Generazione Isis

Chi sono i giovani che scelgono il Califfato e perché combattono l’Occidente

di Christian Elia

Da tempo quella di Olivier Roy è una delle voci più interessanti nella galassia di giornalisti/ricercatori che lavora sulla galassia del jihadismo globale.

Docente dell’European University Institute, orientalista e politologo, ha molto scritto e commentato sull’era del terrore globale.

Solo che, in un frastuono sempre più insistente e votato al marketing della paura, Roy tiene il suo passo in articoli che, come nel caso di Generazione Isis (edito da Feltrinelli) sono diventati anche libri.

“C’è una profonda modernità nella violenza terrorista e jihadista sviluppatasi negli ultimi vent’anni. Certo, né il terrorismo né la jihad sono fenomeni nuovi”, scrive Roy. “L’elemento di novità, invece, risiede nell’associazione di jihadismo e terrorismo con la ricerca deliberata della morte”.

Questa forma di nichilismo affascina Roy che, pur tenendo la realtà francese come riferimento, analizza i profili degli attentatori che negli ultimi anni – in crescita – attaccano obiettivi civili in Europa.

E sono profili che sfuggono alle categorie facili: non solo emarginati delle periferie radicalizzati in carcere, non solo profili di terroristi dell’internazionale jihadista. A volte entrambe le cose, a volte nessuna delle due. Ma sempre privi di un motivo per vivere.

In molti, secondo una lettura dell’Islam aggressiva, hanno immaginato che una delle risposte del dilagare di un reclutamento dal basso fosse una sorta di disegno globale di società più giusta, quasi una lettura politica, legata a una spiegazione prossima alla categoria delle ‘Brigate Rosse’ del nostro tempo.

Ma i due fenomeni non c’entrano nulla, anche perché, come fa notare Roy, nessuno (o praticamente nessuno) bada a salvare la propria vita, a lottare per un mondo migliore. Quello è offerto in premio per il ‘martirio’, una risposta pronta all’uso su internet, per chi non ha un senso alla propria vita.

Una dimensione poco politica, al di là di qualche farneticazione, che si lega a stento ai contesti regionali di crisi: Iraq, Afghanistan, Israele e Palestina. Questo vale per i combattenti in loco, ma non per i cosiddetti ‘foreing fighters’ o per i lupi solitari che colpiscono a Parigi, Bruxelles e altrove.

“Il jihadismo, almeno in Occidente (ma anche in maghreb e in Turchia), è un movimento di giovani che non solo si costituisce al di fuori dei punti di riferimento religiosi e culturali dei genitori – spiega Roy – ma risulta inscindibile dalla ‘cultura giovanile’ delle nostre società”.

La dimensione generazionale è fondamentale, ma non esclusiva. Si uccidono i padri, si uccide la memoria, si uccide la politica. E si uccide se stessi, senza un obiettivo pratico.

Secondo Roy, il mito della ‘deradicalizzazione’ è un’illusione, perché la religione non è un motore, ma un veicolo. Il nichilismo c’è, e resta, legato alle connessioni sociali nelle quali si diventa borderline, al di là della classe sociale di appartenenza.
Proprio per questo, secondo Roy, il laicismo di Stato francese ha fallito. Come dice lo studioso, “espellendo la religione dallo spazio pubblico la si consegna ai disadattati e ai radicalizzati”.

Non è il salafismo – tout court – il problema, ma chi trova in quel linguaggio la grammatica del suo nichilismo.

Ecco che sono le periferie di un modello economico le zone d’ombra dove ricercare il problema, sia quando genera emarginazione sia quando genera un senso di vuoto. Sono le nostre società, il problema.

E non è con il silenzio, la rimozione, la disumanizzazione che verremo a capo di questo processo. Come recita la quarta di copertina: “Non è l’Islam a essere violento. Lo sono i ragazzi nichilisti e disperati che crescono nel cuore delle società occidentali”.



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