Il cimitero di sabbia

Questa è la rotta del deserto che i migranti subsahariani devono affrontare prima di attraversare il Mediterraneo. I trafficanti controllano un itinerario che ogni anno costa migliaia di vite

di Nacho Carretero, El País, traduzione italiana tratta da Melting Pot*

Agadez (Níger) – 3 luglio 2017

Kawal, che non vuole rivelare il suo vero nome, ogni settimana attraversa il deserto del Sahara al volante di un furgone bianco marcato Toyota. Nella parte posteriore del veicolo trasporta solitamente tra le 25 e le 27 persone. A volte 30. Quasi sempre uomini. Sempre migranti provenienti da Gambia, Senegal o Nigeria che vogliono raggiungere la Libia e attraversare il Mediterraneo, diretti in Europa.

“Il viaggio dura 3 o 4 giorni. Dipende se ci si ferma o meno”, dice Kawal. “Io non mi fermo mai. Guido per tre giorni e tre notti di fila bevendo caffè e tè. Vado molto veloce. E questo è pericoloso perché ci sono dune, buche e dossi. Molti furgoni hanno incidenti o avarie a causa della velocità elevata”.

Kawal, piede a fondo sul pedale, attraversa la sabbia ammassata e il terreno sconnesso munito di GPS e bussola. Parte dalla città nigerina di Agadez, situata nel mezzo del deserto al centro del Niger, enclave cruciale del flusso migratorio.

Agadez è la città nella quale si ritrovano tutti i migranti che vogliono andare in Libia e poi raggiungere l’Europa. Le strade e gli angoli di questa città di mattoni, terra e polvere pullulano di giovani provenienti da diversi paesi, tutti in attesa di compiere il passo. Si riversano nei cosiddetti ghetti, ammassi di baracche malmesse appena fuori città, luoghi gestiti da trafficanti che, all’occorrenza, non esitano a sfruttare gli uomini per i lavori forzati e a fare delle donne delle prostitute. La porta d’accesso verso una vita migliore assume la forma di un incubo.

La meta di Kawal è la città libica di Sabha, dove consegna i migranti ad altri trafficanti. “Non c’è un percorso segnato, né un tracciato definito. Ci sono tratti in cui vedi solo sabbia, fino all’orizzonte. È come un mare, come un oceano. Tutto uguale. È impossibile orientarsi”.

Il dramma sta proprio nella facilità con cui ci si perde. “Basta scostarsi di pochi chilometri dalla rotta per perdere l’orientamento”, dice Kawal, seduto all’ingresso della sua casa, una precaria baracca di argilla col pavimento in terra battuta. “Se giri appena il volante ti allontani dalla rotta che devi seguire e ti addentri nel deserto. E se questo succede, è finita. Sei morto”.

Quest’anno due conducenti della stessa organizzazione di trafficanti di Kawal sono morti nel deserto. Ciascuno trasportava nel proprio veicolo una trentina di migranti. “Portiamo con noi l’acqua necessaria per tre giorni. Se ti perdi, resti senza niente. Questo è ciò che è accaduto a loro”. Hanno ritrovato i corpi di uno solo dei due furgoni. L’altro è tuttora da qualche parte, lì nel deserto.

Photo credit: Alfons Rodríguez

La stessa cosa succede se hai un’avaria. O un incidente. In questo viaggio, qualsiasi imprevisto comporta il rimanere bloccati nel bel mezzo del nulla. “In ogni viaggio incrocio furgoni fermi. Alcuni sono circondati da cadaveri. Altri, da gente che chiede aiuto urlando. Ma non puoi fermarti. Cosa potresti fare? Il mio furgone è già pieno fino al limite”.

È un percorso sul filo del rasoio. Per questo Kawal non si ferma. Mai. Quando finalmente arriva nella città libica di Sabha – il traguardo finale – fa l’inventario dei danni: qualche migrante morto, altri disidratati e il rimorchio pieno di urina ed escrementi. Per un viaggio così, i migranti sborsano circa 400 euro.

La rotta che resiste

Da qualche anno, la rotta mediterranea centrale – che collega Agadez alla Libia – si è consolidata come la più trafficata fra quelle che portano i subsahariani a tentare di attraversare il Mediterraneo. Anni addietro i trafficanti controllavano diverse tratte (Mauritania, Algeria, Melilla…), ma l’instabilità in Libia – paese in conflitto dalla caduta di Gheddafi, nel 2011 – ha fatto sì che questo tragitto divenisse il più accessibile e redditizio.

Ad oggi la Libia è un paese ridotto in frantumi. Vi operano circa 1.700 milizie, già dal periodo immediatamente successivo alla caduta di Gheddafi. Ogni villaggio e ogni città in Libia è sotto il controllo di un gruppo armato distinto. Tra i vari gruppi, le relazioni si basano su clan, etnie e tribù. Gli scontri sono frequenti, e costruire un’autorità centrale che possa coordinare il funzionamento del paese e giungere ad accordi con l’Unione Europea (UE) pare, al giorno d’oggi, impossibile. In questo caos, i trafficanti di esseri umani possono muoversi liberamente, senza alcun problema. Basta scendere a patti con i gruppi giusti. La legge non esiste.

“Non c’è un percorso segnato, né un tracciato definito. Ci sono tratti in cui vedi solo sabbia, fino all’orizzonte. È come un oceano. Se perdi l’orientamento, è finita. Sei morto”.

L’impunità è totale, per tutto il tragitto. Durante il transito o nella loro permanenza in Libia, migliaia di migranti vengono sequestrati, malmenati, assassinati, perfino schiavizzati. Chi vi passa mette la propria vita in balia della sorte.

Quest’assenza totale di controllo fa sì che la rotta libica sia la più economica per i migranti. Passare dall’Algeria è più sicuro, ma anche molto più complicato a causa dei controlli di polizia. E quindi più dispendioso. “Quelli che pagano il viaggio attraverso l’Algeria solitamente sono donne con bimbi piccoli. Non sono disposte a rischiare tanto come gli uomini in Libia, così preferiscono pagare di più”, dice Giuseppe Loprete, capomissione dell’Organizzazione Internazionale per le Migrazioni (OIM).

La conseguenza è che il deserto, da qualche anno, è diventato un corridoio di cadaveri. “I media parlano tanto dei morti nel Mediterraneo, ma io credo che siano morti più migranti nel deserto”. Lo spiega un operatore dell’OIM. Molti di questi cadaveri non verranno mai ritrovati. Li inghiotte il deserto, la cui collezione di cadaveri va crescendo. Non esistono cifre ufficiali, come d’altro canto non esistono per il Mediterraneo. Ma l’operatore dell’OIM non ha dubbi. “Migliaia. Di sicuro. Diverse migliaia…”.

Photo credit: Alfons Rodríguez

Quattro giorni fa 52 migranti sono stati ritrovati morti nel deserto. Altri 25 sono stati salvati dall’OIM mentre vagavano disidratati tra le dune. Non bevevano da quattro giorni. Nel complesso, secondo i dati dell’OIM Nazioni Unite, solo da aprile sono state recuperate nel deserto in stato agonizzante 900 persone. E si succedono le notizie di ulteriori ritrovamenti.

Dall’inizio dell’anno la stessa Agenzia ha registrato quasi 23.000 persone mentre attraversavano il deserto dirette in Libia e 51.000 che tentavano il percorso inverso: fuggivano di nuovo. Nel 2016, il numero di persone che hanno attraversato il deserto verso l’Europa è stato, sempre secondo l’OIM, di 333.891, mentre 111.230 persone sono tornate sui loro passi.

“Non facciamo nulla di male”

Mohamed è il nome fittizio del capo di un’organizzazione di trafficanti di esseri umani. Ci risponde nella terrazza di un piccolo albergo in mattoni di Agadez. Ha il viso coperto e porta una spada sotto la camicia, tipico dei tuareg. Prima di mettersi a fare il trafficante, Mohamed si occupava di turismo. “Nel 2003 nessuno pensava che i migranti potessero fruttare denaro, così fummo in pochi a buttarci in questo tipo di attività”. Anni dopo sono in migliaia, nei dintorni di Agadez, ad occuparsi del business della migrazione.

Mohamed iniziò come autista, portando alcuni subsahariani in Libia. Molto presto riuscì ad acquistare diversi mezzi e assunse altri autisti. Nel suo periodo migliore arrivò a guadagnare 10.000 euro al mese.

“I media parlano tanto dei morti nel Mediterraneo, ma io credo che siano morti più migranti nel deserto”.

Mohamed ci spiega che, attualmente, sono sei le organizzazioni di trafficanti che gestiscono la rotta centrale dal Níger alla Libia. Tutte le organizzazioni sono dell’etnia tubu o tuareg, e non c’è troppa rivalità tra loro. Sembra ci siano affari per tutti. Alcune, tra queste organizzazioni, trafficano anche in droga e armi. Mohamed racconta che proprio qualche giorno fa hanno arrestato un tale conosciuto come Bashir, il più potente tra i trafficanti. “Oltre alle persone, in Europa portava cocaina”.

“Abbiamo gente dei nostri in ogni paese d’origine. Mi chiamano dalla Costa d’Avorio dicendomi: ‘ti mandiamo sei ragazzi’. Li preleviamo a Niamey (capitale del Niger, n.d.t.), li portiamo ad Agadez e, quando ci pagano, li portiamo in Libia. Là li consegniamo ad altra gente dell’organizzazione, che li porta a Tripoli affinché possano attraversare il Mediterraneo. È tutto coordinato e organizzato”. Complessivamente, il migrante paga all’organizzazione circa 4.000 o 5.000 euro.

Solo per arrivare fino in Libia l’organizzazione di Mohamed incassa 458 euro.
Mohamed traccia su un quaderno la rotta seguita dai suoi autisti, indicando gli 11 punti di approvvigionamento d’acqua esistenti lungo il percorso. In tre di essi ci sono controlli militari o di polizia, quindi bisogna evitarli oppure corrompere gli agenti. Al momento ha sei autisti operativi, altri due sono in carcere e un altro è morto qualche mese fa dopo essersi perso lungo il tragitto. Assieme a lui, i migranti che trasportava.

È tutto talmente organizzato e definito che perfino la stessa OIM ha collocato, lungo la rotta, dei cartelli che indicano telefoni di emergenza affinché, in caso di avaria o nel caso in cui si siano persi, i migranti possano chiamare i soccorsi.
Kawal, l’autista dell’altra organizzazione, spiega “ciò che più mi fa paura sono i banditi. Gli assalti e i sequestri sono frequenti. Soprattutto una volta entrati in territorio libico”.

Ebraima Sambou è nato in Gambia 37 anni fa. Nel maggio 2015 ha attraversato il deserto fino alla Libia. “In una delle notti del viaggio un ragazzo chiese all’autista di fermarsi perché aveva problemi di stomaco. L’autista frenò e iniziò a picchiarlo. Lo massacrò solo per averlo chiesto. Così i trafficanti trattano i migranti. Ci vedono come una merce”.

Ebraima fece quel viaggio assieme ad altri 29 migranti. “Eravamo stipati, stavamo molto scomodi. Faceva caldissimo e patimmo molto la sete. Vedevamo i morti lungo la strada. Vedevamo anche gente che chiedeva aiuto. Eravamo nelle mani di Dio…”.
Diversa è l’opinione di Kawal. “Noi non facciamo nulla di male. Io porto i migranti in Libia, nessuno li obbliga. Quello che gli capita lì non è colpa mia. Prima trasportavo barili, ora persone. Devo lavorare e fare soldi”.

Il business più importante della regione

Nel novembre del 2015, diversi paesi africani hanno concordato con la UE un Fondo Fiduciario di Emergenza finalizzato a ridurre il flusso migratorio verso l’Europa. Oltre 2.800 milioni di euro, ai quali nel settembre 2016 hanno fatto seguito ulteriori 3.350 milioni e una legge sul controllo delle rotte in Níger. La Francia ha inviato il proprio esercito affinché addestrasse i soldati e i poliziotti nigerini. L’obiettivo ultimo era quello di contenere le migliaia di persone che ogni settimana si avviavano verso la Libia dalla città nigerina di Agadez.

Gli accordi hanno modificato il quadro: ora ci sono controlli militari, e i trafficanti non caricano più i propri pick-up nella piazza centrale della città e in pieno giorno. Ciononostante, fatta la legge…

Photo credit: Alfons Rodríguez

Agadez è una città decaduta. È ormai da anni che i turisti hanno smesso di visitarla, nonostante la sua storica moschea in mattoni. Le strade sono piene di spazzatura. La sabbia riempie tutti gli angoli. L’aria è incandescente, la pelle si secca fino a ferirsi. L’elettricità va e viene, a seconda dei giorni. I bambini dividono gli spazi di gioco con capre e cammelli, che pascolano nonostante i 43 gradi che si toccano nel mese di giugno. Tutt’intorno alla città si estende il deserto, immenso. L’orizzonte sfuma, come fosse liquefatto. La polvere si innalza infilandosi negli occhi.

Lungo una delle vie che escono da Agadez c’è un check-point della polizia che cede il passo al deserto. Si tratta di una sudicia baracca di legno nella quale gli agenti trascorrono le ore distesi a bere tè. Una catena sottile, sorretta da due fusti, si staglia nel mezzo dell’enorme deserto. Basta camminare 10 metri più in là e si passa senza il benché minimo inconveniente. E, infatti, i trafficanti attualmente usano un altro tracciato, che passa ad appena due chilometri dal casotto della polizia. “Loro, gli agenti, sanno perfettamente quali sono le nuove rotte. Ma se ne fregano”, dice Mohamed, il trafficante. A dire il vero tutti ad Agadez sanno quali sono le rotte.

L’unico cambiamento che gli investimenti europei hanno prodotto è che ora, di tanto in tanto, i militari sparano contro i migranti se li incontrano nel deserto. Questo, a volte, obbliga gli autisti a rischiare più del dovuto, su strade sempre più pericolose e a velocità sempre più elevate. Il risultato: più morti.

“Nulla è cambiato e nulla cambierà finché l’unica cosa investita contro la migrazione sarà il denaro”. Parla Rhissa Feltou, primo cittadino di Agadez. “Questa città vive da anni sulla migrazione, è fondamentale per la nostra economia. Migliaia di persone dipendono da quest’attività. Se non viene fornito un mercato alternativo, nessuno rinuncerà a quest’attività”.

La carenza di informazione è l’altro grande nemico. La stragrande maggioranza dei migranti crede che il viaggio verso l’Italia dal proprio paese consista in un tragitto di quattro giorni in macchina, per poi attraversare un fiume. “I migranti non sanno cos’è la Libia, non hanno idea di quello che sta succedendo lì”, dice Giuseppe Loprete, dell’OIM. “I paesi di origine dovrebbero fornire informazioni tramite le radio e le televisioni. Dovrebbero cercare di smontare queste menzogne”.

La ciliegina sulla torta di questo triste scenario è il flusso di ritorno. Da circa un anno migliaia di migranti detenuti in Libia stanno fuggendo, e cercano di rientrare nei propri paesi d’origine. Attualmente Agadez è una città di arrivi e partenze. Di sogni intatti e sogni infranti. L’autostrada del deserto continua a funzionare a pieno regime, tanto all’andata, quanto al ritorno. E continua a collezionare cadaveri.

*Traduzione a cura di: Anna Latino, Angela Ciavolella



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