Il caso Luksinger Makay

Un esempio di persecuzione giudiziaria contro i Mapuche in Cile

Testo di Manuel Zani, foto di Camilo Tapia e Manuel Zani

Il Cile odierno è uno dei pochissimi paesi sudamericani che ancora rifiuta di riconoscere costituzionalmente i popoli indigeni presenti sul territorio nazionale, dove il peso del colonialismo continua ad opprimerli, complice una economia capitalista aggressiva e la concentrazione della proprietà fondiaria nelle mani di poche famiglie, discendenti da coloni europei o statunitensi.

Tra i popoli originari dei territori a cavallo tra Cile e Argentina, quello Mapuche è senz’altro il più numeroso e combattivo. Da secoli la “Gente della Terra”, questo significa la parola Mapuche, continua a lottare per recuperare autonomia, territorio ed ultimamente per difendere e rafforzare la propria identità culturale, percepita come un elemento importante nei processi di rivendicazione.

Foto di Camilo Tapia

Attorno a questi tema si sviluppano i principali conflitti etnici, spesso teatro di vicende oscure, magari marginali rispetto ad essi ma che danno il via a repressione e persecuzioni.

Il più noto è il caso Luksinger-Makay, dal nome delle due vittime il cui omicidio diede il via ad un processo tacciato di persecuzione politica e razzismo contro imputati Mapuche nella regione dell’Araucania, la zona a più alta concentrazione di conflitti e rivendicazioni territoriali del Cile.

Questo processo è tutt’ora in corso e in questi giorni, è iniziata la fase conclusiva cui farà seguito la sentenza, nel volgere di un mese.

Organizzazioni per i diritti umani indipendenti hanno ribadito più volte il carattere persecutorio di un processo che si muove borderline sui confini della legalità, e richiamato il potere giudiziario e lo stato cileno al rispetto dei diritti umani.

Amnesty international ha denunciato irregolarità e chiesto il rispetto del diritto al giusto processo. Concetto ribadito da CidSur, organizzazione di avvocati che si occupano di cause Mapuche.

Persino il dipartimento nazionale per i diritti umani INDH, in una sorta di schizofrenia istituzionale dove un organismo dello stato critica l’operato di un altro pezzo dello stato medesimo, ha sollecitato il governo a rispettare il diritto salute degli imputati, violato dal ricorso forzoso ad una lunga detenzione preventiva.

La storia inizia il il 4 gennaio del 2013. Coinvolge una famiglia di latifondisti tedeschi con nostalgie pinochetiste e diversi contenziosi per usurpazione di terre, dieci comuneros Mapuche e due machi, autorità spirituali tradizionali che proteggono il benessere fisico e psichico delle comunità.

La notte del 4 gennaio nei pressi della comunità dove risiede la machi Francisca Linconao, un attacco incendiario provoca la morte dei coniugi Luksinger Makay, seppelliti sotto le macerie in fiamme della propria casa – di legno come tutte le abitazioni nelle campagne cilene – dalla quale sparavano fucilate contro ignoti aggressori.

La stessa notte, a qualche km di distanza, una pattuglia incontrava il machi Celestino Cordoba ferito ad una spalla e provvedeva ad arrestarlo, accusandolo immediatamente di essere penetrato nella casa, averla irrorata di combustibile e incendiata.

Nel giro di pochi mesi, con un processo lampo, il ricorso alla legge d’emergenza e in mancanza di prove evidenti che ne dimostrassero la responsabilità il machi venne condannato a 18 anni di carcere come esecutore del crimine.

La stampa si premurò di legare immediatamente il caso alle rivendicazioni Mapuche nella zona, avallando il refrain dialettico della politica cilena che indistintamente tenta di dipingerle come azioni terroriste.

Una strategia di comunicazione volta a privarle di dignità e a chiudere ogni spazio di trattativa politica, lasciando come unico esito possibile la repressione.

Foto di Camilo Tapia

Nessuna traccia di polvere da sparo fu trovata sugli abiti del machi Celestino, segno che non aveva imbracciato un’arma né sparato per attacco o difesa; non si trovava sulla scena del delitto e non vi fu modo di provare la sua eventuale presenza; nessuna perizia stabilì mai con certezza se effettivamente la sua ferita fosse compatibile con le pallottole delle armi in possesso delle vittime, limitandosi il tribunale a recepire un quadro probabilistico sostenuto da due medici del servizio legale, notoriamente antimapuche.

In realtà un’analisi era stata condotta e aveva riscontrato immediatamente l’incompatibilità fra le tracce di metallo sulla ferita del machi e quello delle pallottole sparate da Luksinger: nichel in un caso, rame l’altro.

Il referto periziale abbatteva inaspettatamente tutta la teoria accusatoria che voleva in quella ferita la dimostrazione che Celestino si trovasse sulla scena del delitto e fosse perciò colpevole.

Il perito balistico in questione è un carabiniere. Convocato in udienza non si presentò mai a confermare le conclusioni del suo lavoro e pertanto il tribunale scartò clamorosamente la prova.

All’epoca il processo suscitò poca eco nella società cilena, anche se le comunità Mapuche si mobilitarono per sostenere e difendere la loro autorità spirituale. Il PM aveva chiesto l’ergastolo e una condanna in regime di legge antiterrorismo, norma scritta durante il regime di Pinochet e mai abolita con il ritorno alla democrazia (come del resto l’intera costituzione cilena). Il giudice non accolse nella sentenza la tesi dell’atto terroristico ma l’intero processo ne fu viziato.

Richiamarsi alla legge antiterrorismo serve in ogni caso a stigmatizzare le lotte indigene, accostandole ad un concetto di drammatica attualità e universalmente percepito come negativo.

È una strategia che i tribunali cileni hanno spesso adottato nelle ultime due decadi, fornendo una spalla ideologica importante alla repressione dei governi di turno.

Nella sentenza contro il machi Celestino il giudice evitò di considerare le norme contenute in trattati come il 169 della ILO, a cui anche il Cile è vincolato da una firma, che nei processi contro persone e autorità indigene stabiliscono la necessità di mediare tra le forme del diritto proprio, consuetudinario, e quello occidentale, prevedendo finanche tipologie di svolgimento diverse e pene alternative al carcere, culturalmente determinate.

Da più parti intanto la società Mapuche continuava a denunciare una possibile pista alternativa, evitata come la pesta dal PM. Diversi indizi suggerivano che l’omicidio potesse essere maturato in un contesto di forti tensioni tra parenti.

Poco tempo prima le famiglie Luksinger e Makay si erano affrontate in un litigio furibondo per la disputa di un terreno nella zona di Vilcún, finito a botte e immortalato da alcuni giornalisti presenti sul luogo.

Un ulteriore indizio che avrebbe giustificato un approfondimento era la presenza di un pick-up bianco la notte dell’incendio che corrisponde molto bene alla descrizione di un veicolo fotografato sulla scena del litigio.

Nel processo contro Celestino Cordoba era invece entrata fugacemente anche la figura della machi Francisca Linconao. Il PM aveva tentato di vincolare Francisca al delitto grazie alla testimonianza di un carabiniere che sosteneva di aver trovato nell’abitazione di quest’ultima un fucile di fabbricazione casalinga.

Tutti gli sciamani Mapuche possiedono questo genere di armi, o se le procurano per espletare rituali all’interno di cerimonie religiose, dove lo sparo simula la potenza del tuono, di cui si invoca la forza. Era pertanto normale che la machi ne avesse uno, fatto che di per sé non dimostra nulla.

Fotografia di Manuel Zani

Durante il processo il testimone dell’accusa non si presentò mai a dichiarare. Al suo posto comparve un diretto superiore, il Colonnello Larrondo dei carabinieri, che stranamente non ricordava in alcun modo il nome del militare che avrebbe incontrato l’arma in casa della machi.

Il tribunale rigettò la testimonianza, mancando di qualsiasi fondamento, e coominò anzi una multa allo stato. Grazie a questa calunnia infatti la machi era stata arrestata e in quel frangente la polizia l’aveva umiliata svestendola dei suoi paramenti sacri.

Passa poco più di un anno e nell’ottobre del 2015 un comunero mapuche, José Peralino, contatta la machi e la avverte che la polizia lo sta minacciando per costringerlo a denunciare lei e altri persone come complici del delitto. Di lì a 5 mesi, nel marzo 2016, viene arrestata assieme ad altre dieci persone durante una operazione molto violenta.

Molti degli arrestati – tutti mapuche – non si conoscono tra loro, provengono da località diverse ed alcuni hanno addirittura tra loro vecchie ruggini di carattere personale. Un gruppo senz’altro poco omogeneo e coeso per essere l’autore di un crimine collettivo. Per tutti il PM stabilisce che le indagini si terranno con la solita aggravante di terrorismo.

La misura consente agli inquirenti di tenere riservate le prove che reputino conveniente non condividere con la difesa, intaccando la capacità di quest’ultima di svolgere la sua funzione e negando così il diritto ad un giusto processo.

Un secondo strumento che la legge antiterrorismo consente agli inquirenti è il ricorso a testimoni protetti, la cui identità non viene svelata o è mantenuta segreta per un certo tempo, pratica che ONU e Corte Penale Interamericana ha più volte stigmatizzato e sanzionato come misura persecutoria che lo stato cileno applica ai processi contro Mapuche. Terminato il periodo delle indagini il PM arriva finalmente a depositare l’elenco delle prove contro gli undici imputati.

Sorpresa: si tratta principalmente della testimonianza di José Peralino, che accusa se stesso e gli altri, inclusa la Machi, nella cui casa sarebbe stato deciso il delitto di cui lei sarebbe l’ispiratrice morale.

Una seconda e fondamentale prova è costituita dai tabulati telefonici che dimostrerebbero come quella notte gli imputati si trovassero tutti riuniti nella località dove risiede la machi Francisca, avallando apparentemente la dichiarazione di Peralino.

Il processo procede lentamente, almeno per i ritmi della giustizia cilena che stabilisce un tempo piuttosto breve per chiudere i procedimenti giudiziari. Le 11 persone rimangono intanto in carcere in maniera preventiva.

La salute della machi in prigione si deteriora rapidamente. I disturbi fisici di cui soffre abitualmente si aggravano con la reclusione. Diventa pelle ed ossa, arrivando a pesare 45 kg. Entra ed esce dall’ospedale e i suoi avvocati perorano la concessione di misure cautelari alternative. Il tribunale per 4 volte concede i domiciliari e per altrettante volte il PM si accanisce con ricorsi per riportarla in carcere, adducendo la pericolosità sociale di una donna di 60 anni ridotta ad uno scheletro.

Il PM che conduce l’accusa è Alberto Chiffelle, un pubblico ministero con tendenze di destra che incassa una sconfitta dietro l’altra in casi di processi politici contro esponenti di comunità mapuche. Nonostante la palese incapacità, i ricorrenti errori e le scorrettezze procedurali commesse continua a mantenere il suo incarico.

Alla domanda sul perché non venga licenziato risponde uno degli avvocati della vittima, Jaime Lopez, che lo conosce bene. Lopez, a margine di una intervista, rivela come l’incapacità del PM sia tollerata perché funzionale alla visione politica repressiva della destra latifondista molto forte in regione e con una robusta capacità di influenza sulle istituzioni.

Solo l’intervento di una forte campagna per il rispetto dei diritti umani e la pubblicazione sulla stampa di alcune rivelazioni chiave sull’andamento del processo riusciranno a strappare finalmente la machi al carcere dove stava letteralmente morendo.

Nel frattempo la sua immagine smagrita è diventata un simbolo dell’accanimento giudiziario e della discriminazione contro i Mapuche e il caso ha conquistato una presenza e una percezione diversa dal solito nell’opinione pubblica.

Mentre Francisca riesce così ad uscire di prigione il resto degli imputati, con la medesima situazione probatoria, resta tutt’ora in carcere ad oltre un anno dall’avvio del processo.

Lo scandalo scoppia definitivamente quando il testimone José Peralino compare per la prima volta dinnanzi al giudice e dichiara di essere stato torturato dalla polizia, ricevendo minacce di morte per sé e la famiglia se non avesse firmato la confessione che gli stessi poliziotti gli sottoponevano.

Afferma inoltre che poco prima di apparire davanti al pubblico ministero il sotto commissario Claudio Leiro lo avrebbe ulteriormente minacciato: “Oggi devi parlare,– racconta Peralino -, se non parli andiamo a prendere la machi Francisca Linconao e la trasciniamo via, abbiamo lì pronta una pattuglia, la chiamiamo la prendiamo e la trasciniamo via (letteralmente “a la rastra”, cioè legare e trascinare al suolo. Ndr). E alla tua ragazza, verifichiamo subito, chiamiamo [i colleghi] a Collipulli…”

L’eco suscitata da questa dichiarazione non scalfisce minimamente l’andamento del processo. In un paese normale avrebbe portato almeno alla revoca della carcerazione preventiva e forse all’archiviazione del procedimento stesso, venendo a meno l’unica vera prova in mano all’accusa.

Ma c’è di più. Si scopre che esiste anche un secondo testimone segreto, già in carcere dal 2013 per delitto di incendio (!), che accusa altre 13 persone, nessuna delle quali corrisponde ai nomi fatti da Peralino.

A breve cade inoltre anche l’ultima prova di un certo spessore. Un fantomatico guasto ad un computer degli inquirenti avrebbe cancellato i tabulati telefonici.
Tabulati che peraltro la compagnia di telecomunicazioni nega che possano servire a determinare la posizione degli imputati quella notte.

Si delinea un quadro desolante per la giustizia cilena, ma non sorprende se pensiamo che in Araucania un altro ex pubblico ministero ha recentemente denunciato le pressioni del procuratore generale verso i PM, affinché siano particolarmente duri e utilizzino tutte le forme di detenzione preventiva possibili in caso di processi contro mapuche provenienti da comunità in rivendicazione territoriale.

Le finalità politiche di questa strategia sono evidenti. Il potere giudiziario cileno è troppo permeabile alla cooptazione degli interessi di imprese e latifondisti.

È allora lecito pensare, come da più parti è stato denunciato, a una vendetta verso un’autorità ancestrale che già troppe volte in passato è stata una spina nel fianco per gli interessi dell’élite economica locale.

Nel 2008 la machi Francisca aveva vinto una battaglia legale per impedire a un potente latifondista della zona di abbattere il bosco del cerro Rahue, una collina prossima alla comunità, dove la machi si reca abitualmente a raccogliere flora nativa per i suoi rimedi medicinali.

Il tribunale condannò l’impresa della famiglia Taladriz, ratificando il carattere illegale dell’abbattimento e applicando per la prima volta in Cile quanto disposto dal trattato 169 dell’ILO, la convenzione che stabilisce diritti specifici per popoli e tribù indigene.

Emilio Taladriz oltre ad avere la presidenza del sindacato dei latifondisti in Araucania, l’organo più di destra a difesa degli interessi dei grandi proprietari terrieri, fa anche parte della Comisión Asesora Presidencial para la Araucanía, il tavolo proposto dalla presidentessa Bachelet (socialista!) per ragionare su un processo di pace in regione.

In quell’occasione la machi si conquistò molti nemici tra i membri del sindacato. Nemici di quelli che giurano di renderti prima o poi la pariglia.

Nel maggio/giugno 2017, all’udienza di preparazione del dibattimento il giudice ha sostanzialmente ammesso tutte le prove in possesso dell’accusa, inclusa la dichiarazione di Peralino, nonostante la denuncia di come sia stata estorta sotto tortura. Solo alcune dichiarazioni di altri testimoni sono state rigettate a causa della ridondanza.

Tanto è bastato perché gli avvocati della famiglia delle vittime si opponessero, ricorrendo appello per reintegrarle. Si tratta di prove che non spostano l’ago della bilancia, ma semplicemente replicano il contenuto di altre testimonianze.

La manovra è stata percepita dagli imputati come un ulteriore tentativo di dilazione nel processo farsa, alla quale hanno deciso di rispondere ricorrendo a una forma di protesta spesso utilizzata dai detenuti politici nelle carceri cilene: uno sciopero della fame che dura ormai da più di 70 giorni.

Alcuni detenuti versano ormai in condizioni allarmanti e viene spontaneo pensare allo sciopero della fame dei prigionieri politici palestinesi nelle carceri israeliane che nello stesso momento combattono ingiustizie ancora più grandi nella stessa indifferenza degli organismi internazionali.

La rovinosa caduta di tutte le prove in mano al PM acuisce l’assurdità e la violenza di mantenere in carcere queste persone ad oltre un anno dall’avvio del processo.

Mentre ai mapuche si applicano le forme più dure del diritto penale, personaggi della destra cilena a cui negli ultimi anni sono stati sequestrati arsenali di armi possedute illegalmente, o carabinieri che hanno ucciso alla spalle comuneros durante occupazioni di terre o sparato a bruciapelo a dei minorenni, come nel caso recente di Brandon Hernandez, rimangono a piede libero durante le indagini e a volte nemmeno vengono portati in tribunale.

In questi giorni si è aperta la fase del dibattimento. L’eco generata da questo accanimento giudiziario ha reso il processo un evento di primo piano nell’attualità cilena, spingendo lo stesso tribunale a filmare e rendere pubblica quest’ultima fase, forse per sottrarsi a critiche sempre più stringenti.



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