Mohsin Hamid: Exit West

In un Paese dilaniato dalla guerra civile, dove il fondamentalismo limita le libertà individuali e i rifugiati invadono le strade, Nadia e Saeed si innamorano.


di Gabriella Grasso

Quando si sparge la notizia dell’esistenza di porte magiche, attraversando le quali si raggiunge la salvezza in altri Paesi, decidono di sfidare le incognite e partire. Si ritrovano prima a Mykonos, dopo a Londra, infine in California. In Exit West (Einaudi, euro 17,50) Mohsin Hamid (già autore de Il fondamentalista riluttante) partendo dalle emergenze globali odierne disegna uno scenario apocalittico, ma con un finale conciliante. L’autore vive in Pakistan e lì l’abbiamo raggiunto via Skype.

In Exit West lei mette in luce alcuni aspetti della condizione migratoria sui quali raramente si riflette. Per esempio il fatto che, grazie al web, chi nel proprio Paese vive una condizione di privazione è costantemente sottoposto alla visione dell’abbondanza di altri mondi. Oppure la paura che, nel migrare, ci si ritroverà: «alla mercé di estranei, in gabbia come parassiti». O ancora la fatica della fuga: «Continuare per sempre a fuggire va oltre le capacità della maggior parte delle persone: a un certo punto anche un animale braccato si ferma». Era questo il suo intento: ampliare il modo in cui si guarda alla condizione dei migranti?
«Per me è importante comunicare la mia convinzione che siamo tutti migranti: si tratta di un’esperienza umana universale. Si migra anche invecchiando. Una signora di 85 anni che non è mai uscita da Milano è una migrante, perché la Milano degli anni Trenta e quella di oggi sono completamente diverse: sono cambiati il paesaggio urbano, la gente, il linguaggio. Voglio togliere esotismo al concetto di migrazione, modificare l’idea che questi rifugiati siano alieni, strani. Non lo sono: sono umani. Tutti abbiamo paura di essere dipendenti dagli altri, di essere separati dai nostri cari, del futuro incerto: semplicemente, chi lascia la propria terra vive queste emozioni in maniera più acuta. Se ci pensassimo tutti come migranti, potremmo trattarci con più equità».

Quando i protagonisti arrivano a Londra passando attraverso una delle porte, Nadia cerca un modo per lavare i propri vestiti: «Non era un lusso superfluo, ma riguardava qualcosa di essenziale, la sua umanità». In una conferenza che lei ha tenuto negli Usa, ha affermato: «I rifugiati sono persone che vivono una condizione di precarietà. Se non li aiutiamo, la nostra umanità ne sarà compromessa». Quindi le chiedo: è questa umanità ciò che abbiamo di più prezioso e che dobbiamo preservare?
«Sì. Lei ha giustamente individuato due differenti aspetti del senso di umanità. Uno è quello che rivendica Nadia quando sente che liberarsi della sporcizia fa parte di ciò che la rende un essere umano. Per ognuno di noi “sporcizia” può significare qualcosa di diverso: mancanza di pulizia corporea, ma anche obbligo di comportarsi in un certo modo o dire certe cose. In ogni caso, la nostra dignità ne viene minata. L’altro aspetto ha a che fare con il modo in cui trattiamo gli altri: se non siamo capaci di riconoscere la loro umanità, probabilmente abbiamo dimenticato la nostra. Se vediamo un bambino che annega e non ci buttiamo in acqua per salvarlo, ecco cosa accade: il bambino muore, ma anche qualcosa di noi svanisce per sempre. Non siamo più capaci di vedere la nostra umanità riflessa nell’altro e quando succede perdiamo il contatto con il mondo e con noi stessi. È un grande rischio: i regimi totalitari operano sempre una disumanizzazione interiore delle persone, in modo che esse non riescano più a trattare gli altri come esseri umani e nemmeno a pensarsi come tali. Per questo il nostro dovere verso i rifugiati è un dovere verso noi stessi».

Il conflitto tra “migranti” e “nativi” che nel suo libro ha luogo a Londra, si conclude con un negoziato. Lei scrive: «Avevano capito che il rifiuto della coesistenza richiedeva che uno dei due schieramenti cessasse di esistere, e che quel processo avrebbe trasformato anche lo schieramento superstite, e in seguito troppi genitori nativi non sarebbero più stati in grado di guardare i figli negli occhi». Ma nella realtà questa prospettiva non ha mai fermato le guerre. Potrà mai andare diversamente?
«Le guerre civili, gli omicidi e il terrorismo esistono: non ci sono dubbi. Ma spesso dimentichiamo che per ogni omicidio che viene commesso ci sono migliaia di persone che scelgono di non uccidere. Per ogni guerra civile, ci sono centinaia di società sottoposte a enormi tensioni dove non si combatte. Per ogni atto di terrorismo, milioni di cittadini gestiscono la rabbia senza diventare terroristi. Dimentichiamo che esiste un basilare rispetto dei valori umani che entra in gioco nella maggior parte dei casi. Potenzialmente gli esseri umani hanno un grande senso morale ed è a quello che occorre fare appello. Ognuno di noi può essere un angelo o un mostro. Gli abitanti della ex Juogoslavia non erano migliori o peggiori di altri, ma furono messi in una situazione nella quale la scelta dominante fu quella di esprimere il lato mostruoso. Può succedere a tutti: quando c’è una contesa non sempre è chiaro dove si trovino la ragione e il torto. Le visioni possono essere diverse e si può anche litigare: ma è fondamentale mantenere la pace, non innescare quel processo che potrebbe far emergere il lato mostruoso. Nella Londra del mio romanzo alla fine la dignità umana prevale. E di solito è così che succede».

È dovere dei politici fare appello al senso morale e alla dignità dell’uomo?
«Non solo: siamo tutti chiamati a riconoscere l’umanità e la dignità dell’altro. L’azione politica più recente e degna di nota di cui sono a conoscenza in Italia è stata il lavaggio dei piedi di un detenuto musulmano da parte di Papa Francesco. Io non sono cattolico ma quella scena, vista dal Pakistan, ha avuto un enorme impatto su di me. Perché è di questo che abbiamo bisogno: di qualcuno che riconosca pubblicamente in un altro essere umano la dignità che spesso viene negata. La nostra unica priorità sembra essere quella di decidere chi ha torto e chi ha ragione, ma la dignità di base di ciascuna persona dovrebbe contare più dell’individuazione di torti e ragioni. Il Papa ha mandato un segnale molto potente al mondo ed è scioccante che i politici non facciano altrettanto. Trovano più conveniente spingere la gente a odiarsi: il potere arriva da lì. Però la Storia produce anche personaggi come Gandhi, Mandela, Martin Luther King e Papa Francesco. E io credo che gesti come i loro vengano compiuti ogni giorno da migliaia di persone: ed è importante ricordarsene. Perché ci viene ripetuto che siamo in stato di guerra e che il senso della dignità umana è irrimediabilmente perduto: ma non è così».

In un passaggio del libro lei individua la mortalità come elemento sul quale costruire la reciproca comprensione: «…questo lutto unisce l’umanità, unisce ogni essere umano, la natura fugace del nostro essere qui, il nostro dolore condiviso, lo struggimento che tutti ci portiamo dentro ma che troppo spesso ci rifiutiamo di riconoscere negli altri, e proprio per questo Saeed sentiva che era possibile, al cospetto della morte, credere nel potenziale dell’umanità di costruire un mondo migliore». Ci dice qualcosa di più?
«Tutti sappiamo cosa la morte ci toglie, ma non pensiamo mai che possa anche offrirci qualcosa: la possibilità della compassione. Non importa chi abbiamo davanti: anche lui arriverà alla fine della sua vita. Come noi. Questa tragedia ci accomuna e per questo abbiamo potenzialmente la possibilità di provare compassione reciproca. Noi neghiamo la realtà della morte. Ci comportiamo come se non esistesse, ci inventiamo modi consumistici sempre nuovi per distrarci: compriamo oggetti, modifichiamo i nostri corpi. Nel negare la nostra morte, dimentichiamo che anche gli altri moriranno e che questo è un destino comune. Per lungo tempo le religioni hanno avuto la funzione di ricordarci la nostra mortalità, ma oggi non lo fanno più: perché il numero dei credenti è diminuito e perché stanno diventando sempre più politiche, tralasciando le questioni spirituali. L’allontanamento della gente dalla religione e della religione dalla spiritualità stanno avvenendo contemporaneamente, dunque bisogna controbilanciare questo processo proponendo nuovi terreni comuni di incontro: e uno di questi è la consapevolezza della mortalità e della sua universalità. Se ci rendiamo conto che facciamo tutti parte della stessa comunità, i cui membri vengono uccisi uno dopo l’altro da una forza invisibile e che tutti, anche chi si comporta in maniera per noi inaccettabile, lotta contro le nostre stesse paure, possiamo trovare uno spazio di incontro».

Lei sostiene che sia importante immaginare un futuro diverso, altrimenti ci resta solo ciò che conosciamo già: il passato…
«Si sta diffondendo dappertutto una tendenza nostalgica. In Europa e negli Usa la piramide sociale è cambiata. Non molto tempo fa si facevano più figli e poche persone arrivavano alla vecchiaia: ora è il contrario, quindi la maggioranza della popolazione è sempre più vecchia e l’impulso nostalgico aumenta. Sono soprattutto gli anziani che hanno votato per Trump e per la Brexit. Trump vuole riportare gli americani agli anni 50. In Europa molti politici promettono di riportare gli elettori agli anni 80, quando c’era più prosperità e meno immigrazione. E quelli sono esattamente gli anni di cui gli anziani hanno nostalgia: chi non vorrebbe tornare all’epoca della propria infanzia e giovinezza? La tensione nostalgica costituisce un problema per un Paese. Con la Brexit, per esempio, chi ha meno anni da vivere ha privato i giovani di un futuro con maggiori opportunità. Non bisogna farsi intrappolare in queste politiche nostalgiche: per questo occorre proporre politiche ottimiste. Ma come possiamo iniziare a pensare a un futuro che sia migliore del passato? Secondo me dobbiamo essere radicali. Proviamo a immaginare, per esempio, un mondo in cui la tecnologia permette la costruzione di macchine che sostituiscono gli uomini, e che questo vada a vantaggio di tutti. Immaginiamo una società che pensa alle persone non solo come consumatori – che è un modo orribile di considerare gli esseri umani – ma come produttori. Trattando gli uomini solo come consumatori li stiamo distruggendo come produttori e stiamo causando in loro una frustrazione crescente: perché pur continuando a consumare, provano un forte senso di violazione della loro dignità. Proviamo invece a pensare a un mondo in cui la tecnologia consente di raggiungere maggiori livelli di prosperità, la quale viene divisa più equamente e reinvestita per supportare l’abilità delle persone a produrre. Non sto dicendo che questo sia l’unico futuro desiderabile, ma che bisogna avere una visione. E invece la politica non ne produce e cerca solo di fomentare odio per il diverso».

Secondo lei tutti noi, non solo i politici, siamo chiamati a immaginare un futuro migliore. Ma di recente ho verificato come, spesso, chi crede nel cambiamento venga bollato come “ingenuo”.
«Immaginare il futuro fa parte del nostro ruolo di cittadini: non possiamo accettare passivamente che siano altri a decidere per noi. A chi parla di ingenuità risponderei ricordando l’effetto placebo. Ipotizziamo che ci siano 100 persone malate di cancro e che 10 di loro guariscano assumendo una caramella che credono un farmaco. L’atteggiamento generale sarà quello di liquidare la cosa commentando: “Vabbè, sono guarite a causa dell’effetto placebo”. Ma non è incredibile che le possibilità di guarigione aumentino semplicemente con il pensiero? In politica valo lo stesso principio: immaginare che le cose possano cambiare sarà forse ingenuo, ma come minimo avrà un effetto placebo. E se anche il 10% delle persone riuscisse a guarire dalla propria depressione politica immaginando qualcosa di diverso, questo produrrebbe un grosso cambiamento sociale».

«L’apocalisse sembrava essere arrivata, ma non era apocalittica, vale a dire che per quanto i cambiamenti fossero traumatizzanti non erano la fine, e la vita continuava»: al termine di Exit West la catastrofe definitiva è evitata grazie alla capacità di adattamento degli uomini…
«Ipotizziamo che Milano tra 100 anni diventi simile a Rio de Janeiro: molto più popolata e con persone provenienti da ogni parte del mondo. Davanti a questa prospettiva, un milanese di oggi direbbe: “Che catastrofe!”. Ma io sono stato a Rio: e non è male. Certo, ci sono dei problemi, ma le persone ci vivono e sono abbastanza felici. I milanesi di domani non proveranno nostalgia della Milano del 2017, perché non l’avranno conosciuta: la loro realtà sarà quella. Voglio dire che ciò che ci appare catastrofico oggi potrebbe non sembrarlo a chi verrà dopo di noi. Negli ultimi due secoli circa 13 milioni di italiani hanno lasciato il Paese. Se avessimo domandato agli anziani che cosa ne pensassero del fatto che i loro nipoti fossero costretti a emigrare verso il New Jersey o Melbourne, avrebbero risposto: “È un disastro!”. Ma oggi quei nipoti sono americani e australiani e vivono benissimo. Credo che la nostra capacità di adattarci e trovare nuovi modi di essere sia costantemente sottovalutata. Pensiamo che il presente sia permanente e che solo in questa permanenza ci possa essere felicità. Ma è falso».

C’è da dire che la capacità di adattamento ha anche aspetti negativi: pensiamo a come ci si è adeguati al fascimo o al nazismo…
«È vero. Ai nostri occhi il fascismo o la schiavitù sono inconcepibili. Ma tra 200 anni le persone diranno che anche noi abbiamo accettato cose terribili. Per esempio al fatto che c’è gente che muore cercando di giungere dalla nostra parte di mondo; e che quando riesce ad arrivare viene rinchiusa in centri di detenzione. Noi non abbiamo l’impressione che ci stiamo “adeguando” a qualcosa, perché sta accadendo tutto in maniera naturale: ma chi verrà dopo di noi si renderà conto della portata della catastrofe. Quindi sì: gli esseri umani possono adattarsi anche a cose orribili. E lo stiamo facendo anche noi».

Lei crede che immaginare un futuro migliore possa servire a creare una società migliore alla quale adattarsi?­­­­
«È molto importante prendere consapevolezza della capacità di adattamento dell’uomo. Ma questa capacità non ha un senso morale: i risultati possono essere buoni o cattivi. La lezione che dobbiamo trarne è che siamo capaci di adeguarci al cambiamento. Cerchiamo dunque di avere meno paura del cambiamento e facciamo in modo che esso avvenga nella direzione che vogliamo: ci adatteremo, così, a un futuro migliore».



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