Forever pure

Un documentario sulla squadra di calcio del Beitar Jerusalem racconta il lato oscuro della società israeliana

di Christian Elia

“Siamo dei credenti, figli di credenti, e non facciamo affidamento su nessuno tranne che sul Padre, sul Padre che è nei cieli”. Non ci crederete, ma questo è un coro da stadio. Un coro tipico del gruppo di ultras chiamato La Familia, supporters del Beitar Jerusalem.

Disponibile su Netflix, il documentario Forever Pure, di Maya Zinshtein, racconta la stagione calcistica 2012 – 2013 della squadra del Beitar, che è passata alla storia non perché la compagine ha particolarmente brillato, ma per aver contribuito a palesare l’anima nera del nazionalismo israeliano. E l’islamofobia della società, strumentalizzata e appoggiata dalla classe politica.

Andiamo con ordine. Fondata nel 1936, la società calcistica del Beitar Jerusalem è da sempre legata all’estrema destra. Prima proletaria, poi di massa. Nel senso che, come racconta un giornalista legato alla squadra, “un tempo eravamo minoranza, oggi comandiamo il Paese”.

E le vicende sportive della squadra, che diventa una ‘grande’ del calcio israeliano, sono legate anche al valore ‘politico’ che i colori giallo – neri portano in dote ai politici che l’appoggiano. Ecco che tutti, ma proprio tutti, i leader della destra sono presenza fisse in tribuna.

“Accanto a me ci sono stati tutti i sindaci di Gerusalemme”, racconta Reuven Rivlin, diventato poi presidente d’Israele. “E io ero tra i pochi a dire che non mi piaceva quel che vedevo. Troppa violenza, verbale e non, troppa aggressività. Ma quando hai 20mila persone che ti sostengono una campagna elettorale, queste sfumature svaniscono”.

Sfumature che ti portano, evidentemente, a girare la testa da un’altra parte quando i tifosi cantano cose tipo “Guerra!”, “Morte agli arabi!” e delicatezze del genere.

Del potere di propaganda del Beitar voleva impossessarsi anche il magnate russo – israeliano Arcadi Gaydamak, che compra la squadra, ci investe molto, fino a vincere lo scudetto del 2007. Poi, però, si candida a sindaco di Gerusalemme e prende un misero 3,6 percento, che assieme all’inchiesta per traffico d’armi in Angola per la quale è ricercato in Francia, lo portano a disinvestire nella squadra.

Entra nel mirino dei tifosi, decide di provare a ribaltare l’aspetto mediatico della sua presidenza e prima porta la squadra in Cecenia per un’amichevole con il Tarek Grozny, poi acquista dalla stessa squadra due giocatori: Dzahabril Kadyev, 19enne difensore, e Zaur Sadayev, 23enne attaccante.

I titoli dei giornali annunciano il clima: “Il Beitar compra due musulmani”. Non giocatori, proprio musulmani. I tifosi del Beitar dichiarano guerra alla squadra. Solo il portiere e capitano Ariel Harush e il dirigente (ex stella della squadra) Itzik Korenfin, li difendono, finendo sotto scorta e minacciati di morte.

Il documentario è un malinconico racconto della solitudine di due ragazzi, che appena finisce il campionato scappano in Cecenia. Mentre la frangia razzista del tifosi ha tanto potere da costringere tutti gli altri a disertare lo stadio.

Un bel documentario, un interessante spaccato su come la politica cavalchi la parte peggiore del paese (Avigdor Lieberman, estremista e ministro, è un tifoso fisso), emarginando le voci dissonanti. Che finiscono licenziati e – nel caso del portiere – ceduti.

Il presidente russo cede la squadra gratis e si consegna alle autorità francesi, mentre i pochi tifosi che hanno tenuto la schiena dritta fondano un altro club. Ma la storia continua ed è importante che autori israeliani come la Zinshtein si confrontino con la società israeliana e la sua deriva razzista.



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