La vita davanti a sé

Dal 21 al 29 Ottobre l’Associazione italiana editori promuove per il terzo anno la campagna #ioleggoperché e QUI potrete conoscerne il progetto o collegarvi alla pagina facebook.

La Redazione di Q Code Magazine sosterrà #ioleggoperché per tutta la sua durata raccontando ogni giorno perché leggiamo attraverso un libro che (secondo noi) tutti dovrebbero leggere perché…
Buona lettura!

di Antonio Marafioti
@Amarafioti

C’è una sacralità insita nella parola che è quella data dalla sua funzione di raccontare lo spazio, il tempo, l’uomo, attraverso una forma convenzionale universalmente accessibile. La parola è l’unico strumento al servizio dell’espressione umana capace di superare, meglio di immagini e suoni, i limiti delle privazioni di natura sensoriale. Un cieco non può ammirare La Gioconda. Un sordo non può ascoltare Imagine. Entrambi possono leggere Il Gattopardo. La parola è garantita: in segni o punti Braille, in lettere o ideogrammi, in Islanda come in Giappone.

La parola è, più semplicemente, necessaria. #ioleggoperché sono umanamente mosso da questa necessità. Dalla presenza fisica della parola.

Ci sono autori, poi, che da una bacca di necessità riescono a far scorrere fiumi di virtù, creando, con le parole e le loro combinazioni metriche e sonore, veri e propri capolavori della Letteratura mondiale. Opere capaci di imprimersi nella coscienza del lettore come rappresentazioni immortali di una sensibilità artistica straordinaria. Come quella di Romain Gary, eccelso narratore lituano naturalizzato francese, che pochi anni prima di uccidersi nella sua abitazione di Rue de Bac a Parigi, ha consegnato al mondo un’opera di rara bellezza: “La vita davanti a sé”. Una romanzo celebrato tanto dal pubblico quanto dalla critica, e diventato, in poco più di quarant’anni, un classico contemporaneo.

Gary lo scrisse sotto lo pseudonimo di Émile Ajar, scelta che gli valse, nel 1975, il secondo premio Goncourt della sua vita. Il riconoscimento, assegnato ogni anno alla migliore opera letteraria scritta in lingua francese, gli sarebbe stato vietato se solo il romanzo, pubblicato da Mercure de France, avesse riportato in copertina il nome vero del suo autore. Gary, infatti, aveva già vinto il prestigioso premio nel 1956 con “Le radici del cielo” e il regolamento del Goncourt vieta l’assegnazione a un’opera pubblicata da un autore già vincitore.

La verità sulla reale paternità del romanzo si conoscerà solo anni dopo, quando la fama dell’opera sarà fin troppo grande per sottrarla a una così nobile eccezione al regolamento. Gary racconta una storia di amore filiale fra le più belle mai scritte. È uno spaccato di vita vissuta, o meglio sopravvissuta, in un vecchio appartamento nella periferia parigina di Belleville.

È la storia della precarietà economica e psicologica del piccolo Momò, un quattordicenne accudito fin dalla nascita da Madame Rosa, una prostituta scampata all’incubo di Auschwitz e giunta oramai sulla via del tramonto. È un viaggio più emotivo che fisico al quale Gary invita il lettore ponendolo davanti a quel caleidoscopio di emozioni che giace sulla linea di confine tra la giovinezza e l’età adulta.

È lo stato d’animo di Momò che, comunque lo si voglia vedere, bambino felice non lo è mai stato e che, nello scorrere della storia, si scontra, imparando a riconoscerle, con le responsabilità del crescere. La vita, davanti a sé, impone scelte. La più facile è quella di diventare un prosseneta. La più difficile è quella di fare i conti con una rabbia estraniante, ma necessaria a sedare il dolore di un inevitabile addio. Se è vero che leggere è come compiere un viaggio, quello de “La vita davanti a sé” è un viaggio in cui paesaggi, strade e palazzi non scorrono in primo piano.

La corsa tracciata dal genio di Gary si compie su binari più intimi, alla luce di uno dei rapporti tra i più forti e comuni al genere umano: quello tra un figlio e una madre. Tra un bambino che improvvisamente diventa adulto e un’adulta che il tempo rende eternamente bambina.

La vita davanti a sé
Neri Pozza
214 pagine, €11



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