sheiri rojhelat 19.

Frammenti di Kurdistan

di Linda Dorigo

La sera ci incontriamo nella villa di Ekbal, alle porte di Sanandaj. C’è la piscina e una finta cascata che al tramonto si colora di luci psichedeliche. Ekbal è un imprenditore e con il fratello Sharokh ci accolgono davanti un tavolo imbandito di pesche, ciliegie, birra gelata e rum.

Ekbal è un uomo riservato, che non critica gli altri e non prende posizione contro il governo. Al contrario dei suoi nipoti, che spingono sulla necessità di farsi forti della propria identità curda, di valorizzarla.

“Supponiamo che dovessi scegliere tra l’essere curdo o cristiano – commenta – sceglierei il primo. Ma, se per qualche ragione, il cristiano fosse una persona migliore, allora non avrei dubbi e sceglierei il secondo”.

Mentre tutti chiacchierano, nuotano e bevono, lui fuma e dice che la cosa più importante nella vita è apprezzare ciò che si ha.

Già a sette anni Ekbal comprava le merendine e le rivendeva a scuola durante la ricreazione. È stato il suo primo business. Da adolescente ha aperto il primo ristoro della scuola, e da grande ha preso in mano l’azienda di famiglia trasformandola in un’impresa da 500 dipendenti e 500 milioni di dollari di fatturato l’anno.

Ma prima di capire che “il tempo e i soldi sono preziosi” si è fatto cinque anni di carcere a Evin. “È stato un errore di gioventù che non mi perdonerò mai – confessa –. Quando si è giovani ci si abbandona agli slanci ideologici senza badare alle conseguenze”.

Ekbal ha sostenuto la  rivoluzione culturale e il ritorno di Khomeini in Iran: “Sotto lo Shah avevamo tutte le libertà possibili, tranne quella politica. Purtroppo la rivoluzione culturale è stata il nostro più grande errore perché si è instaurato un regime peggiore del precedente”.

Oggi l’azienda di Ekbal e fratelli si è ampliata e non produce più solo cemento, ma anche tulipani e mangimi. “La coltivazione del grano però è rimasta una tradizione che manteniamo per dovere e responsabilità nei confronti della nostra famiglia”.

 



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