Tra identità e migrazione

Intervista a Tash Aw, autore cino-malese che da venti anni vive in Gran Bretagna, parte dalla propria storia personale per una riflessione su identità e migrazione

di Gabriella Grasso

Quando le tue radici affondano in più Paesi, perché sei nato e cresciuto in un luogo nel quale i tuoi genitori erano immigrati e poi tu, a tua volta, di sei spostato altrove; quando i tuoi tratti somatici parlano per te e tu, per istinto di sopravvivenza, hai affinato delle strategie per mimetizzarti il più possibile, arriva un momento in cui ti interroghi sulla tua identità.

È successo allo scrittore Tash Aw: nato in Malesia da genitori di origine cinese, vive da 20 anni in Gran Bretagna e in questo breve libro dal titolo Stranieri su un molo (add edizioni, euro12) riavvolge il nastro della sua storia familiare per arrivare poi a una riflessione a tutto campo sugli odierni fenomeni migratori e sui cambiamenti in corso in Cina e nel Sudest asiatico.

Gli stranieri del titolo sono i nonni dell’autore che, negli anni Venti del Novecento, lasciarono una Cina poverissima per cercare una vita migliore in Malesia.

Lui li immagina all’arrivo, immobili sul molo di Singapore con in mano un pezzetto di carta con scritto sopra un indirizzo e un nome: uniche ancore di salvezza in un mondo ignoto.

Tash Aw ha presentato il suo libro al Festivaletteratura di Mantova e al Festival di Internazionale, a Ferrara, dove lo abbiamo incontrato.

Nel libro racconta di quando lei, durante una conversazione con suo padre, ipotizzò che i cinesi migrati in Malesia non parlino volentieri del proprio passato perché è doloroso. Lui le rispose – spiazzandola con una sincerità inusuale – che in realtà si tratta di vergogna. Anche il fatto di aver giustamente rinominato le strade delle città del Sudest asiatico per cancellare le tracce dei colonizzatori ha, secondo lei, a che fare con la vergogna: «di esser stati colonizzati, di aver obbedito a qualcuno di più forte e più ricco». Mi domando quindi se non sia questa la chiave per leggere l’insofferenza nei confronti degli stranieri da parte di popoli, come quello italiano, che in passato sono stati migranti: non ci si vuole specchiare nei nuovi arrivati perché non si vuole ricordare un passato di cui si ha vergogna.

È proprio così. L’atto di migrare è strettamente connesso con la vergogna. E con la reinvenzione. Il primo istinto di ogni migrante è di prendere le distanze dal passato. A Londra, molti di coloro che hanno votato per la Brexit contro l’arrivo di nuove persone dall’Europa dell’Est sono stati gli inglesi di discendenza indiana e pakistana. Per definire la propria identità britannica e dichiarare lealtà al Paese che li ha accolti, hanno sentito il bisogno scongiurare l’arrivo di altri, la cui presenza avrebbero potuto ricordare a tutti che anche loro, dopo tutto, sono stranieri. È un triste meccanismo di difesa, basato appunto sulla vergogna.

Lei scrive: «Una delle cose che mi infastidisce di più è sentire persone solitamente di classe media che parlano da una posizione di comfort sociale e materiale – usare la frase “Credo che siamo un’unica razza: la razza umana”». Perché, aggiunge: «Non siamo tutti uguali». Lo straniero è dunque destinato a restare “altro da noi”?

C’è una grande differenza tra considerare una persona “diversa” oppure “l’altro”. Quest’ultimo è necessariamente opposto a noi e dunque costituisce una minaccia. Una persona diversa possiamo comprenderla, incontrarla su un terreno comune, diventarne amici. Ma oggi la differenza crea disagio. Negli Usa c’è un’insistenza esagerata sul concetto di uguaglianza. Le racconto cosa mi è successo a NY, dove ho insegnato per un semestre. Ho partecipato spesso a feste frequentate da gente di sinistra, dove nessuno mi ha mai posto domande sulla mia provenienza. Credo che fossero terrorizzati all’idea di sentirsi rispondere: “Sono del Wisconsin”. Per non farmi sentire “l’altro” non mi hanno mai chiesto nulla. Ho lasciato NY senza che nessuno di loro mi conoscesse davvero».


Non pensa che, semplicemente, non volessero offenderla?

È la stessa cosa. Il motivo per cui sono esterrefatto di come vanno le cose oggi è che non facendo domande si continua a rinforzare l’idea di alterità, piuttosto che di diversità. In Europa mi chiedono spesso: “È possibile comprendere la Cina?” e “Perché i cinesi rappresentano ancora un mistero per gli italiani?”. Solo il fatto che le domande siano poste in questi termini mi fa pensare che comprendersi sarà impossibile, perché i cinesi sono già stati catalogati come “gli altri”. Quanti italiani frequentano cinesi, li interrogano sulle loro origini, vanno a cena a casa loro? Finché questo non avverrà, non si potrà arrivare a nessun livello di comprensione».

La questione non è semplice. Davanti a un ragazzo di seconda generazione, per esempio, io posso anche avere la curiosità di conoscerne la storia. Ma posso anche avere il legittimo timore che, facendogli delle domande, lui si senta trattato da straniero.

Forse questo timore nasconde un suo disagio davanti all’eventualità che quel ragazzo abbia una storia diversa da quelle dei suoi coetanei. Se lui le rispondesse: “Sono venuto in Italia perché i miei genitori sono stati uccisi in guerra”, quale sarebbe la sua reazione? Io credo che il freno sia questo: la paura di ricevere risposte che non si è in grado di gestire. Il risultato è che al ragazzo restano solo due possibilità: sentirsi come tutti gli altri o sentirsi del tutto diverso. Dovrebbe invece esserci una via di mezzo, un modo per riconoscere che tutte le persone hanno percorsi diversi e approcci differenti alla vita. Se non poniano domande, concedendoci anche la libertà di sbagliare, quel ragazzo crescerà pensando che esiste un solo modo di essere italiano, ovvero bianco e cattolico. Dobbiamo imparare ad accettare le differenze e sentirci a nostro agio con esse.

È così che i migranti potrebbero sentirsi davvero parte delle comunità in cui vengono accolti?

Forse dovremmo riformulare la questione, smettendo di pensare che esistono comunità nelle quali, di volta in volta, chi arriva deve essere assorbito, e pensando invece che apparteniamo tutti a un grande movimento che si modifica continuamente. In Paesi come la Malesia o Singapore, chi migra da Paesi più poveri come il Nepal o il Bangladesh viene trattato con disprezzo e durezza. Eppure le circostanze in cui queste persone lasciano la loro terra e i lavori che svolgono sono gli stessi di quando mio nonno emigrò dalla Cina negli anni Venti: sono, dunque, gli stessi del 60-70% della popolazione attuale di queste nazioni ricche. Allora perché riservare agli altri lo stesso trattamento che si è subito meno di cento anni fa? La risposta che viene fornita è sempre la stessa: “Ma loro sono diversi, la situazione è diversa”. Eppure non è così: il modello che si applica è identico. Quelli che oggi definiscono i parametri a cui deve conformarsi chi arriva, sono le stesse persone che, non troppo tempo fa,
hanno compiuto lo stesso percorso.

Accettare l’arrivo di persone di provenienze diverse può essere più difficoltoso per chi è abituato a vivere in un Paese culturalmente omogeneo…

Ma è uno sforzo che va fatto. La domanda che si pongono continuamente gli europei rispetto ai migranti è: “Perché vengono qui se nessuno glielo ha chiesto?”. Si potrebbe facilmente rispondere che si tratta dello stesso fenomeno che è andato avanti per trecento o quattrocento anni, quando la Gran Bretagna, la Francia, la Spagna o l’Italia andavano in Africa e nel Sudest Asiatico e in America del Sud, impossessandosi di interi Paesi senza essere stati invitati. Perché dovremmo stupirci del fatto che gli sconvolgimenti creati allora abbiano delle conseguenze oggi? Inoltre, qualora qualcuno insistesse nel dire non c’è legame tra quel passato e ciò che accade nel presente, potrei rispondere che quando esistono aziende olandesi o britanniche che continuano a sfruttare i Paesi asiatici e africani per profitto, quando esistono aziende europee che depositano i propri rifiuti tossici in Niger rendendolo invivibile, domandarsi come mai la gente migra non ha senso. Una maggiore consapevolezza può portarci a cambiare domande e atteggiamento, perché le migrazioni sono destinate a continuare.

Molti migranti, pur vivendo da anni in Europa, continuano adapplicare schemi di pensiero che derivano dai loro Paesi di origine, con il risultato che non trovano davvero il loro posto e restano culturalmente intrappolati in una terra di mezzo.

Integrarsi non vuol dire mangiare il cibo locale, ma tenere insieme due mentalità. Ed è difficile. Anche perché molti migranti, per quanti sforzi facciano, continuano a essere visti come stranieri e finiscono per considerarsi tali, ricalcando gli stereotipi. E così torniamo a quanto detto prima sulla distinzione tra essere “diverso” ed essere “l’altro”. Quest’ultimo è destinato a restare in un ghetto senza essere compreso. Se invece accettiamo che siamo tutti diversi gli uni dagli altri, possiamo accogliere l’idea che si può essere italiani pur avendo radici in Africa e avendo compiuto, per arrivare fin qui, un percorso diverso geograficamente e culturalmente. In questo modo avremmo società eterogenee di persone che convivono e crescono insieme. Obbligare qualcuno a rinunciare alle proprie origini non è la soluzione».

Lei racconta: «Spesso, quando mi accorgo che spiegare da dove vengo e chi sono risulterebbe troppo problematico, rinuncio. A volte fingo semplicemente di essere ciò che gli altri credono, qualunque cosa sia».
È stato difficile costruirsi la sua identità?

Sì, molto. Ora va meglio perché sono maggiormente a mio agio nel ruolo di outsider. Prima volevo essere accettato ovunque e questo in parte spiega perché parlo bene diverse lingue: mi servivano per convincere le persone della mia appartenenza alla loro comunità. Alla fine, però, ho dovuto fare i conti con il fatto che la mia storia personale è complicata e se gli altri non la comprendono è un problema loro, non mio. Non posso sentirmi in colpa per questo. Da quando ho cambiato atteggiamento ho scoperto che ci sono tantissime persone che, come me, hanno un background misto, ma lo nascondono perché non vogliono trovarsi nella situazione di doversi giustificare, né di essere giudicati in base a degli stereotipi. Però quando sopprimiamo una parte di noi per presentarci in versione semplificata agli altri, rendiamo la vita più facile a loro ma limitiamo noi stessi.

Fa riferimento anche alla sua esperienza personale?

Per chi, come me, ha dei tratti asiatici, vivere in un Paese in prevalenza bianco come la Gran Bretagna non è facile. Perché ti scontri continuamente con i pregiudizi. Se sono riuscito a sopravvivere è grazie al fatto che ho imparato a parlare inglese in un certo modo. Ma forse, così facendo, ho reso le cose troppo facili agli altri. Qualche settimana fa ero in campagna, in Inghilterra. Camminavo per un sentiero quando è spuntata una donna che, con accento fortemente aristocratico, ha cominciato a urlarmi contro. Dal mio aspetto doveva aver dedotto che ero un rifugiato o un migrante e ha subito assunto una posizione di potere. Senza che io aprissi bocca, si era costruita la sua idea su di me. Quando mi ha sentito parlare nell’inglese di chi ha ricevuto un’ottima educazione, ha dovuto subito rifare i suoi calcoli. È lì che ho capito che, come risultato della mia strategia di sopravvivenza, questa donna ha potuto permettersi di agire basandosi esclusivamente sul mio aspetto e sui suoi pregiudizi, senza fare lo sforzo di venirmi incontro finché io, usando il suo stesso codice linguistico, sono andata verso di lei, facilitandole la comprensione. Questo non è giusto: la collaborazione deve esserci da entrambe le parti. L’incontro deve avvenire a metà strada.



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