UN UOMO SUL MOLO

di Cecilia Strada

C’è un uomo, sul molo, in pantaloni scuri, panciotto e cravattino. Un uomo di tre anni, forse quattro, che ci corre incontro sorridendo, orgoglioso del suo completo elegante. Spiegazzato, un po’ salato, ma elegante. Il piccolo uomo è sbarcato con altre 372 persone ad Augusta, nella provincia di Siracusa. Il giorno dopo ne arriveranno 110, e poi altri ancora: quasi settantamila persone sono sbarcate in questa provincia negli ultimi due anni. Sotto le tende, sul cemento del porto, ci sono donne col pancione, uomini con lo sguardo fisso o con il sorriso largo, qualcuno chiede un prestito una penna e “te la riporto, promesso!”, molti chiedono “sei un medico? Il mio amico non si sente bene”, qualcuno ha un po’ di vestiti in un sacchetto di plastica, qualcun altro niente. Da due anni Emergency lavora per assistere le persone che sbarcano in questa provincia, curando chiunque ne abbia bisogno con un ambulatorio mobile presso il Centro di accoglienza Umberto I, e ora li guardiamo in faccia anche qui: al molo di Augusta. E’ la fine di un viaggio e l’inizio di un viaggio nuovo: quello per chiedere asilo, per raggiungere parenti e amici che già vivono in Europa, o il viaggio per costruirsi un futuro lontano da fame, guerra, persecuzioni.

Alla fine della giornata torniamo a casa e apriamo i giornali, accendiamo la televisione o i social network. E lì troviamo un altro mondo, molto distante dal bambino con il panciotto: troviamo chi li chiama clandestini, chi parla di “emergenza”, di “invasione”, di “allarme”.

Ci chiediamo come si possa sempre chiamare “emergenza” un fenomeno che è costante, strutturale, un fenomeno che – a ben guardare – esiste da che esiste il mondo, perché la storia dell’uomo è la storia delle sue migrazioni. Ci chiediamo come si possa parlare di “invasione” per i numeri delle persone che raggiungono l’Europa, quando sappiamo che la maggior parte dei rifugiati nel mondo – ben altri numeri – sta nei Paesi circostanti a quelli da cui scappano, non certo in Europa. Ci chiediamo come si possa lanciare l’allarme malaria o l’allarme scabbia, perché sappiamo bene che la malaria non è contagiosa e che il parassita della scabbia vive già qui, a ogni latitudine, e certo non ha bisogno di essere portato in Italia dal bambino con il panciotto. Ci chiediamo come si possa far credere ai cittadini italiani che se loro soffrono, se si impoveriscono, se fanno fatica ad immaginarsi un futuro, sia colpa di queste persone che attraversano il mare. Ci chiediamo se chi soffia sul fuoco della paura, della disinformazione e del razzismo abbia mai guardato in faccia chi sbarca. Non lo sappiamo: però sappiamo che noi sì, noi li guardiamo negli occhi. Sappiamo i loro nomi e ascoltiamo le loro storie.

Li guardiamo in faccia quando sono al di là del mare, li aiutiamo nei campi profughi e nei nostri ospedali per le vittime della guerra e della povertà. Li guardiamo in faccia quando sono al di qua del mare e si rivolgono ai nostri ambulatori. Li guardiamo quando scendono da una barca e mettono piede in Italia, un passo che può essere la fine di un incubo ma che non è mai l’inizio di un sogno. Li guardiamo, li ascoltiamo, li curiamo. E a volte diciamo, con la lingua dei gesti che supera ogni muro e ti fa capire dai bambini di tutto il mondo: “Hai ragione di esserne fiero. E’ proprio bello, il tuo panciotto”.

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