitarie.

Quelle baracche dove vivevano in circa 1400, per lo più Afghani e Pakistani, non esistono più, sono state demolite a inizio maggio per far posto al contestato “Belgrade Waterfront” il progetto di riurbanizzazione da 3,5 miliardi di euro che il governo serbo ha affidato alla Eagle Hills, una società degli Emirati arabi.

Un progetto fortemente contestato dalla popolazione per le modalità autoritarie con cui è stato imposto, sgomberando un anno fa, prima dei migranti, in piena notte e senza preavviso, famiglie povere che abitavano in casupole malandate. Sicuramente una zona da riqualificare ma con modalità differenti evidentemente, condivise dai cittadini.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

Almeno questa volta il preavviso c’è stato. Owen Breuil, coordinatore generale di Medécins du Monde per Serbia e Macedonia informa che “il governo ha annunciato con un anticipo di 20 giorni la demolizione delle baracche proponendo ai migranti il trasferimento nei centri per rifugiati. In termini di condizioni di vita è comunque meglio che vivere in uno squat, che è inaccettabile” scrive via mail Breuil.

“Tutte le organizzazioni umanitarie rimangono vigili e seguono i trasferimenti, gli arrivi nei centri e continuano a ricevere nuovi migranti, circa 100 a settimana”.

Smantellate le baracche, comunque, non tutti i migranti hanno accettato di trasferirsi nei campi, diversi sono rimasti per strada, anche perché temono di non riuscire ad ottenere asilo e di essere rispediti indietro. A questi uomini le associazioni umanitarie continuano a prestare soccorso e sostegno.

Medécins du Monde a Belgrado ha una sede in Gavrila Principa, nei pressi dell’area dove c’erano le baracche. La prima stanza d’accesso all’associazione, in aprile, era un ammasso di gambe e piedi distesi sul pavimento.

L’uno serrato all’altro i migranti dormivano su giacigli improvvisati, mentre altri chiacchieravano a voce alta seduti per terra. Al piano di sopra, banchi e sedie nella prima stanza dove qui imparavano l’inglese, indispensabile per potersi muovere autonomamente.

Più avanti i locali dell’infermeria e le docce.“La stragrande maggioranza di questi uomini, di questi ragazzi arriva a pezzi, con un vissuto sociale drammatico alle spalle a cui si aggiungono le difficoltà, le vessazioni subite durante il lungo viaggio a piedi” spiega Akim, un operatore.

“Molti, dopo pochi giorni, hanno già gravi problemi di alcool. Oltre a fornire loro servizi di prima necessità cerchiamo di garantire un supporto psicologico”.

“Mia moglie è rimasta in Pakistan con i miei figli piccoli, di uno e tre anni” raccontava un pakistano trentanovenne. “Vorrei raggiungere l’Italia, lavorare lì una decina d’anni, ottenere il passaporto e tornare in Pakistan a riprenderli e portarli via con me. Ho attraversato a piedi l’Iran, la Turchia, la Bulgaria e sono arrivato qui.

Ho provato a spostarmi in Ungheria ma ho avuto grossi problemi con la polizia, i cani poliziotto che ti corrono dietro, ti azzannano. Non voglio stare nei centri per rifugiati perché vuol dire non uscirne più o essere rispedito a casa. Lì ci vanno le donne e i bambini perché non possono fare altrimenti”.

Un ragazzo afghano di 17 anni appena arrivato al centro di Medécins du Monde voleva andarci, lui invece, in un centro governativo. Dopo una settimana passata a dormire per strada, vicino alla stazione centrale degli autobus, era troppo impaurito, troppo stanco per continuare a stare all’addiaccio.

“Ho viaggiato a piedi per nove mesi attraversando l’Iran, la Turchia e la Bulgaria. Ho lavorato sei mesi a Istanbul, ero esausto. In Bulgaria sono rimasto 12 giorni. Avevo molta paura perché la polizia bulgara è molto cattiva, maltratta le persone, i cani poliziotto mordono.

Ci ho messo tre giorni e tre notti per arrivare in Serbia. Sono solo, ho solo un amico che ho conosciuto durante il viaggio. La mia famiglia è rimasta a Nangarhar, in Afghanistan, perché non avevamo denaro sufficiente per partire insieme, così hanno mandato me. Abbiamo dovuto pagare 1000 euro per il viaggio. Voglio un futuro tranquillo, sicuro” diceva guardando a stento negli occhi, la voce tremolante.

“Spero di arrivare in Francia. In Afghanistan ci sono troppi problemi, troppe difficoltà, ho bisogno di una vita tranquilla”.

Stando alle parole di Ivan Gerginov, del commissariato serbo per i rifugiati star fuori dai centri governativi allunga i tempi di permanenza perché, a meno che non si riesca a fuggire, o non si riesca a trovare una smagliatura nel sistema -“molti di loro” dice “cercano di farsi amica la polizia di frontiera” – si ritarderà la registrazione nelle liste dei migranti in ingresso e, a cascata, le procedure di richiesta d’asilo, o di espatrio per poter raggiungere i paesi Ue, e così via.

“Mi rifarei anche una vita qui se fosse possibile” afferma Homayoun Gharavi entrando nella sua stanza del centro per rifugiati di Krnjača, “ma la Serbia è un paese povero e non può assicurarci una casa, dei soldi per vivere”.

Sorride stringendo le palpebre col disincanto di chi è rassegnato, di chi è consapevole che è inutile protestare, urlare, piangere, pretendere. Cosa? Semplicemente la possibilità di dar senso ai giorni, porre fine allo strazio di una cella un metro per due, sei letti a castello, le lenzuola beige, il pavimento beige, persino le mura beige giacché il bianco dell’intonaco fresco di posa non è neanche più nei ricordi dei primi profughi che arrivarono in questo centro alla periferia di Belgrado, nel 1995, durante le guerre civili della ex Yugoslavia.

Circa un milione si riversarono in Serbia dalla Bosnia, dalla Croazia e dal Kosovo, dal 1991 al 1999. Il campo di Krnjača fu uno dei 700 centri di raccolta utilizzati come soluzione abitativa per circa 67 mila persone.

A quel tempo furono in pochi a rispondere agli annunci di lavoro del Commissariato per i rifugiati istituito nel 1992 per far fronte all’emergenza, perché si riteneva che quella della gestione dei flussi migratori sarebbe stata un’occupazione a breve termine.

Sono passati venticinque anni e il Commissariato non è ancora andato in pensione e, in collaborazione con diverse organizzazioni non governative, gestisce cinque centri permanenti per richiedenti asilo in Serbia e tredici hotspot approntati dal governo nel 2015 per far fronte al vertiginoso aumento del flusso migratorio.

“In un solo giorno arrivarono in Serbia circa 12mila migranti” ricorda Ivan Gerginov. “Nessun altro paese balcanico ha la stessa capacità di accoglienza della Serbia, possiamo ospitare fino a seimila persone e abbiamo anche iniziato a preparare altri centri di pronto soccorso o emergenza in caso di una nuova ondata di flussi” che, malgrado accordi intestatali come quello con la Turchia, l’anno scorso, mirante alla chiusura della rotta balcanica, non si sono di fatto mai arrestati.

Il 10 marzo 2017 la Commissione europea ha assegnato alla Serbia, all’ex Repubblica iugoslava di Macedonia e ad altri paesi dei Balcani occidentali, 30 milioni di euro per la gestione delle frontiere e delle migrazioni irregolari che si aggiungono a più di 50 milioni di euro dell’Ue e 20 milioni degli Stati membri già assegnati alla Serbia dal settembre 2015.

Il campo di Krnjača ha una disponibilità abitativa regolare di circa 500 posti, ad aprile ospitava circa 850 persone, per il 70% afghani, il resto iracheni, siriani e iraniani. Oggi, con l’arrivo dei migranti dalle baracche il centro sarà ai limiti della sopportazione.

 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 
 

La metà dei ristretti sono minori. Giocano per le strade impolverate del centro, sulle altalene, sui pattini. I più grandi capita di trovarli per strada in città, nei mercati, dove vendono merce raccattata qua e là. Le donne, al campo, stendono i panni, chiacchierano sedute sulle panchine all’aperto.

All’ora di pranzo si riversano in coda, adulti e bambini, davanti ad una finestra dove ricevono da mani anonime il pranzo, in un sacchetto di carta e un contenitore in plastica bianco. In coda davanti a quel buco nero anche la sera, per cena.

“Mio figlio ha pianto per tutto il viaggio, da che siamo partiti da Shengal fino all’arrivo in Serbia. Non avevo da dargli da mangiare” afferma una donna, la schiena appoggiata alla porta della stanza dove vive col marito e altre persone.

Si intravedono letti a castello anche qui, uniti per creare un’alcova famigliare, qualche bambola appesa al muro regala sfumature di colore arancio, blu, rosa.

“Abbiamo viaggiato per otto mesi a piedi, volevamo raggiungere la Germania” dice “siamo fuggiti dai miliziani di Daesh” che nel 2014 ha saccheggiato la città irachena di Shengal e i villaggi vicini, uccidendo uomini, bambini, violentando e torturando le donne e le bambine, vendute come schiave sessuali. “Viviamo in questo centro da mesi, non sappiamo quando potremo andar via”.

L’igiene è un problema grosso al centro, a giudicare dallo stato delle zone comuni soprattutto. Se ognuno cerca di tenere pulito il più possibile il proprio ricovero, i corridoi, i bagni sono luridi. I lavandini neri, le piastrelle del pavimento un tempo bianche ricoperte da una patina marrone melmosa.

“Guarda le mie mani, è così su tutto il corpo” dice Homayoun mostrando chiazze bianche sulla pelle, sembrerebbe micosi.

“Facevo il cuoco in Iran, lavoravo in un ristorante italiano. Qui è tutto molto sporco” allarga le braccia a mostrare il pavimento, l’armadietto e le suppellettili sul tavolo della sua stanza.
“Sterilizzo tutto ogni giorno. Ma è inutile. Ho ottenuto di poter stare in questa stanza da solo, ma mi hanno anche detto che non potrà essere così a lungo”.

“Questi sono i miei dipinti” mostra sorridente. Barconi fermi al molo, carichi di gente, sulla prima tela. Sugli alberi, le vele ammainate hanno lasciato il posto a bandierine variopinte, in festa, riflesse in acque placide. Sull’altra tela un viale alberato.

Lungo è il cammino, grigio, solcato da ombre e schiarite, sempre più stretto, angusto, ma speranzoso del futuro.

Sfogliando uno dei tanti quaderni custoditi sul più alto dei letti a castello Homayoun dice “Questi sono i sentimenti della mia vita”.

Traduce dal persiano in un inglese sgrammaticato, lui che parla anche giapponese e si emoziona nel leggere i versi che, poeta oltre che pittore, scrive nei lunghi silenzi di solitudine, del giorno e della notte, “quando penso a quello che ho perso e immagino cosa sarà la mia vita futura”.



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