Ritorno in Albania

Viaggiare: il concetto di viaggio gemma dal viatico, cioè da ciò che occorre per il viaggio stesso. L’idea del viaggiare è quindi in origine misurata da ciò che portiamo con noi per il viaggio. In questo tempo estivo la redazione di Q Code Mag proverà a raccontarvi i suoi viaggi, non per forza spostamenti, non solo metafore, in una narrazione collettiva che ci accompagni sotto sole e temporali, fra i palazzi cittadini e gli ombrelloni marini. Buona lettura.

di Christian Elia

Un viaggio, in fondo, è un cerchio. Un andare, un venire, un mutare. Uno dei libri che mi porto sempre dentro è Il pensiero meridiano, del sociologo e concittadino (nonché mio docente universitario) Franco Cassano.

Nel libro, c’è uno dei saggi dedicato al viaggio, per il quale vengono indicate le modalità del viaggiare.

Il ritorno ‘ottuso’ alla terra, la chiusura, il ritorno come fuga dal mondo e dalle sfide dell’altro di Heiddeger,
E poi il viaggio senza ritorno, verso la follia, la rinascita che passa dalla morte delle radici, dal loro annichilimento, alla Nietzhe. Senza ancore, senza racconto.

E infine il nostos, il ritorno, la categoria omerica del viaggiare meridiano. Perché è nel confrontarsi, nel riportare il viaggio nel luogo dal quale si è partiti, che tutto origina e ritorna.

E’ in quest’ultima categoria che ho cercato di vivere, senza perdermi. E, dalla mia Puglia, è l’Albania lo specchio nel quale – nel 1997 – ho iniziato a cercarmi.

Sono passati venti anni e mai come oggi, l’Albania, per me rappresenta il viaggio.

Per gli anni Novanta, dove nella vita quotidiana di un adolescente arriva, forte come un’onda, la realtà, quella che ci separava in una manciata di ore da un mondo altro. E la voglia di andarlo a vedere, l’altro.

E il 1997, quando il capitalismo, in viaggio verso le terre ‘liberate’ dal socialismo, si era impigliato nelle reti delle piramidi finanziarie, restandone denudato, come inganno per manodopera a basso costo.

Il 1997 delle fughe, dei carrozzoni umanitari, dell’andare e venire attorno a categorie che si sbugiardavano a vicenda, perché la lingua e la cultura italiane avevano viaggiato portando promesse, e tornavano speronando la Kader i Rades carica di disperati.

I disperati che negli anni Duemila diventavano imprenditori, si scrollavano di dosso i titoli razzisti dei giornali, i luoghi comuni, che da quel momento in poi avrebbero viaggiato verso i musulmani.

La libertà che diventa quella di mercificare tutto: esseri umani, organi, armi, droga, aziende e persone.

E per me, in tutti questi anni di viaggi su quella tratta di mare, andare e venire, attorno e dentro la storia, i volti, le storie, i racconti, quel tornare sempre con un racconto nuovo, circolare.

Fino all’ultimo di questi viaggi, quello nel quale ho trovato il racconto esagerato di italiani che emigrano in Albania, per lavorare, per pagarsi cure mediche che ora costano meno nel paese dove avremmo dovuto portare progresso e benessere. Un paese dal quale, invece, si continua a migrare. Come se fosse questa vita, questa che chiamano libertà, un grande Truman Show.

Ecco, questa fotografia ha cambiato la mia vita, invitandomi al viaggio. E all’Albania sarò sempre grato, perché è nell’altro che ho trovato il senso del mio nostos, il racconto, che avvicina e mette in discussione.



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