Un canto clandestino saliva dall’abisso

Dal 21 al 29 Ottobre l’Associazione italiana editori promuove per il terzo anno la campagna #ioleggoperchè e QUI potrete conoscerne il progetto o collegarvi alla pagina facebook.

La Redazione di Q Code Magazine sosterrà #ioleggoperchè per tutta la sua durata raccontando ogni giorno perché leggiamo attraverso un libro che (secondo noi) tutti dovrebbero leggere perché…
Buona lettura!

Di Gabriella Ballarini

Perché leggiamo e come scegliamo i libri che facciamo transitare nei nostri cuori e poi vivere sulle mensole delle nostre librerie? Italo Calvino diceva che leggere è andare incontro a qualcosa che sta per essere e ancora nessuno sa cosa sarà.
E così è successo con questo libro che ho scelto per raccontarvi il mio personalissimo #ioleggoperchè, il titolo è “Un canto clandestino saliva dall’abisso” e l’autore è Mimmo Sammartino.

Ho scoperto questo testo di Sellerio durante un incontro con il mio gruppo teatrale (Teatro degli incontri), ci siamo messi in cerchio e lo abbiamo letto, in una sera, dalla prima all’ultima pagina.
Si tratta di un racconto in prosa e poesia di un fatto di cronaca realmente accaduto: “25 dicembre 1996: nel Canale di Sicilia 283 migranti muoiono mentre vengono trasferiti da una vecchia imbarcazione su un peschereccio maltese che avrebbe dovuto portarli a terra. Il più disastroso naufragio nel mare Mediterraneo dai tempi della seconda guerra mondiale.” (dal sito della Sellerio)

Un capitolo dopo l’altro, ecco di fronte ai nostri occhi un disastro assurdo avvenuto ben 21 anni fa, che racconta fatti accaduti ieri e sicuramente prevedendo anche domani.
Le parole si rincorrevano, storie strazianti di corpi stanchi e cuori stremati, di anime di pescatori assordate dal fracasso dei morti in mare.

L’io narrante è molteplice, ad ogni capitolo qualcuno prende la parola e la frantuma, esseri umani che non riescono a riconoscere i loro sogni nell’acqua, con il freddo che sembra possederci all’improvviso e quelle parole, quelle urla, quel ripetere che non si può morire così lentamente, con il tempo di poter pensare a tutto.

E poi le domande.
Quale colpa sta dentro alle nostre disperazioni?
A chi appartiene la terra che vogliamo calpestare in pace?
A chi appartiene il mare?
Chi è il padrone dei nostri sogni e della nostra fatica?

E poi la voce di una madre, che apparecchia ogni sera la tavola per la cena del figlio partito da casa e non tornato mai più.
“Madre, ho portato tutto con me”
“I figli non ci appartengono, come non ci appartiene la terra”
E la morte arriva, lentamente: adesso mi arrendo, non si può lottare all’infinito.

Ecco, io leggo perché le storie hanno bisogno di essere raccontate, bisogna mettersi lì e raccogliere tutte le parole, anche quelle che ti prendono a schiaffi e poi le parole vanno lette, anche ad alta voce.

“Le mie reti si impigliarono in qualche maledizione. Intrecciarono i loro nodi alle mani degli annegati”.
Tutti dovrebbero mettersi in cerchio, una sera e leggere una ad una le parole di questo libro, immaginare quel punto di partenza di un viaggio infinito e quel punto di arrivo, un paesino della Sicilia dove la sera, in riva al mare si dava la buonanotte agli antenati, per ottenere dai morti il privilegio dei sogni felici e il passaporto della buona fortuna. Per non restare ostaggio di spaventi.
Anche i sopravvissuti a quel naufragio, forse, sono morti: “quei rantoli si sono conficcati nella carne e ogni giorno e ogni notte ritornano.”

Ogni volta che un essere umano muore e nessuno dà un nome a quella vita, moriamo tutti, irrimediabilmente.



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