Che: Breccia E Oesterheld per un fumetto leggendario

A cinquant’anni dalla morte di Guevara, Rizzoli-Lizard riporta in libreria il graphic novel pubblicato nel 1968 dai due maestri argentini

di Luca Rasponi

Cinquant’anni dopo la morte di Ernesto Guevara in Bolivia, quasi trenta dopo la caduta del Muro di Berlino e la “fine delle ideologie”, è forse il momento per interrogare la Storia e noi stessi sulla vicenda di un uomo che da tempo è entrato a far parte del mito.

Chi era il Che? Cosa ha rappresentato – e ancora in parte rappresenta – agli occhi delle generazioni che hanno conosciuto le sue gesta, indossato il suo volto, fumato il suo sigaro? Di risposte possibili ce ne sono decine, centinaia, almeno pari alla quantità esorbitante di racconti sulla sua vita.

Ci sono i libri, dai diari dello stesso Guevara a Compañero di Jorge Castañeda. Film tra i quali vanno ricordati almeno I diari della motocicletta di Walter Salles e l’opera in due parti – El argentino e Guerrilla – di Steven Soderbergh. Canzoni come Transamerika dei Modena City Ramblers, Stagioni e Canzone per il Che di Francesco Guccini, solo per citarne alcune.

E i fumetti? Anche qui l’elenco sarebbe pressoché infinito. Ma c’è un titolo – riportato in libreria da Rizzoli-Lizard proprio in questi giorni con una nuova edizione – che per qualità e storia stacca decisamente tutti gli altri. Si tratta del Che di Héctor Oesterheld e Alberto Breccia, due nomi che da soli dovrebbero far alzare le antenne agli appassionati della nona arte.

Già, perché stiamo parlando di due maestri indiscussi della scuola del fumetto argentino, probabilmente i migliori nei rispettivi ambiti. Oesterheld, autore dell’Eternauta insieme a Francisco Solano López e di serie fondamentali come Sgt. Kirk, Ernie Pike e Ticonderoga con il giovane Hugo Pratt. Breccia, esempio insuperato di uso del bianco e nero, con un innumerevoli opere all’attivo, qui coadiuvato dall’esordiente figlio Enrique.

È il 1968 quando i due argentini concepiscono e realizzano questo ritratto del loro connazionale morto appena l’anno precedente in Bolivia. L’opera va subito a ruba, diventando presto un best seller. Ma qualche anno dopo, nel 1976, va in scena il colpo di stato militare che inaugura la dittatura fascista, consegnando l’Argentina nelle mani del generale Jorge Rafael Videla.

Il fumetto viene ben presto messo al bando dal regime, che costringe Breccia a sbarazzarsi di tutte le copie in suo possesso, tranne una che viene seppellita nel giardino di casa. Nel frattempo, Oesterheld scompare andando a ingrossare le fila dei desaparecidos: la dittatura, probabilmente, non gli ha perdonato la pubblicazione dell’Eternauta, considerato una metafora fantascientifica della situazione politica del paese.

Ma la leggenda di Che è solo all’inizio, perché nel 1987 il fumetto torna alla luce in Spagna, con una nuova edizione che lo porta fino ai giorni nostri, consentendoci di ammirare un capolavoro che aveva rischiato di essere perduto per sempre.

Di capolavoro si deve parlare, perché siamo di fronte al meglio che un lettore di fumetti possa desiderare. La prosa di Oesterheld è poetica, imprime alla narrazione un ritmo da poema epico che è il contrario dell’andamento didascalico di tanti fumetti di ricostruzione storica.

La sceneggiatura alterna incisivamente flashback cronologici sul passato del Che – dall’infanzia ai viaggi con Alberto Granado, dagli studi medici alla formazione politica fino all’incontro con Fidel Castro – al presente della Bolivia, un conto alla rovescia inesorabile che avvicina Guevara alla sua fine.

I disegni di Breccia meriterebbero un articolo a parte. Prendete i suoi Miti di Cthulhu, rarefatti e misteriosi, poi metteteli di fianco alle tavole di Che. Ecco due utilizzi diametralmente opposti del bianco e nero, che rendono in parte l’idea della padronanza tecnica del maestro argentino.

Che non è disegnato o dipinto, è scolpito. Nei flashback il nero incide il bianco della pagina come un marmo rinascimentale, nelle scene boliviane è il bianco che emerge con fatica dal nero come un bassorilievo consumato dal tempo e graffiato dalle intemperie.

Nella sua bellissima introduzione all’edizione del 2007, Goffredo Fofi individua due fonti d’ispirazione ben precise per queste scelte stilistiche: rispettivamente, l’espressionismo tedesco degli anni ’20 e l’arte popolare messicana degli scheletri di José Guadalupe Posada.

Accompagnata da un apparato grafico di questa levatura, la narrazione procede essenziale e spedita, combinando notizie storiche e testimonianze personali provenienti dai diari del Che, per restituire infine un’immagine del rivoluzionario argentino in realistico equilibrio tra storia e mito.

Questo ci riporta alla domanda iniziale: cosa rappresenta per noi il Che? Dal graphic novel di Breccia e Oesterheld emerge una risposta ben precisa: il Che era e rimane un esempio. Di impegno per una causa fino all’ultimo respiro, di dedizione assoluta ai propri valori, di amore per gli altri anche a scapito di se stessi e della propria vita.

Lo scrive Oesterheld nelle battute finali, riportate anche da Fofi: «Il suo nome significa amore, impegno, è un grido che risveglia i giovani di tutto il mondo e li guida lungo il cammino».

Ma forse più importante, perché più attuale rispetto a un ’68 lontano dal mondo contemporaneo nel tempo e nello spirito, è l’esempio di consapevolezza offerto da Guevara. Quando, dopo il trionfo della rivoluzione cubana, «capisce che è un errore ridurre tutto a una questione economica. La vera rivoluzione è dentro gli uomini».

Elevandosi ben al di sopra rispetto ai pensatori della sua epoca, infatti, il Che annota queste parole sul suo diario: «Basta con l’uomo lupo, l’uomo che divora i suoi simili. È giunto il tempo dell’uomo nuovo, un uomo la cui opera sia guidata da una forte etica. Sì, la rivoluzione comincia dentro noi stessi. Spazzate il vostro pezzo di marciapiede e l’intera strada sarà pulita».



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