Dietro le parole di Puigdemont

di Andrea Geniola

Alcune riflessioni a freddo sulla dichiarazione di Puigdemont.

Ieri il President è andato in parlamento a dire che aveva la legittimità per dichiarare la nascita della Republica de Catalunya ma che ne sospendeva la dichiarazione formale per dare un’opportunità al dialogo, l’ennesima ma anche l’ultima.

Dal punto di vista formale diciamo che nel Parlament ieri non è accaduto nulla e ne sono rimasti delusi sia i sostenitori sia i detrattori della secessione. Aveva ragione Miquel Iceta (PSC-PSOE, 12,72%, 16 seggi su 135) quando ieri affermava che non si poteva sospendere una dichiarazione che non si era fatta, la famigerata Dichiarazione Unilaterale d’Indipendenza (DUI). E da vecchio mestierante della politica ha però capito che qualcosa stava accadendo. L’hanno capito anche quelli di Catalunya Sí Que Es Pot (8,49%, 11 seggi su 135).

La coalizione parlamentare tra Catalunya en Comú (i “comuns” di Domènech e Colau) e Podem (la Podemos catalana) ha preso atto con apertura ed entusiasmo di questa sorta di time out. E come c’era da aspettarselo Junts pel Sí (39,59% e 62 seggi su 135), coalizione elettorale indipendentista tra ex CDC, ERC, ex UDC, ex PSC-PSOE, ex ICV, i socialisti di MES e indipendenti del mondo della cultura e dei sindacati, ha appoggiato in pieno l’operato e la proposta del President. La CUP (8,21%, 10 seggi su 135) ha mostrato la sua delusione per la mancata dichiarazione d’indipendenza, con i soliti toni pacati e contenuti chiari che hanno contraddistinto tutte le apparizioni di Anna Gabriel.

Il capogruppo del PP (8,49%, 11 seggi su 135), celebre per le azioni contro immigrati e gitani nella sua epoca da sindaco di Badalona, è salito sul pulpito a dire al mondo che “España es la más antigua nación de Europa” e che la DUI era un atto di aggressione contro la democrazia della più antica nazione d’Europa. Ines Arrimadas (Ciudadanos, 17,90% e 25 seggi su 135) è venuta a leggere il discorso che i suoi consiglieri e tutori gli avevano scritto in precedenza, aggiungendovi il suo tocco personale: “Lei non ci romperà il cuore. Un cuore che è catalano, spagnolo ed europeo”.

Quello della Arrimadas è stato allo stesso tempo l’intervento più duro e belligerante e più fuori luogo della sessione.

Si è avuta la sensazione che abbia letto il discorso preparato per rispondere a una dichiarazione solenne d’indipendenza, senza però avere la capacità di leggere (in negativo o in positivo) quello che stava (e non stava) accadendo. Fin qui i fatti, conditi dal disorientamento di Policía Nacional e Guardia Civil che erano andati alle porte del Parlament a (e cito testualmente i passaggi filtrati sui social dal forum interno di queste) “a repartir leña al mono” (a dare legnate alla scimmia).

 

Cosa c’è dietro tutto questo allora? Due cose. La prima. Un insieme di sensatezza tipica della politica catalana (e così rara a Madrid in questo momento), che cerca il dialogo dal 2006. Questa via tende ad ascoltare tutti gli appelli alla moderazione, alla calma e al senso di responsabilità venuti in questa ultima settimana da mezzo mondo. Tra questi le timide aperture (preoccupatissime) degli organismi europei, ieri pomeriggio riuniti presso il Consiglio d’Europa a discutere un monografico sulla situazione in Catalogna. E anche, pare, una telefonata all’ultimo momento (o quasi) di qualche persona che conta davvero che ha promesso un dialogo con garanzie ed effettivo.

Adesso tocca a Madrid mostrare una voglia di dialogare che l’esecutivo di Rajoy non ha mai avuto, figuriamoci se andare verso una soluzione alla scozzese, magari applicando quell’articolo della stessa Costituzione che permetterebbe in totale legalità e garanzie convocare un referendum in Catalogna. Ma se tanto da tanto, ovvero se la posizione di Madrid è la stessa dei suoi “delegati” territoriali Albiol e Arrimadas, non c’è da farsi illusioni. E la comunità internazionale toccherà con mano cos’è lo Stato spagnolo. E sottolineo lo Stato e non la Spagna, che in quanto tale, la sua gente voglio dire, non ha colpe in tutta questa vicenda.

La seconda. La materializzazione evidente della paura della “buona gente d’ordine” dinnanzi alla possibilità della dichiarazione dello stato di emergenza e di una rottura con esiti potenzialmente rivoluzionari. Quell’agente acceleratore del processo di secessione che ha rappresentato la CUP durante l’ultima legislatura è diventato un peso insostenibile per l’esecutivo catalano. L’ultima fase politica, dalla Legge del Referendum a quella di Transitorietà Giuridica, ha aperto un cammino verso la disobbedienza di massa dell’1 ottobre e lo sciopero generale del 3, con la discesa in campo di forze sociali nuove.

E non è un caso che i quartieri alti di Barcellona si siano mobilitati per la manifestazione unionista dell’8 ottobre, rimpolpati da truppe cammellate provenienti da tutta la Spagna e da un Vargas Llosa che, peruviano, è venuto a difendere quella Spagna sulla quale ogni anno poi in un certo senso sputa celebrando (sue dichiarazioni) l’indipendenza del Perù.

A mio parere Puigdemont ha cambiato linea non già per fare un passo indietro bensì per cambiare soci in questa vicenda. Insomma, per sostituire la CUP con altri meno esigenti e meno “pericolosi”. Da questo punto di vista anche il linguaggio dei gesti nel dopo seduta è stato significativo. Puigdemont è andato verso i seggi di CSQP a stringere la mano ad Albano Dante Fachin (Podem), Lluis Rabell (che aveva pronunciato il discorso del gruppo) e lo stesso Coscubiela, che in queste settimane era stato più volte applaudito da PP, PSC-PSOE e Ciudadanos.

Soprattutto lo scambio di battute tra Puigdemont e Coscubiela è stato significativo; il secondo gli dice un “hai fatto bene” o “benfatto” di grande complicità. Insomma, nelle prossime settimane vedremo, con tutta probabilità, un cambio di appoggio parlamentare al Govern (CSQP al posto della CUP) e l’implementazione della via augurata da Podemos, a quanto pare con qualche garanzia da parte di non meglio precisati organismi internazionali o personalità di peso.

La società civile in Catalogna e le forze sociali forse sono potute arrivare fin qui.

Portare la comunità internazionale (de facto) a occuparsi di Catalogna, nel momento in cui i costi di un’instabilità crescente rischiavano di diventare difficilmente sostenibili o rischiosi per l’Unione Europea. E per evitare che la Catalogna diventi un paese attraversato da una situazione potenzialmente rivoluzionaria i poteri forti hanno capito che dovevano intervenire.
Insomma, come segnalavamo ieri, siamo in un limbo e adesso bisogna sapere in che tipo di limbo. Basta solo scoprire se ne usciremo più liberi di prima o meno. Perché un ritorno ai blocchi di partenza (la Costituzione del 1978 e lo Statuto del 1979) non mi pare fattibile.

Da più parti si è parlato di “via slovena”, con riferimento alla scelta della sospensione del processo di secessione scelto da Lubiana nel 1991. Se sarà davvero così o meno questo adesso dipende dal Governo di Madrid. In Slovenia durante i dieci giorni che seguirono quella sospensione, e che portarono poi alla secessione effettiva, l’intervento dell’Esercito Jugoslavo provocò 40 morti. Speriamo che invece di essere una “via slovena” sia una “via catalana”, senza morti. Magari con un nuovo referendum, con tutte le garanzie, vidimato dall’UE.

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