Le giovani parole

Dal 21 al 29 Ottobre l’Associazione italiana editori promuove per il terzo anno la campagna #ioleggoperchè e QUI potrete conoscerne il progetto o collegarvi alla pagina facebook.

La Redazione di Q Code Magazine sosterrà #ioleggoperchè per tutta la sua durata raccontando ogni giorno perché leggiamo attraverso un libro che (secondo noi) tutti dovrebbero leggere perché…
Buona lettura!

La storia di come, ora, leggo anche le poesie

di Elena Maranghi

Leggo assiduamente dall’età di circa sette-otto anni.
Possiedo molti, moltissimi libri. Siano benedette le biblioteche, sì, ma io purtroppo i libri, li devo possedere, toccare, annusare. E li devo mettere in ordine, nel mio ordine. Costruire la mia geografia personale, per non perdere l’orientamento. I libri, per me, sono sempre stati come una mappa per vita.
Più che leggere, divoro.

E come mangio veloce e mangio di tutto, leggo veloce e leggo di tutto, senza fare troppo la snob.
Tutto, tranne una cosa: i libri di poesie.

Come sia accaduto, bene, non lo so. Posso solo supporlo. A scuola, necessariamente, ho letto poesie. Prima ho imparato a recitarle a memoria. Poi, poco più tardi, i miei insegnanti mi hanno insegnato a vivisezionarle, le poesie. E c’erano quelle che resistevano e quelle che cedevano. Che si spegnevano.
E poi, erano poesie scelte sempre da qualcun altro. Spesso, per la verità, era solo una poesia, scelta in rappresentanza dell’opera di un autore o, peggio, della sua stessa esistenza. Un po’ pretenzioso no?
Non era una cosa che potessi dire “mia”.

E dunque, piano piano, il poeta è arrivato a sembrarmi una creatura estremamente egoista e solitaria, intenta a ragionare sulla propria salvezza. Troppo introspettiva.

Per me leggere romanzi invece sapeva di una salvezza diversa, di un grande altruismo. Ho sempre creduto che i libri potessero salvare la vita. Recuperarti per i capelli. Salvarti dalla noia, dalla tristezza, dalla solitudine.

Ho sempre creduto nella potenza e nella generosità da parte di questo sconosciuto lontano, lo scrittore, capace di gettarmi un’ancora di salvezza, e riportarmi in salvo.

Darmi una chiave di lettura di un pezzetto di mondo, farmi sentire meno sola, nella mia gioia o nel mio dolore.

Le poesie, invece, mi sembravano troppo “private”. Scritte per se stessi e basta.

Poi, un giorno, ho incontrato Mariangela Gualtieri. Credo sia stato circa quattro o cinque anni fa.
L’ho incontrata grazie ad un amico. E una sera a Milano, con lui, sono andata a sentirla.
Il reading era a Macao. Faceva freddo e la sala era piena di persone, che parlavano nella penombra.
Poi ad un certo punto è arrivata questa donna. Piccola, solida ed essenziale. Aveva una voce sottile e dolcissima, quando ha iniziato a parlare.

E poi ha iniziato a leggere, a voce alta, al microfono. Tutti, improvvisamente, hanno fatto silenzio. E lo spazio intorno a noi si è trasformato, è diventato denso. Ora lei aveva una voce antica e calda. E forte. Ti sembrava di poterti abbandonare senza cadere. Mariangela non recitava le sue poesie. Le leggeva. Eppure c’era un’intensità in quella lettura che le faceva vive, quelle parole.

Da qualche parte di noi conserviamo ricordi più antichi, io credo.
E quel momento mi risuonava come un rito antico. E quelle parole erano come un fuoco attorno al quale riunirci, tutti.
Improvvisamente la poesia mi parlava.
Era una mano, che qualcuno tendeva verso le mie emozioni. Erano una mano che andava a prendere, là dentro, da profondo, le mie lacrime, per scioglierle. Piangevo, ma era come una cura.

Ci sono tre cose che considero commoventi e irrinunciabili nella poesia di Mariangela.
La prima è il rapporto con “i maestri”, con gli altri poeti. Il modo in cui Mariangela prende in prestito, ricuce, rende vive le parole scritte prima da qualcun altro. E’ un atto di amore e di cura senza pari.

La seconda è la lettura a voce alta, il rito che serve per condividere e rendere il poeta un fratello, non una creatura lontana che parla una lingua diversa. Ho scoperto che la poesia è fatta per essere letta e condivisa, come un fatto sociale. Un fatto sociale che rende meno “indicibili” le nostre emozioni, che le incorpora nella vita quotidiana.

La terza è la cura per le parole. Le parole ripulite, spogliate dal troppo, dal superfluo. Le parole essenziali, le parole semplici, le parole quotidiane. Perché la poesia dovrebbe usare parole diverse, se è espressione di qualcosa che sta molto nel profondo, ma che è parte di noi?

E poi no, ce n’è una quarta in realtà, di cosa, che forse mette insieme tutte le precedenti.

La poesia di Mariangela è viva. Parla di qualcosa che è ora, adesso, pur essendo antico e senza tempo. Fornisce parole per la sopravvivenza, per la resistenza. Parole per abitare il mondo. Una mappa anche questa, sì.

Adesso, nella mia libreria e spesso nella mia borsa, c’è tutta una nuova sezione, di libri di poesie. Letti, riletti, consumati, consultati come un piccolo ricettario per l’anima.
Grazie a quel piccolo grande rito, per per tutti i poeti fratelli che così ho scoperto.
Grazie, per tutte le parole che così ho trovato.
Per questa lingua così essenziale, che a volte ci aiuta ad essere più vicini a noi stessi, senza perdere gli altri.

Per questo, il mio libro “irrinunciabile” è Le giovani parole, di Mariangela Gualtieri.



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