Senza Titolo. Viaggio di una foto.

Viaggiare: il concetto di viaggio gemma dal viatico, cioè da ciò che occorre per il viaggio stesso. L’idea del viaggiare è quindi in origine misurata da ciò che portiamo con noi per il viaggio. In questo tempo estivo la redazione di Q Code Mag proverà a raccontarvi i suoi viaggi, non per forza spostamenti, non solo metafore, in una narrazione collettiva che ci accompagni sotto sole e temporali, fra i palazzi cittadini e gli ombrelloni marini. Buona lettura.

di Gabriella Ballarini

Argentina 2006

Tutto parte da questa fotografia. La foto è stata scattata a Misiones, vicino alle cascate di Iguazù. È una foto che nasce da un istinto, fatta con una macchina fotografica regalata per la laurea. La foto dice delle cose che ho capito solo dopo e si intitola: Senza Titolo.
Ma forse tutto inizia molto prima, quando vivevo in Kosovo con Ilaria nel 2004 e fantasticavamo su come le nostre vite sarebbero esplose in avventure indimenticabili. Sulla prima pagina di un libro avevo scritto: Argentina. E quindi, molte ore di turno in comunità madre-bambino dopo, con un paio di stipendi in ritenuta d’acconto in tasca, sono partita.

Biglietto preso portando una serie di banconote che corrispondevano all’esatta traduzione del mio lavoro del mese di giugno e poi zaino, computer e un quaderno.

A 27 anni, si sogna volentieri, ci si perde e si ritrova il filo con testardaggine.
Lavoravo a Buenos Aires, appena arrivata. Lavoravo in uno di quegli uffici che te li immagini guardando un film, quei film dove c’è un sacco di gente che viene da un sacco di posti e gli accenti si mischiano e fanno i capricci e poi fanno la pace. Il mio lavoro era fare la volontaria in giro per l’immensa città e stendere relazioni.
Quindi lavoro e scrivo.
Ascolto Silvio Rodriguez, soprattutto questa canzone.

Mi innamoro un paio di volte.
Di Chris che passa in ufficio per bere dei caffè e di un tizio che mi chiamava dall’Italia per farsi infinite chiacchierate con me da una città che ora non ricordo. A quel tempo ci si chiamava ancora al telefono, e tutti ridevano e incalzavano in inglese per capire chi fosse quest’uomo misterioso.
Il lavoro in ufficio finisce, mi trasferisco in un orfanotrofio e lì conosco Gerardo che mi chiede di partire con lui e allora eccoci: zaino piccolo, guida, occhiali da sole e un quaderno.
Un aereo ci porta a Lima, in Perù e da lì la discesa è impietosa: 140 ore di viaggio da Lima a San Carlos de Bariloche. Ma nella mia testa c’era ancora la piccola parentesi a Misiones, quella bambina che non parlava mai, ed io che per dirle qualcosa, le ho scattato una foto, una solamente. Di quel viaggio, però, non ci sono molte altre foto. Sono andate tutte perdute, quel che resta è lei e quelle 140 ore.
Da Lima a Nazca e poi Cusco, toccando La Paz, Sucre, Potosi, Oruro, Salta, Cordoba, Rosario, Buenos Aires, El Bolsòn e forse altre città.

Un mese guardando l’America Latina da un finestrino. Dormendo sugli autobus o nei piccoli ostelli. Senza la minima idea del motivo per cui fossimo lì, né del come ci si possa innamorare e ci scrivano delle lettere e neppure sapendo dove si va a finire quando ci si mette in viaggio.

Camminare a Cuzco senza respirare, cercare un telefono a La Paz per raggiungere l’Italia in fretta senza ricordare l’esistenza un fuso orario, bere un caffè a Sucre senza pensare al futuro, festeggiare il Natale a Salta e non sapere che ci fosse Natale anche d’estate, ritrovarsi in un bosco in Patagonia e mettere i piedi a bagno nel lago.
Gerardo mi saluta prima di arrivare a Cordoba, ricomincia il mio viaggio in solitaria.
Non so dove sto andando e nemmeno perché.
In un negozio di quelli dove c’è scritto fuori “copias” mi faccio stampare la foto Senza Titolo, la metto nel quaderno e, dopo il capodanno con Mariana passato nelle campagne argentine con i cavalli che di notte fanno le ombre contro la luna, mi metto in viaggio verso la Patagonia per raggiungere la famiglia Beveraggi che diventerà il motivo per cui, forse, mi sono messa in viaggio.

Come finisce la storia non me lo ricordo più, so che dopo un mese a fare marmellate, a parlare fino a notte fonda con Monica, leggere poesie, ascoltare musica, costruire una casa di legno con Luciano e mangiare gelato con le bambine, ho preso un autobus.

Era uno di quelli a due piani e la mia famiglia argentina mi salutava con la mano destra che accarezzava il vento.
Appena le montagne passavano al bordo della strada, io aprivo il barattolo di yerba mate, i miei vicini avevano l’acqua calda e la calavassa era già curata, la scatola rossa di latta aveva cioccolatini a sufficienza per le successive 23 ore di viaggio.

La foto Senza Titolo cade dal quaderno e la signora dai capelli lunghi la raccoglie.

Ecco forse questo è il finale.



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