Cuba, c’è vita oltre Fidel

Il giornalista Ignacio Ramonet presenta la biografia a due voci di Fidel Castro

di Lorenzo Pirovano, tratto da FestivaLetteratura*

Il centenario della Rivoluzione d’Ottobre,all’ultima edizione del FestivaLetteratura di Mantova, è stata l’occasione per indagare il rapporto incendiario tra letteratura e rivoluzioni: Che fare? si propone come un percorso per rileggere alcuni dei libri che hanno scatenato rivolte e sommovimenti sociali, per discutere di guerre civili e analizzare la figura di Fidel Castro. Ne hanno parlato Alessandro Portelli , Marcello Flores e Gian Enrico Rusconi, David Armitage, Piotr M. A. Cywiński, Ignacio Ramonet e Francisco López Sacha. In questo intervento, Ignacio Ramonet

“Io non voglio morire senza aver detto alcune cose”.
“Ma lei ha tempo, signor Presidente”.
“No, non abbastanza”.

Iniziarono così, secondo il ricordo di Ignacio Ramonet, tre anni di conversazioni personali con Fidel Castro che l’ex direttore di Le Monde Diplomatique ha trasformato in 100 ore con Fidel, una delle pochissime biografie a due voci del Lider Máximo.

Ad aprire il suo incontro con il pubblico del Festival, in un auditorium del Seminario Vescovile gremito, un appassionato ricordo della rivoluzione cubana da parte del saggista Francisco López Sacha. “Fidel fu chiamato a un grande compito: cambiare la vita del popolo cubano lottando contro tre grandi nemici: la destra, l’imperialismo nordamericano e i pregiudizi della vecchia sinistra”.

Chi si aspettava un intervento di “nostalgici” orfani di Castro è rimasto però sorpreso dai racconti di Ramonet, che ha voluto descrivere le risposte del suo interlocutore alle critiche sulla Cuba delle discriminazioni degli omosessuali, della pena di morte e della disuguaglianza razziale.

Nel 1961 apriva infatti a Cuba la prima delle UMAP (Unità Militari per l’Aiuto alla Produzione) in cui venivano rinchiusi anche gli omosessuali.

“Fidel non si era mai espresso pubblicamente sul tema. Ammise l’errore e si dichiarò direttamente responsabile, precisando però che in quel periodo la questione dei diritti degli omosessuali era affrontata in maniera simile in tutto il mondo”, ricorda il giornalista spagnolo.

Un’altra pagina opaca della rivoluzione cubana fu quella rappresentata dalle esecuzioni e dalla pena di morte, sospesa secondo Ramonet anche grazie alle riflessioni nate dall’intervista. Più di tutte le altre questioni, però, a Cuba rimane attuale il problema della discriminazione razziale.

“Gli chiesi: perché vedo le università piene di bianchi e le carceri affollate di neri?”, racconta il giornalista spagnolo. La risposta di Fidel Castro fu una lucida autocritica all’intera strategia della rivoluzione: “Pensavamo di eliminare le disuguaglianze con le leggi, evitando qualsiasi strumento di discriminazione positiva. Ci sbagliavamo, fu un tema centrale che la rivoluzione non riuscì a risolvere”.

Un lettore pretende allora indicazioni chiare su cosa sarà di Cuba il prossimo 24 febbraio 2018, quando Raul Castro ha promesso lascerà la presidenza. “Semplice: avremo un nuovo presidente o una nuova presidentessa. L’unica cosa sicura è che non farà di cognome Castro”, scherza López Sacha.

Ignacio Ramonet ha il compito di chiudere l’incontro: «a Cuba sono già in atto grandi cambiamenti politici e sociali, ma resta inteso quello che Fidel definì come il suo rimpianto: la rivoluzione non è affatto terminata».

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