Yazd, la città (in)visibile patrimonio mondiale dell’umanità

Benvenuti a Yazd, isola del deserto, patrimonio mondiale dell’umanità.

​GEOPOETICA PERSIANA è una rubrica che, riprendendo la definizione di “Geopoetica” di Predrag Matvejevic, vuole portare il lettore alla scoperta dei luoghi – e di ciò che in essi accade – che generano poesia. Il luogo in questione è l’Iran, con le sue città, la sua letteratura, la sua arte, che troppo spesso vengono relegate in secondo piano dagli accadimenti della geopolitica.
“Dal libro dell’amore io traevo un augurio: d’improvviso un sapiente dal cuore acceso disse: – Felice chi nella casa ha un’amica bella come la luna, e una notte lunga come un anno.” Omar Khayyam

 

Di Annalisa Perteghella

“Ogni città riceve la sua forma dal deserto a cui si oppone”. Così Italo Calvino ne Le città invisibili descrive Despina (“il culto della signora” per gli antichi greci), città di confine tra due deserti, uno fatto di sabbia e uno fatto di acqua, per cui il cammelliere e il marinaio che avvicinandovisi la scorgono all’orizzonte ne ricavano ciascuno la propria idea di città.

Non per niente Despina è inserita da Calvino nel ciclo “Le città e il desiderio”, perché ognuno possa scorgervi e riconoscervi ciò che più si adatta alla propria attesa. Così è per la cittadina iraniana di Yazd, città del deserto per antonomasia che sorge ai margini del Dasht-e Kavir (il “Grande deserto salato”), recentemente inserita dall’Unesco tra i siti patrimonio mondiale dell’umanità. Se non fosse per il nome, che a differenza dei nomi scelti da Calvino per le sue città invisibili non è un nome di donna, verrebbe naturale inserirla nel ricco catalogo di città dell’immaginazione compilato dallo scrittore.

 

 

Proprio come per Despina, la prima anima della città è quella legata alla sua natura di città del deserto: Yazd con il suo dedalo di vie che corrono tra muri a secco fatti di sabbia e argilla che si colorano di rosa al tramonto; Yazd con i suoi minareti turchesi che si stagliano a segnare la distanza tra cielo e terra, in un’armonia di ocra e celeste; Yazd con i suoi badgir, le torri del vento, sofisticati sistemi di ventilazione che — mirabolante esempio di ingegno architettonico — sfruttano le correnti d’aria per portare refrigerio nelle torride estati del deserto; Yazd con i suoi qanat, altrettanto mirabolanti esempi di ingegneria idraulica che permettono — da più di duemila anni — di convogliare l’acqua sotterranea in superficie e permettere così l’irrigazione dei rigogliosi giardini persiani, conferendo alla città i caratteri tipici di un’oasi in mezzo al deserto; Yazd con i suoi antichi caravanserragli, oggi perlopiù trasformati in guest house che forniscono ospitalità ai moderni carovanieri e viandanti che, sostando la notte negli ampi cortili interni, possono alzare lo sguardo verso un cielo che raccoglie un’infinità di stelle.

 

Yazd, cupola della Masjed e-Jomeh vista dal retro

 

Yazd, Badgir (Torri del vento)

 

Yazd, Complesso Amir Chakhmaq

 

La seconda anima di Yazd è quella legata all’antichissimo culto zoroastriano, che proprio in questa città ha il proprio tempio principale, il Tempio del Fuoco, Ateshkadeh, all’interno del quale arde la fiamma perenne, il fuoco sacro simbolo di Dio sulla terra. Sulla facciata del tempio si staglia il simbolo dello zoroastrismo, il faravahar, l’angelo guardiano che nella cosmologia zoroastriana rappresenta l’esortazione a condurre la propria vita in modo tale da arrivare all’unione con la divinità suprema, Ahura Mazda, dio della luce impegnato in un eterno duello con le forze delle tenebre, guidate dalla sua nemesi Ahriman.

“Buoni pensieri, buone parole, buone azioni”, questo il codice di comportamento degli zoroastriani che permette di tenersi al riparo dalle tenebre e dal male del mondo.

 

Yazd, Tempio del fuoco

 

Alle porte della città si elevano le torri del silenzio, fino a sessant’anni fa sito di sepoltura per gli zoroastriani, i cui cadaveri venivano deposti in piccole conche sulla sommità delle torri, ed esposti agli elementi atmosferici e all’opera degli avvoltoi fino a non farne rimanere altro che ossa, che venivano poi sciolte nella calce.

Un affascinante rituale dettato dalla necessità, per i seguaci di questa religione, di non contaminare l’elemento terrestre, ritenuto, insieme al fuoco e all’acqua, elemento sacro. Oggi dalla sommità delle torri del vento si scorge il nuovo cimitero degli zoroastriani, posto più prosaicamente a terra, con le sue tombe di cemento sigillate ermeticamente per mantenere intatto il principio di non contaminazione del terreno.

 

Yazd, Torri del silenzio

 

Veduta del nuovo cimitero zoroastriano dalla sommità di una torre del silenzio

 

Così, tra terra e cielo, finisce — o comincia — il viaggio di noi novelli Marco Polo verso Yazd. Un gioiello architettonico, un’isola nel deserto, una fonte di ristoro per l’anima del viaggiatore che vi arriva dopo chilometri percorsi in mezzo a sabbia e dune. Prendendo a prestito ancora una volta le parole di Calvino, questa volta rivolte a Diomira, “Tutte queste bellezze il viaggiatore già conosce per averle viste anche in altre città.

Ma la proprietà di questa è che chi vi arriva una sera di settembre, quando le giornate s’accorciano e le lampade multicolori s’accendono tutte insieme sulle porte delle friggitorie, e da una terrazza una voce di donna grida: uh!, viene da invidiare quelli che ora pensano d’aver già vissuto una sera uguale a questa e d’esser stati quella volta felici”.

Benvenuti a Yazd, isola del deserto, patrimonio mondiale dell’umanità.

 

Arrivando a Yazd una sera di settembre



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