Velo, libertà, integrazione

La questione del velo tra le adolescenti in Italia pone spinose domande sulle nostre politiche di integrazione

Di Gina Troisi e Rosanna Sirignano

Nelle prime settimane di aprile ancora una volta l’attenzione mediatica si è focalizzata sulla controversa questione di velo islamico e libertà. In particolare il caso eclatante della quattordicenne di Bologna, rasata a zero dalla madre per aver rifiutato di indossare il velo, seguito da altri episodi simili ha nuovamente contribuito a costruire una narrazione univoca dei musulmani e l’islam, intrecciandosi con discorsi legati all’immigrazione e, in generale, alle minoranze.

«Chi vuole vivere in Italia deve accettare i valori e i princìpi dell’ordinamento statale. Nessuna violenzafisica o psicologica può essere tollerata», così si esprime il ministro dell’Interno Minniti. La ragazza è stata allontanata dalla famiglia e potrà vedere le sue sorelle e i suoi genitori se vuole, solo in presenza di un operatore dei servizi sociali.

Sulla decisione del Tribunale dei minori di Bologna, così si esprime Matteo Renzi su Twitter: «Allontanare la bambina dalla famiglia è stato doloroso ma giusto. In Italia non c’è accoglienza senza rispetto delle leggi». Episodi del genere, in cui un’adolescente, e non una bambina, come scritto in diversi articoli sul caso, sono spesso, presentati e ridotti ad una questione religiosa, nello specifico alla visione stereotipata del velo come strumento di oppressione e controllo delle donne.

Per quanto l’Islam, o meglio una certa interpretazione di esso, abbia giocato un ruolo nelle dinamiche familiari in questione, a nostro avviso, gli eventi accaduti necessitano di essere contestualizzati, non solo all’interno del discorso culturale-religioso, ma anche all’interno
della particolare relazione tra genitori e figli durante l’adolescenza.

L’adolescenza è una stagione della vita fatta di turbolenze e di stagnazioni, è una fase ricca di trasformazioni, e, spesso, se ne parla nei termini di “rottura”, breakdown (Laufer e Laufer 1984) con la fase precedente. È un momento in cui il ragazzo e la ragazza devono affrontare molteplici sfide ed elaborare diversi lutti per poter crescere ed acquisire una nuova struttura identitaria: devono allontanarsi dall’immagine infantile di sé, sentono la necessità di separarsi dalle figure genitoriali, di ribellarsi alle loro regole per imporre una propria autonomia.

In questa fase delicata gli scontri con i genitori, spesso anche violenti, sono molto frequenti, e a volte i genitori, sopraffatti dalla paura di perdere il figlio o non sapendo come affrontare questo momento di instabilità ricorrono a diversi strumenti di coercizione, come può essere la religione o regole morali non scritte dettate dal contesto di appartenenza.

Episodi del genere, che appaiono più evidenti perché difficilmente traducibili nella rappresentazione collettiva della società ospitante, dovrebbero aprire spazi di riflessione sulle diverse tipologie di violenze invisibili e talvolta socialmente giustificate che possono sorgere all’interno del nucleo familiare.

Nei casi delle adolescenti musulmane in questione, alla confusione delle lingue, tipica della relazione con i genitori in questa fase evolutiva, va sommata una confusione di modelli di riferimento, laddove la cultura d’origine, di cui i genitori sono portavoce, si scontra con la cultura
della società d’accoglienza.

Società d’accoglienza di cui fanno parte i gruppi di pari, gli amici, i compagni di classe, che in questo momento svolgono un compito importante: quello di supporto, sostegno e rispecchiamento, nonché di appoggio al processo di separazione dal mondo passato e di sviluppo della propria individualità. Essi rispondono al bisogno di essere costantemente confermati rispetto ai nuovi comportamenti da adottare e alle nuove esperienza da affrontare, fungendo da luogo di apprendimento e sperimentazione.

Per acquisire un’identità adulta l’adolescente ha bisogno di fare i conti con le proprie identificazioni, tanto nel confronto con le proprie origini, tanto con i modelli che la società propone. Per tale motivo il discorso è molto complesso e non riducibile ad interventi agiti sull’onda dell’emergenza sociale, che spesso strumentalizzano il singolo caso, traducendosi in uno sradicamento dell’individuo.

La complessità delle situazioni necessita di interventi che tengano conto di una molteplicità di competenze e di un confronto multidisciplinare
che comprenda non solo l’intervento legale e dei servizi sociali, ma anche un intervento psicologico ed il contributo fondamentale della mediazione culturale.

I casi delle “piccole musulmane ribelli” potrebbero, se guardate in una prospettiva più ampia, contribuire ad aprire uno spazio di profonda riflessione sulla società italiana: quanto contribuisce lo Stato a rendere possibile l’interazione e il dialogo con le minoranze?

Quanto è alto il livello di diffidenza, paura, discriminazione, in una parola, razzismo nei confronti delle minoranze, in particolare quella islamica? Inoltre casi del genere potrebbero aiutare appartenenti di tutte le fedi, ad interrogarsi sul ruolo della religione nella loro vita e soprattutto la sfida di conciliare la prescrizione religiosa con il prezioso valore della libertà, in una società dove la religione ha un ruolo marginale nella sfera pubblica. Infine, i genitori, tutti, dovrebbero domandarsi, se stanno davvero riuscendo ad accompagnare i propri figli nel
doloroso e contorto percorso di crescita, desiderando solo che siano liberi e uguali a se stessi.

Bisognerebbe, insomma, cominciare a farsi domande scomode.

 

 

Gina Troisi, laureata in Psicologia Clinica e dottore di ricerca in Human Mind and Gender Studies presso l´Università Federico II di Napoli. Specializzanda in Psicoterapia Psicoanalitica (SIPP). Si occupa in particolare di temi riguardanti la violenza sulle donne.

Rosanna Sirignano, dottoranda in Studi Islamici presso l’Università di Heidelberg (Germania), è membro associato del Cluster of excellence Asia and Europe in a Global context e assistente alla cattedra di Studi Transculturali dello stesso istituto.



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