Una Vita – Une Vie

UNA VITA – Une vie, di Stephane Brizé. Con Judith Chemla, Jean Pierre Darroussin, Yolande Moreau, Swann Arlaud, Nina Meurisse, Olivier Perrier, Alain Beigel. Nelle sale dal 1 giugno.

Di Irene Merli

Normandia, inizio Ottocento. La giovane aristocratica Jeanne Le Perthuis vive felice nella sua bella dimora, insieme ai genitori. Unica figlia ed erede di un ricco proprietario terriero, è così che la incontriamo nelle prime scene, felice e spensierata, mentre cura con il padre l’orto di una delle tante fattorie che posseggono, durante l’estate.

Jeanne, ormai in età di matrimonio, è destinata ad un’unione combinata con il visconte Julien de Lamare. Ma l’idillio romantico con il visconte finirà presto, per colpa delle ripetute e umilianti infedeltà del bel marito, che Jeanne perdonerà, per via della sua candida ingenuità e della famiglia che intanto si è creata, con la nascita del figlio.

Paul è un bimbo amatissimo dalla madre, forse troppo, tanto che da grande si rivelerà della stessa stoffa del padre: pieno di vizi e capace solo di chiedere soldi a Jeanne, ormai sola e lontana, dissipandone la fortuna.

 

 

Tratto dal primo romanzo di Guy de Maupassant, che fu pubblicato a puntate, nella trasposizione cinematografica “Una vita” restringe l’arco della narrazione ad un periodo più contenuto nel tempo, asciugandone la materia letteraria e narrandola per splendide immagini.

Modalità d’espressione privilegiate per esprimere le emozioni e i sentimenti sono infatti i frequenti primi e primissimi piani dei protagonisti, a partire dal volto della magnifica Judith Chemla, e il contrasto tra gli scuri e soffocanti interni e i luminosi esterni che si aprono alle meraviglie della natura in Normandia, al sole come alla pioggia, alla forza della vento, all’irruenza dell’oceano. I momenti drammatici, al contrario, si consumano sempre fuori scena, in pochi fotogrammi raggelanti.

Al regista sembrano non interessare tanto i fatti in sé, quanto le loro conseguenze e l’impatto sulla vita della diafana e fragile protagonista, destinata a una sofferenza senza vie d’uscita.

Brizé resta fedele al pessimismo lucido di Maupassant, alla sua visione della sfortunata condizione della donna nella Francia del XIX secolo e al suo plumbeo convincimento su quanto il denaro e la posizione sociale condizionino, e forzino, i rapporti umani. In questo, il grandissimo romanziere francese è assolutamente moderno e qui, nel fondo della profonda disillusione esistenziale, “Una vita” sembra raccordarsi al precedente film di Brizé, “La legge del mercato”, nel quale un uomo che aveva perso il lavoro a più di 50 anni si trovava a fronteggiare difficoltà e scelte di vita amare e umilianti.

A ben vedere, i noccioli delle due situazioni non sono così distanti.

Opera di grande bellezza e fascino, girata con estremo rigore e grande maestria formale, “Una vita” si avvale poi di un cast perfetto, diretto con infinita cura, e soprattutto di una palpitante, candida, protagonista, Judith Chemla, che sboccia e sfiorisce davanti ai nostri occhi come un fiore a cui si levi sempre più acqua.

Chapeau, Monsieur Brizé; merci, Madame Chemla!

 



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