Bella Ciao a Carmagnola. Rimozioni, rovescismi, benaltrismi.

La censura della canzone simbolo della resistenza a Carmagnola come sintomo di un disagio più ampio nei confronti della memoria storica. Una riflessione

di Alfredo Sasso, da Sistema Torino

Dal palco del Festival di Sanremo del 2011 a quello della Sagra del Peperone di Carmagnola del 2017, Bella Ciao è un termometro del rapporto tra politica, cultura popolare e memoria storica nell’Italia contemporanea.

Sei anni fa gli organizzatori del Festival proposero di includere nel programma la canzone simbolo della liberazione partigiana e nota in tutto il mondo. A patto però che fosse eseguita anche Giovinezza, inno ufficiale del Partito Nazionale Fascista, simbolo della repressione violenta e dell’oppressione culturale di un regime che vietava di canticchiare per strada canzoni considerate ostili.

Questa maldestra invocazione di par condicio tra anti-fascismo e fascismo, che in quel modo avrebbero ottenuto uguale visibilità e, implicitamente, equiparata dignità storica nel 150esimo anniversario dell’unità d’Italia, fu causa di vivaci polemiche. I vertici della RAI decisero così di cancellare entrambe le esibizioni.

La TV di stato passò da una “ipocrita equidistanza” a un comodo e altrettanto ipocrita ripiego, ciò che lo storico Giacomo Lichtner ha efficacemente definito la “più politica delle apatie a-politiche”.

Sempre nel 2011 e proprio a Carmagnola, vi fu un caso di censura verso Bella Ciao: l’allora sindaco di centrodestra, Gianluigi Surra, la tolse di proposito nientemeno che dalla cerimonia cittadina per il 25 aprile, scatenando la reazione spontanea di un nutrito gruppo di persone che la cantò ugualmente.

Sei anni dopo, Bella Ciao a Carmagnola è di nuovo motivo di censura e abuso politico della storia.

Riepiloghiamo velocemente i fatti. La sera del 10 settembre il CoroMoro è invitato a cantare nella serata conclusiva della Sagra del Peperone, evento di punta nel panorama annuale della cittadina con un discreto seguito di pubblico in Piemonte. Il CoroMoro è composto da giovani residenti in Val di Lanzo, tre italiani e sette africani richiedenti asilo, uniti spontaneamente in un progetto di integrazione e musica popolare.

Il repertorio del coro è composto di canti principalmente in lingua piemontese, oltre che in italiano, in occitano e in testi della tradizione africana. Un repertorio che da sempre include Bella Ciao, non solo per l’attinenza con la tradizione popolare ma anche perché molti membri del gruppo, scappati da dittature e oppressioni, la sentono e riconoscono come propria.

Ma il comune di Carmagnola si mette di traverso. Il vicesindaco Vincenzo Inglese prima domanda al CoroMoro di visionare la scaletta dei pezzi in programma, e poi chiede esplicitamente di “non cantare Bella Ciao”, perché “non accettato da alcuni membri dell’amministrazione” di centrodestra (composta da Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e una lista civica).

La richiesta è fermamente respinta dal coro, che quindi rinuncia a tenere il concerto. A quel punto l’amministrazione comunale scongiura il gruppo di “non dare notizia dell’accaduto”, in cambio offre di confermare il pagamento della serata. Una proposta altrettanto respinta dal Coromoro, che decide anzi di diffondere l’accaduto alla stampa.

La notizia è prontamente rilanciata da tutte le principali testate e TV nazionali, con grande circolazione sui social network e attenzioni anche all’estero (la radio pubblica francese France Inter ne ha fatto un servizio), causando la rapida e indignata presa di posizione dell’ ANPI locale e di diverse realtà della società civile, che stanno organizzando delle contro-iniziative sul territorio per le prossime settimane.

Avviene un tipico “effetto Streisand”, fenomeno mediatico in cui un tentativo di censura ottiene il risultato contrario, cioè una diffusione molto più ampia di ciò che si vuole nascondere.

Si noti che il Comune di Carmagnola, a ormai più di dieci giorni di distanza dai fatti, non ha rilasciato alcuna dichiarazione ufficiale, né alcun commento (e dunque nessuna smentita) ai media, se si eccettuano i pretesti di circostanza e poco plausibili forniti all’edizione locale de La Stampa dalla sindaca Ivana Gaveglio (“Si sono accavallati gli eventi, […] il concerto è stato annullato a malincuore”, “Magari non era la canzone giusta per la fiera”, senza suggerire una valida alternativa. Forse pensava a questa? O questa?).

In seguito si verrà a scoprire un altro clamoroso episodio avvenuto qualche giorno prima nella stessa sagra. Dal Comune di Carmagnola era partito un “rimprovero” verso un altro gruppo di musica popolare locale, i Kachupa, “colpevoli” di avere suonato Bella Ciao nell’esibizione del 2 settembre e i cui membri raccontano a La Stampa: “Abbiamo ricevuto una telefonata dal sindaco che ci chiedeva se fosse stata una provocazione”.

1. Tra censure e rimozioni

Da questa vicenda emerge da subito un primo, immediato ed elementare spunto di riflessione: la scarsa trasparenza e la pochezza politica di un’amministrazione municipale che, pur di proteggere il quieto vivere di paese e la propria pigrizia mentale, rinuncia persino a spiegare ufficialmente e in pubblico i più profondi e sinceri motivi di avversione per una canzone (e ce ne sono, eccome: vedi i punti successivi).

Le osservazioni dell’amministrazione sull’ “inadattabilità” di Bella Ciao con la sagra locale (un argomento che insulta l’autonomia e l’intelligenza dei musicisti e degli spettatori) sono un atteggiamento perfettamente in linea con il clima sociale-culturale dominante. Un clima che esalta distacco, disimpegno e rimozione di qualunque infinitesimale traccia di complessità, di riferimenti alla storia, alla partecipazione e al pensiero collettivo.

Se questi si manifestano, parte la generica accusa di “politicizzare”, ormai una delle accuse più infamanti in Italia, spesso legata a quella di pesantezza intellettuale. In questo senso, gli eventi della piccola Carmagnola (piccola relativamente, trattandosi pur sempre di un comune di 30.000 abitanti) sono la spia del declino della politica sul territorio.

I comuni hanno sempre meno risorse e un ceto politico sempre più impreparato e conservatore, arroccato ai propri piccoli interessi, che mostra sudditanza verso il basso dei mormorii del paese e verso l’alto dei dirigenti di partito regionali e nazionali.

2. L’ossessione contro Bella Ciao, tra rovescismo e benaltrismo

Il secondo punto concerne, più specificamente, il rapporto tra politica e storia. La destra italiana ha un accanimento patologico contro Bella Ciao, sintomo dell’offensiva revisionista anti-partigiana che prosegue, con molta efficacia, da almeno venticinque anni.

Anzi, come lo storico Angelo D’Orsi scrisse già nel 2006, più che di revisionismo bisogna parlare di rovescismo, inteso come tendenza a “rovesciare pregiudizialmente le conoscenze acquisite, partendo dal presupposto che quello che abbiamo appreso finora siano ‘bugie’”, e puntando così a capovolgere l’interpretazione sugli eventi del 1943-’45 in Italia.

Il capo del rovescismo è naturalmente Giampaolo Pansa, autore di libri privi del minimo fondamento di ricerca archivistica, di metodo storiografico e di riferimenti bibliografici.

La destra ama riversare i cliché del repertorio rovescista contro Bella Ciao, vista come canzone “rossa”, “di parte”, “ideologica”, “di banditi”, eccetera. Curiosamente, l’immaginario trasmesso da Bella Ciao contraddice tutto ciò. Nel testo non vi sono evocazioni esplicite di simboli e ideali come negli altri grandi inni della resistenza, ma si evoca un più ampio concetto di libertà.

Come ha analizzato Stefano Pivato, è solo dagli anni Sessanta che Bella Ciao si afferma come espressione di “unità di intenti” sulla resistenza, proprio perché meno militante e più trasversale, capace di acquisire una dimensione autenticamente popolare, un consenso esteso nel tempo e nella società, in città e campagna, al nord e al sud.

È per questo che Bella Ciao irrita tanto la destra: perché rompe lo schema rovescista della liberazione come guerra tra due fazioni contrapposte e prive di appoggio popolare.

Va detto che l’insofferenza per la memoria storica della resistenza non proviene solo da destra. È un atteggiamento assecondato (e qualche volta rilanciato) da fette importanti di centrosinistra, in particolare nella sua fase neo-renziana, come dimostra la lunga e ben documentata inchiesta di Wu Ming sugli inquietanti rapporti tra Casapound e il Partito Democratico nel territorio italiano.

Il distacco dalla resistenza è parte fondante del Movimento 5 stelle, che tende ad approcciarsi alla storia (non solo rispetto alla II guerra mondiale) in termini di “ideologie superate” e, soprattutto, di benaltrismo: i problemi reali sono sempre ben altri; il passato confonde, impiccia, è complessità da cui rifuggire.

Nel 2011, quando a Carmagnola avvenne il primo caso di censura verso Bella Ciao, la sezione locale del M5S intervenne sul proprio blog ufficiale con un comunicato da manuale del benaltrismo, con il repertorio completo: la captatio benevolentiae iniziale (non-sono-fascista-ma), la sfilza dei problemi reali di Carmagnola (primo tra tutti la congiuntura della crisi internazionale, notoriamente in cima all’agenda di una giunta municipale) e naturalmente la fatidica frase sui “problemi reali”, preceduta dalla captatio malevolentiae contro Bella Ciao (alla-gente-non-gliene-frega-nulla-di). Non risultano reazioni negli ultimi giorni, né il trend nazionale del M5S fa pensare che abbiano una posizione molto diversa da allora.

Quando è forzato ad affrontare la storia, il M5S sfoggia la presunzione di neutralismo, di equidistanza, di rappresentare una comunità indistinta e indivisibile. Se nella visione del presente ci deve essere qualche pur ambigua stratificazione (la casta, i corrotti, ecc.), nel passato invece tutti diventano uguali, come alla commemorazione dell’8 settembre scorso a Torino, quando l’Assessore allo Sport di Torino Roberto Finardi ricordò i morti della Decima Mas tra lo sconcerto delle associazioni partigiane.

Come nel 2013 scriveva su Giap il giornalista Giuliano Santoro, Beppe Grillo ha presentato il M5S come una realtà agnostica rispetto alla resistenza, definendolo non-fascista, ma mai esplicitamente anti-fascista, perché quest’ultima definizione implicherebbe il riconoscimento di “una storia passata, un’eredità culturale, uno schieramento. Ma se ciò avvenisse, in qualche misura il passato smetterebbe di essere una pappa omogeneizzata da modellare a proprio uso e consumo […] per costruire una narrazione del tutto estranea a ogni dimensione concreta della storia”.

E infatti ecco che dalla pappa della storia, il M5S sta rimodellando l’immaginario neo-borbonico in sud Italia. Ecco che chi afferma di volersi tenere fuori dalla storia perché “pesante” e “lontana dai problemi reali”, prima o poi cerca di usarla a proprio piacimento e beneficio. Benaltrismo e rovescismo provengono dallo stesso clima sociale e culturale, che permette a menzogne ripetute di diventare opinioni diffuse e senso comune.

3. “È arrivato l’invasor”. Migrazioni, tradizione, resistenza

L’ultimo spunto di analisi è quello “migrante”, offerto dal principale protagonista della vicenda, il CoroMoro, un gruppo musicale che mette clamorosamente in discussione le categorie di identità e tradizione così come vengono interpretate e imposte da alcuni attori politici.

Un gruppo di ragazzi africani rifugiati che reinterpreta di propria iniziativa canzoni della tradizione popolare in lingua piemontese, occitana e italiana mette in difficoltà la retorica di destra. Il discorso del “Devono imparare la nostra cultura”, messo davanti a un esempio concreto di integrazione spontanea getta subito la maschera e si trasforma in “Non sono degni di imparare la nostra cultura”.

Certo, è vero che nella vicenda della Sagra del Peperone non vi è alcun elemento che suggerisca qualche nesso tra la sopravvenuta censura da parte del comune e l’origine straniera di molti dei membri del gruppo. Resta comunque degno di nota che sin dai primi commenti sui gruppi Facebook locali, diversi sostenitori del centrodestra esprimevano disagio per la situazione ( “Perché gente di colore viene a cantare le nostre canzoni?”, “È come se scimmiottassimo le loro danze”, “Povera patria”, e cose di questo genere).

Quando però il caso raggiunge la ribalta nazionale, ecco che la combinazione tra revisionismo anti-partigiano, razzismo e complottismo (“Li hanno indottrinati apposta!”) si esprime in tutta la sua completezza. A lanciare l’amo per primo è, manco a dirlo, Matteo Salvini che il 13 settembre ha rilancia sul proprio profilo Facebook il video dell’esibizione del CoroMoro al programma Agorà di Rai 3, con il commento “Da Bello Figo a Bella Ciao, nuovi kompagni crescono!”, scatenando il canonico repertorio di reazioni rovesciste e razziste.

L’amo è rilanciato dalla sezione di Fratelli d’Italia di Nichelino, che il 17 settembre prova, senza successo, a contestare il concerto del CoroMoro a Torino, con uno striscione che riporta la frase della canzone “Ho trovato l’invasor” e rivolta esplicitamente contro i migranti.

È però interessante che una buona dose di commenti sui post di Salvini e di Agorà, pur di giustificare il proprio disprezzo per i migranti e suscitare il senso dell’invasione, riabilita persino la resistenza in senso nazionalista, contraddicendo così il discorso tipico della Lega sulla memoria: “I partigiani si rivoltano nella tomba”, “loro ci difendevano dai nemici”, “Così si offende la gente che ha dato propria vita”.

Un discorso che, pur con qualche paletto in più, è rilanciato da Elena Donazzan, assessora veneta all’istruzione in quota Forza Italia e neofascista conclamata. Ospite della stessa puntata di Agorà, subito dopo l’esibizione dei CoroMoro, Donazzan afferma che “I partigiani combatterono, in modi che non approvo ma combatterono, nel proprio paese contro qualcosa che ritenevano ingiusto. I richiedenti asilo invece lasciano il proprio paese” (È sempre curioso che questo disprezzo per l’emigrazione provenga dai discepoli di una persona che scappò all’estero per evitare il servizio militare).

Se da una parte questa diffusa reazione testimonia l’enorme confusione di riferimenti tra i sostenitori della nuova-vecchia destra, dall’altra getta l’ennesima luce inquietante sulla pervasività del discorso razzista che prova ad appropriarsi di qualunque cosa, persino della resistenza partigiana, pur di mettergli sopra una patina di nazionalismo e di superiorità etnico-morale che giustifichi l’odio per i deboli e i poveri.

“Cose dei tempi nostri: pazienza!”

In conclusione, la vicenda di Bella Ciao a Carmagnola mostra le diverse miserie politiche, gli enormi danni lasciati dal “rovescismo”, e fa appena intuire le enorme difficoltà che tutti gli attori coinvolti (associazioni, insegnanti, ricercatori, artisti) devono affrontare sul territorio per ridare dignità e interesse alla storia.

Occorrono nuovi modi per avvicinare le persone alla storia, come suggeriva Angelo D’Orsi in una riflessione diretta principalmente agli studenti e alla scuola, e che tuttavia andrebbe estesa e rilanciata ai mezzi d’informazione, alle istituzioni culturali e alle associazioni locali, soprattutto quelle che agiscono in provincia, lontano dai grandi centri urbani a cui, purtroppo, si limitano spesso i progetti più innovativi.

“Senza inventare nulla di clamoroso, [facciamo] loro scoprire i fatti, rendendoli magari protagonisti. Facciamo conoscere loro le biografie dei personaggi – eroi e canaglie, resistenti e zona grigia – del nostro recente passato. Una storia appresa e narrata da loro, a partire dai documenti. Una storia creativa, nelle forme, ma fedele alla verità, nella sostanza”.

E senza timore di rivelare punti critici, debolezze, difetti: come mi è stato detto una volta, racconti troppo enfatici ed eroici non solo stridono con la verità, ma rischiano di disumanizzare la figura dei partigiani, allontanandoli dalla percezione comune.

Per tutti questi motivi, pare giusto chiudere questo articolo con un ricordo (tratto da questo volume) di colui che dà nome alla principale via del centro storico di Carmagnola, Ferruccio Valobra.

Il 22 settembre, giorno successivo alla stesura di questo articolo, ne ricorrerà l’anniversario della morte, avvenuta a 46 anni nel 1944. Valobra, torinese ed ebreo, è perseguitato dalle leggi razziali che gli fanno perdere il lavoro di perito industriale, nonché i gradi di ufficiali dell’esercito in cui aveva combattuto come alpino nella I guerra mondiale.

Durante la guerra si rifugia da amici nei dintorni di Carmagnola, poi inizia a operare nelle brigate autonome e garibaldine, venendo nominato comandante nel maggio 1944. Secondo le testimonianze, Valobra è un uomo coraggioso e al limite dell’imprudenza. Un suo compagno di vent’anni più giovane lo ammonisce che si sta esponendo troppo, “che un giorno o l’altro l’avrebbero preso, anche perché alla sera andava a dormire in una cascina e di giorno ritornava a casa”.

E infatti le Brigate nere repubblichine lo catturano a casa, davanti alla moglie, il 9 settembre. Viene torturato per 13 giorni ma non rivela i nomi dei suoi compagni e, dopo un processo sommario, è fucilato il 22 settembre. Il suo temperamento emerge anche dall’ultima lettera, scritta il giorno stesso della morte, che inizia così: “Mie adorate Silvia e Mirella; sono stato condannato alla fucilazione senza avere potuto difendermi: cose dei tempi nostri; pazienza!”.

La forza d’animo di Valobra ha ancora molto da raccontare sui tempi suoi, oltre ad aprirci gli occhi sulla miseria politica e umana dei tempi nostri.



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